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A Euro2016 esplode il nazionalismo

Eurocaffè – Gli scontri tra tifosi dentro e fuori dagli stadi durante Euro2016 sono in fondo lo specchio di un nazionalismo di ritorno nel nostro continente. Il nostro editoriale

EURO2016 – In questi giorni di Europei 2016 di calcio, che Il Caffè Geopolitico sta coprendo con il suo speciale EuroCaffè, la nota più dolente è stata quella degli scontri tra tifosi, in particolare tra russi e inglesi. Ciò che è avvenuto, condannato giustamente da più parti, a nostro avviso però non può essere ridotto a una semplice recrudescenza di fenomeni da stadio (hooliganismo) che si pensava e sperava, probabilmente a torto, di aver debellato. Né ci interessa ripetere critiche a un apparato della sicurezza francese che ha sicuramente sottovalutato un tale fenomeno.
Crediamo invece sia opportuno far notare come questi fenomeni visti durante l’Europeo siano a nostro avviso l’ennesima prova di una recrudescenza degli aspetti peggiori del nazionalismo che sta lentamente ma costantemente aumentando la sua presa sul nostro Continente. Intendiamoci: siamo tutti un po’ nazionalisti quando gioca la nazionale, pronti a cantare l’inno e magari lanciare qualche sfottò molto stereotipato sull’avversario di turno. La stessa competizione in fondo punta a portare una squadra nazionale, rappresentante del Paese, al di sopra delle altre. Ma normalmente la festa sportiva non vede mai, ormai da molti anni, il superamento di certi limiti, e finita la competizione finisce anche la sfida tra tifosi.

NOI SOPRA TUTTI – Quest’anno ci sono però elementi che mostrano come le cose siano un po’ diverse. I tifosi russi, per loro stessa ammissione, sono militarizzati (caratteristica abbastanza comune nell’Europa dell’Est, ricordate la “tigre” serba Arkan, che reclutava i suoi miliziani paramilitari tra gli ultras?) e di fatto avevano pianificato lo scontro contro gli inglesi, sorta di prova di forza tra nazioni non dissimile (e probabilmente ispirata) al confronto Russia-NATO che in questo periodo vede varie criticità. Gli inglesi, da parte loro, hanno urlato spesso cori inneggianti alla Brexit – scelta politica legittima, ma che c’entra col tifo sportivo? – mentre simboli neonazisti compaiono tatuati un po’ ovunque, simbolo di un richiamo a una delle forme peggiori di nazionalismo (e non credo sia necessario spiegare perché). Tra i tifosi tedeschi stessi erano presenti non-tedeschi filonazisti da tutta Europa. Polonia-EIRE stessa (apparentemente a basso rischio) ha visto risse tra hooligan, così come gli incidenti causati dai tifosi croati durante la partita con la Repubblica Ceca. Polonia-Ucraina, altri due stati dove forti corrono i sentimenti nazionalisti, è stata un ulteriore occasione di scontri pesanti tra tifosi.
Si potrebbe rispondere che in fondo è tutto tragicamente normale quando ci sono partite di calcio, ma se ci pensate bene questi eventi negli ultimi venti anni sono stati rarissimi o quasi inesistenti in occasione di competizioni internazionali come Europei o Mondiali. Stavolta la concentrazione e la frequenza sono notevolmente superiori.

INTERESSE NAZIONALE NON SI PROTEGGE COSÌ – Secondo noi sono proprio un termometro dell’ondata di nazionalismo spinto crescente in Europa, cosa che vediamo quasi tutti i giorni nei rapporti politici tra stati, sia all’interno dell’Unione Europea sia fuori. Si dirà che in fondo il nazionalismo non è sempre male, perché ricorda di proteggere i propri interessi nazionali – cosa che non è certo sbagliata. Ma c’è un errore di fondo in questo ragionamento: il problema non è voler proteggere i propri interessi nazionali, ma il come farlo. È questo che differenzia una sana politica di cooperazione internazionale (tramite la quale è possibile e anche auspicabile poter proteggere i propri interessi assieme a quelli degli altri) e un nazionalismo spinto che invece conduce alla frammentazione e al fare “ognuno per sé”.

LA PAURA DEL GRANDE IGNOTO – Uno sfrenato nazionalismo non è, come pensano spesso i suoi proponenti, la difesa dei propri interessi nazionali. È invece l’affermazione della supremazia della propria nazione sulle altre, portata avanti secondo il principio di sfruttare gli altri per i propri fini anche a scapito loro piuttosto che cercare insieme una soluzione migliore per tutti. È anche, in definitiva, il rifugio di chi ha idee deboli, perché fornisce un falso (ma facilmente accettabile e quindi molto apprezzato dalla “pancia” della gente) senso di sicurezza. Noi contro di loro, noi prima di loro, noi e poi tutti gli altri. La paura degli altri, i dubbi su un futuro che non conosciamo (“il grande ignoto” secondo una citazione cinematografica) ci portano a non voler rischiare, a vedere tale ignoto anch’esso come un pericolo (perché non lo conosciamo) e dunque a ripiegarci indietro – su un passato che conosciamo, sui nostri vicini simili a noi. Lo facciamo perché questo ci rassicura, ma porta anche a vedere l’altro solo come un potenziale pericolo. Dunque porta a chiederci come neutralizzarlo, cioè in definitiva, se portato all’estremo, a come annullarlo, sottometterlo, o eliminarlo. Anche dentro e fuori da uno stadio.

I RISCHI – L’alternativa, la costruzione comune di un progetto assieme che possa (e può, se condotto in maniera davvero cooperativa) proteggere gli interessi di tutti creando ulteriore valore per tutti, è troppo difficile, così difficile che spesso preferiamo non provarci neanche.
C’è un rischio però: la storia ci insegna che un continente europeo dove sono i nazionalismi sfrenati a farla da padrone non costruisce né prosperità né pace, ma ha un solo esito: il baratro. Oggi troppi che dicono di conoscere bene la storia in realtà se ne sono dimenticati. E chi non ricorda la propria storia è destinato a ripeterla. Anche incominciando da uno stadio.

Lorenzo Nannetti

Un chicco in più

La recrudescenza di nazionalismi e comportamento xenofobo o ai limiti della xenofobia presente in tanti stati stride non solo con lo spirito sportivo della competizione, ma anche con la realtà di demografie profondamente differenti dal passato, delle quali lo sport è specchio. Guardando infatti partite come Svizzera-Francia, notiamo che circa tre quarti dei calciatori che di fatto si presentano come “bandiera” della propria nazione siano stranieri naturalizzati, cosa comune anche ad altri Stati (pensiamo ad esempio alla Germania stessa). Ancora una volta sport e società sono più avanti della politica? Hanno davvero un senso i nazionalismi di oggi? A ognuno di noi la risposta.

Foto: lmpicard

Foto: NazionaleCalcio

Foto: sylviejr

2 comments
Alessandro Basile
Alessandro Basile

Sintomo dei danni dei partiti populisti e di poche e confuse idee di politicanti assuefatti al gioco delle sedie

Alberto Duracèll Lopez
Alberto Duracèll Lopez

Polonia - EIRE non si sono mai sfidate in questo europeo, ci tengo a sottolinearlo perché i tifosi irlandesi sono stati deliziosi e corretti con tutte le tifoserie oltre che con gli abitanti del paese ospitante.