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Troppi interessi nel Delta del Niger

Nel marzo 2016 sono comparsi sulla scena i cosiddetti Niger Delta Avengers. Insieme al terrorismo di Boko Haram, il cui epicentro è nella parte nord-orientale del Paese, per la Nigeria figura tra le massime preoccupazioni per la sicurezza interna l’annosa questione del Delta del Niger, contesa tra le multinazionali del petrolio – sostenute dallo Stato – e le rivendicazioni di vari gruppi etnici più o meno militarizzati

LA CONDANNA DI UN TERRITORIO RICCO – Quasi mai, nel continente africano, un territorio ove le risorse naturali abbondano fa la fortuna dei propri abitanti. A questa regola non si sottrae il Delta del Niger, considerato pressoché da sempre ricchissimo di materie prime (fin dall’Ottocento, per la produzione di olio di palma, è denominato anche Oil Rivers), ma altrettanto centrale nelle preoccupazioni securitarie che affliggono il Governo nigeriano. Un’area relativamente poco estesa (70mila chilometri quadrati, quasi l’8% del territorio della Nigeria), ma densamente popolata, in cui prima della scoperta del greggio milioni di persone appartenenti a più di 40 differenti etnie si dedicavano a pesca e agricoltura in un’oasi incontaminata, senza grandi interferenze straniere (malgrado il colonialismo britannico) e in maniera complessivamente pacifica. La Nigeria, membro dell’OPEC, è invece oggi il primo produttore africano di petrolio e tra i primi 15 (11°-14° a seconda delle annualità e delle classifiche che si prendono in esame) del mondo: un ruolo che certo ne ha accelerato il progresso economico e il sorpasso rispetto al Sudafrica, ma che al contempo ha inciso severamente sulle condizioni di vita delle popolazioni del Delta, sull’inquinamento ambientale e sull’interesse di alcune realtà occidentali (e non solo) a intraprendere politiche di sfruttamento neocolonialistiche. Organismi internazionali di natura eterogenea (dall’ECOWAS all’UNEP, da Amnesty International all’UNDP, e moltissimi altri) hanno denunciato talora lo sfruttamento delle terre operato dalle multinazionali, talaltra il disastro ambientale di amplissime proporzioni che tale sfruttamento ha originato. Un’azione spregiudicata che ha condotto a una serie indicibile di violazioni dei diritti umani fondamentali nella regione, la cui stabilità è fin dal termine degli anni Ottanta posta in discussione da violenti scontri tra frange diverse della popolazione locale. Scontri che come troppo spesso, in Africa, sono stati bollati quali “etnici”, quando in verità trovano genesi nella medesima disperazione e sono sostenuti da gruppi paramilitari più per interesse di questi ultimi, che per una loro reale convergenza sugli obiettivi ideali. Nel corso degli ultimi due decenni, numerosi sequestri di personale delle corporations straniere sono stati operati dagli esponenti del Movement for the Emancipation of the Niger Delta (MEND) e di altre formazioni locali, dando luogo a una militarizzazione delle regione su decisione di Abuja. Nell’estate del 2000 un tentativo federale di istituire una Commissione ad hoc per lo sviluppo della regione è finito nel nulla, così come scarsamente incisivo è risultato essere il cosiddetto Ministry of Niger Delta Affairs voluto nel 2008 da Umaru Yar’Adua, successore di Olusegun Obasanjo alla presidenza della Repubblica Federale di Nigeria.

