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La Canzone perduta: i curdi esistono?

Le recensioni del Caffè Soggetti alle misure repressive del Governo turco, i curdi lottano strenuamente per difendere la loro identità linguistica e culturale. Una lotta raccontata con commovente partecipazione dal regista Erol Mintas ne La Canzone Perduta, vincitore del Sarajevo Film Festival e uscito da poco nelle sale italiane

LINGUA PROIBITA – I curdi esistono? Certo che esistono, sono venticinque milioni divisi in una regione montuosa a cavalcioni tra Turchia, Iraq, Siria e Iran. Il quarto gruppo etnico del Medio Oriente. Unico caso al mondo di nazione senza Stato.
I curdi esistono?  No, non esistono. Sono turchi. Devono esserlo. E per convincerli, la Turchia “moderna” di Atatürk ha imposto ai curdi di dimenticare di essere curdi! A partire dalla loro lingua. Se la lingua di un popolo non esiste, non esiste il popolo.
Il genocidio della lingua. Parole che identificano luoghi, oggetti, persone, che esprimono gioie, affetti, dolore spariscono, si dissolvono. E con loro  si cancella la storia, la cultura, l’identità di un popolo che in quelle parole si è identificato.
Ma la mente e il cuore non si arrendono. Le parole, le nostre parole, sono lì pronte a emergere impetuosamente, a scivolare fuori, ad affermare la loro esistenza, alla ricerca di una identità perduta. Di una canzone perduta.
La cerca ostinatamente, disperatamente, Alì, il protagonista di Song of my Mother, nelle sale italiane con il titolo di La Canzone perduta.

Fig. 1 – Bambini curdi in una scuola di Diyarbakir, nel sud-est della Turchia

UNA TRISTE CANZONE – Esordio cinematografico di Erol Mintaş, giovane regista curdo-turco, vincitore della ventesima edizione del Sarajevo Film Festival del 2014, La Canzone perduta è un film ispirato ad una storia vera. Quella del regista, di sua madre, del suo popolo. I curdi. Un film in cui memoria, amore e identità provano a coesistere, senza riuscirci.
Erol è cresciuto a Istanbul negli anni Novanta, quando ai curdi è stato detto che non potevano parlare in curdo, scrivere in curdo, leggere in curdo. Perfino pensare in curdo. L’uso del curdo era semplicemente vietato.  E per essere sicuri che ai “turchi delle montagne” (come sono chiamati i curdi turchizzati) un bel giorno non venisse alla memoria di essere curdi, era vietato ai genitori dare nomi curdi ai loro figli perché contrario alla “cultura e alle tradizioni della nazione.”
La Canzone perduta si apre e si chiude con lo stesso setting, un’aula di scuola elementare.
Kurdistan turco, 1993. Prima scena. Alì fa il corvo, poi fa il pavone, poi di nuovo il corvo. Mima la storia del corvo che sogna di diventare pavone. I bambini  non sapranno come va a finire la storia, se quello del corvo rimane solo un sogno. Uomini armati fanno irruzione e prelevano Alì. Stava insegnando in curdo e questo era vietato.
La nuova Costituzione dei militari, dopo il golpe del 1980, ha elevato il turco a “lingua madre”. L’uso di altre lingue è proibito e severamente sanzionato.

Fig. 2 – Membri della comunità curda di Strasburgo sfilano a sostegno di Abdullah Ocalan, storico leader del PKK prigioniero in Turchia dal 1999

Passano vent’anni dalla prima scena.  Alì vive a Istanbul con l’anziana madre Nigar. Come tanti curdi.
I due devono trasferirsi, lasciare Tarlabasi, il quartiere che a lungo ha “accolto” i rifugiati curdi dopo l’esplosione del conflitto nel 1984 tra l’esercito turco e il PKK di Öcalan. Soprattutto giovani uomini, stipati a decine in fatiscenti bilocali, non di rado privi di toilette.
Tarlabasi si è trasformato in un villaggio rurale dell’Anatolia. Fino al “miracolo” di Erdogan e al suo boom immobiliare. Da allora i prezzi hanno cominciato a salire anche lì. Alì e la madre sono costretti a spostarsi più in periferia. Come tanti curdi.
L’anziana donna non si rassegna a vivere in mezzo a tutto quel cemento, cerca una dengbej, una canzone nella sua lingua che la riporti al villaggio, tra la sua gente.
Diventa la metafora di un’ossessione, la canzone perduta. L’ossessione di tornare al suo villaggio, convinta com’è, Nigar, che tutti vi abbiano fatto ritorno. Tutti tranne lei. Invano Alì cerca di convincere la madre che il villaggio non esiste più. Ostinazione, senilità, egoismo caratterizzano l’anziana donna.
Meccanicamente, ogni giorno Nigar prepara i bagagli per partire. Pazientemente, ogni giorno, Alì li disfa. Pazientemente cerca la canzone perduta. Spera di alleviare le sofferenze della madre. E le sue.
Non ci riesce Alì a trovarla quella canzone, non ci riesce ad aiutare la madre e nemmeno se stesso, sospeso tra passato e futuro, tra l’essere curdo e il diventare turco, tra il ruolo di figlio e quello di padre imminente.
Muore Nigar, lontano dal suo villaggio e dalla sua canzone perduta. Come tanti curdi. Estirpati dai loro villaggi (oltre 3000 sono stati distrutti durante gli anni Ottanta), lì nel cuore dell’Anatolia orientale, e trapiantati nelle grandi città.
A Istanbul soprattutto, la più grande città di curdi al mondo. Circa tre milioni, a mille e cinquecento chilometri da quella che può essere considerata la loro terra, il Kurdistan turco.