Fig. 1 – Miliziani del MEND

LA DEMOCRAZIA DEL CON(TRO)SENSO – Dopo essere stato sconfitto da Goodluck Ebele Jonathan nel 2011, l’ex capo supremo delle Forze Armate (e Presidente golpista) Muhammadu Buhari ha vinto le elezioni del 28 marzo 2015 proprio scontrandosi con l’uscente Jonathan sul tema del contrasto al terrorismo – terrorismo individuato non solo in Ansaru o nell’adesione di Boko Haram al jihad dell’autoproclamato Stato Islamico, ma anche nelle varie insorgenze intorno al Delta del fiume Niger (tant’è che i militanti della zona non avevano passato sotto silenzio né il proprio endorsement a Jonathan, né la minaccia di ritorsioni in caso di vittoria del generale Buhari). È da notare come – denunce di brogli elettorali a parte – la democrazia nigeriana pare una delle poche a reggere efficacemente nel contesto regionale. Dal punto di vista energetico, Buhari aveva espresso interesse nella diversificazione della produzione, però questo spirito non si è ancora concretizzato, a differenza di tanti altri Paesi africani – dall’Etiopia al Kenya, dalla Tanzania al Ghana, fino al piccolissimo, ma in rapida ripresa, Rwanda – che stanno investendo milioni nella costruzione di enormi stazioni di pannelli solari e parchi eolici. A margine di tutto ciò, è interessante evidenziare come un fragile armistizio con il sopracitato MEND (presente dal 2005) era stato letteralmente comprato da Buhari addirittura nel 2009, per quanto poi questa sorta di “cartello tra milizie e potentati locali” abbia preferito cambiare bandiera e schierarsi con Jonathan. Una trattativa dall’esito inconcludente, insomma, che non ha fatto altro che rivestire d’oro gli armamenti in mano ai guerriglieri, dotandoli per di più di una sorta di “patente di legittimità”, di un “riconoscimento istituzionale” simile ad un’amnistia collettiva di cui prima erano sprovvisti. Non è nuovo a voltafaccia del genere, il MEND, che non sembra avere alcuna strategia politica definita oltre a quella di poter continuare indisturbato a razziare migliaia di barili di petrolio al mese, con il pretesto (sicuramente in parte vero) dello sfruttamento operato dalle multinazionali legate a doppio filo alle potenze occidentali (tra cui l’italiana ENI): a ridosso delle elezioni dello scorso anno, fiutando l’ascesa di Buhari, non ha avuto esitazione – tramite un comunicato del portavoce Jomo Gbomo – a schierarsi in favore di quest’ultimo, abbandonando Jonathan al proprio destino. Impossibile al momento non provare a mediare ancora una volta con gli interessi dei guerriglieri del Niger, che al contrario di quelli islamisti a Nord godono di un forte radicamento territoriale e di un cieco sostegno da parte della povera (e sempre più povera) popolazione locale. Tra le maggiori istanze ancor oggi portate avanti dal MEND congiuntamente col MOSOP (Movement for the Survival of the Ogoni People, d’impronta – almeno in origine – non violenta), c’è quella “ambientalistica”, che si appella a un progetto di riqualificazione ambientale su larga scala con particolare focus sulle terre abitate dagli Ogoni (etnia africana suddivisa in tre clan maggioritari guidati da un “re”). A riguardo vale la pena ricordare la brutale condanna a morte, nel novembre 1995, del leader MOSOP Kenule Beeson Saro-Wiwa, per la quale la compagnia olandese (e massima multinazionale del petrolio) Shell – sospettata di un coinvolgimento nell’esecuzione – ha pagato un risarcimento di più di 11 milioni di euro in sede di “patteggiamento preliminare”. Risarcimento al quale ne sono seguiti altri, a beneficio degli autoctoni.

Fig. 2 – Il Presidente nigeriano Buhari

LE VICENDE PIÙ RECENTI – Lo scorso maggio una nuova ondata di violenze ha investito il Delta del Niger, con il neonato gruppo dei Niger Delta Avengers, le cui violenze hanno richiesto addirittura il dispiegamento di decine di aerei da combattimento, elicotteri e navi da guerra da parte del Governo nigeriano. Tra le violenze perpetrate dal gruppo anche un assalto ad alcuni oleodotti della Nigerian Agip Oil Company, divisione nigeriana di AGIP, a sua volta controllata da ENI. Nonostante alcuni dialoghi intrapresi dagli inviati del Governo centrale con rappresentanti istituzionali delle comunità locali, con questo gruppo particolarmente feroce – ha già fatto sapere l’esercito – sarà difficile aprire un vero e proprio tavolo di negoziato. L’efficacia di queste milizie è indiscussa, se si osserva come la produzione giornaliera di greggio sia scesa da 2,2 milioni di barili a 1,6. Inoltre, il terreno paludoso del Delta mal si presta a tipiche operazioni di polizia di terra, e la corruzione tra gli amministratori locali è tra le massime emergenze del Paese (nonché del programma elettorale di Buhari dello scorso anno). Il terreno acquitrinoso, in ogni caso, rappresenta un ostacolo spesso insormontabile anche per chi sarebbe preposto alla sicurezza degli impianti: numerosi i tecnici morti nel tentativo di riparare gasdotti e oleodotti, in un’urgenza ambientale (falde acquifere, ma anche contaminazioni dell’aria) e umana che ha assunto ormai i contorni di una crisi umanitaria (tenendo conto pure dello sviluppo demografico, che incrementerà a 40 milioni il numero di abitanti dell’area entro il 2030). In particolare sotto accusa è la pratica del gas flaring, che consiste nel bruciare il gas naturale eccedente estratto insieme al petrolio, qualora tale spreco risulti meno costoso del trasporto verso eventuali destinazioni di consumo. Tutti questi recenti e repentini sviluppi pare abbiano causato scossoni anche all’interno del team manageriale della Niger Delta Power Holding Company Ltd., nonché la necessità da parte del Governo di cercare sponda nell’ex potenza coloniale britannica (ove Buhari già si trovava, di recente, per cure mediche). Fine ultimo degli Avengers sembra comunque la secessione. Che sia l’embrione di un nuovo – evidentemente non risolutivo – Sud Sudan? O di una nuova temporanea fallimentare Repubblica del Biafra?

Riccardo Vecellio Segate

Un chicco in più

Per una timeline degli avvenimenti, due risorse sono disponibili qui e qui.

Le risorse documentali in formato video, in rete, sono molte. Ne abbiamo scelte due particolarmente significative, la prima in lingua italiana, la seconda in inglese.

Foto: eutrophication&hypoxia

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