Fig. 3 – Recep Tayyip Erdogan, inizialmente alleato e poi nemico giurato dei curdi in Turchia

DA ATATURK A ERDOGAN – Nella sua versione turca, la questione curda nasce insieme alla Turchia moderna, disegnata da Mustafà Kemal Atatürk sulle ceneri dell’Impero Ottomano e del suo melting pot.
L’ideologia kemalista era totalmente opposta a quella dell’Impero Ottomano, crogiuolo di popoli uniti nel concetto della umma islamica e quindi sulla religione condivisa da più popoli.
La Turchia di Atatürk è etnicamente compatta, composta da turchi che parlano esclusivamente il turco. Gli altri, le tante minoranze dell’Impero, devono essere turchizzati.
La repressione della etnia curda si giocata per decenni proprio sul piano della lingua. Vietato l’uso del curdo nelle scuole e negli uffici pubblici, messe al bando le pubblicazioni in lingua curda fino al divieto, negli anni Ottanta, di usare il curdo negli spazi pubblici per “salvaguardare l’unità della nazione”.
Difficile a credersi ma è stato proprio Erdogan, il “primo” Erdogan, ad aver fatto più di chiunque altro per far rivivere le radici multiculturali della Turchia e soprattutto di Istanbul.
Paradosso solo apparente, perché la Turchia di Erdogan è ideologicamente diversa dalla Turchia di Atutürk.
Erdogan sogna (si dovrebbe dire sognava visto il cul de sac in cui è finita la sua politica estera) di fare il sultano di un restaurato impero pan-sunnita (la maggior parte dei curdi è sunnita),  dove elemento unificante di popoli diversi è la religione.
Proprio come era nell’Impero Ottomano dove i curdi, come le altre minoranze, godevano di ampia autonomia.
Il primo Governo Erdogan (2002-2007) ha realizzato importanti riforme nel campo dei diritti linguistici (negati  dal 1923), tra cui il riconoscimento dell’uso del curdo nella sfera pubblica (ad esempio le testimonianze in lingua curda).
È stato rimosso il divieto di chiamare i bambini con nomi curdi. Permane, invece, il divieto dell’insegnamento del curdo nelle scuole pubbliche

Fig. 4 – Manifestazione di nazionalisti turchi a Istanbul contro il PKK, settembre 2015

VIOLENZA E SPERANZA – Dopo le elezioni del novembre 2015, Erdogan, il “sultano impazzito”, ha fatto marcia indietro, avviando una nuova campagna di violenza e di intimidazione contro i curdi. L’ovvia conseguenza è una escalation della tensione, già estremamente alta, nel Kurdistan turco incastonato in un vortice regionale di estrema conflittualità.
In questo momento storico Erdogan “ha ragione” a temere i curdi e le loro rivendicazioni. Ma per i motivi sbagliati.
È il riaccendersi delle discriminazioni (e delle repressioni) nei confronti della comunità curda a mettere in pericolo l’integrità della Turchia. Non la guerriglia del PKK.
Il riconoscimento dei diritti socio-politici e del pluralismo linguistico e culturale indebolirebbe le istanze dei curdi più radicali, tanto più che l’ambizione indipendentista-separatista è oramai uscita anche dai loro sogni.
L’ala moderata della comunità curda (la componente maggioritaria) chiede  autonomia democratica,  accesso all’istruzione e ai servizi pubblici nella loro lingua.
Il film si chiude con Alì che vent’anni dopo insegna in una scuola elementare. Racconta la stessa storia, il corvo che sogna di diventare pavone. La racconta in turco, questa volta.
Ma non si è ancora convinto di essere diventato turco. Alì è anche uno scrittore. Scrive in curdo, la sua lingua.
La questione linguistica e la rimozione dei riferimenti etnici per la cittadinanza turca sono il nodo centrale della normalizzazione dei rapporti fra le due comunità.
Perché Alì  possa  raccontare la storia del corvo che sogna di trasformarsi in pavone nella sua lingua.

Mariangela Matonte

Un chicco in più

Erol Mintaş è nato a Kars, in Turchia. Nel 2008 realizza il suo primo cortometraggio, Butimar, proiettato in numerosi festival e pluripremiato in Turchia. Il secondo corto, Snow, realizzato nel 2010, è stato premiato in numerosi festival internazionali e ha ricevuto il Golden Orange come Miglior film all’Antalya Film Festival, uno dei più prestigiosi premi turchi. Il suo primo lungometraggio, Song of My Mother, è stato supportato dal Ministero della Cultura in Turchia e da CNC Cinema du Monde in Francia. È stato premiato come Miglior film al Sarajevo Film Festival nel 2014 con un premio di 16.000 euro donati dal Consiglio d’Europa. La giuria ha motivato cosi il premio: «… […] per il suo approccio sottile nel raccontare una storia di separazione, sofferenza, speranza e disperazione. Attraverso una narrazione che si focalizza splendidamente sui piccoli dettagli in cui l’amore supera le mura delle prigioni .…[…]».

In complesso il film ha vinto quattordici premi in diversi Paesi.

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