contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - L’Afghanistan oggi: tra insorgenza talebana e debolezza dell’esercito

L’Afghanistan oggi: tra insorgenza talebana e debolezza dell’esercito

Miscela Strategica – Un’analisi degli attori, delle dinamiche e delle complessità di uno scenario operativo in continua evoluzione e (per ora) in perpetua guerra

L’UNICITÀ AFGHANA – L’Afghanistan è Paese le cui peculiarità politiche, etniche e religiose affondano le proprie radici nella geografia. In virtù della sua posizione, l’Afghanistan è sempre stato al centro delle rotte lungo cui i mercanti trasferivano merci e idee tra Europa, Medio Oriente e Asia. Ciò ha inevitabilmente esposto il Paese a continui influssi culturali, linguistici e religiosi, che hanno favorito l’emergere di una realtà variopinta, caratterizzata dalla coesistenza – spesso difficile – di identità diverse.
Sul piano etnico-tribale, in particolare, la frammentazione ha assunto i tratti più profondi: alla maggioranza etnica Pashtun si aggiungono Tjiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni e Baluchi, e il fatto che ogni zona del Paese sia caratterizzata dalla prevalenza di uno specifico gruppo tribale dà alla cartina etnica dell’Afghanistan confini particolarmente netti.
L’impatto che la dimensione geografica ha avuto – e ha – sul Paese, però, interessa in modo cruciale anche la realtà politica. L’Afghanistan, infatti, ha un territorio prevalentemente montagnoso, e questa particolare topografia ha storicamente reso difficile ricondurre sotto il controllo del potere centrale quelle aree che la geografica rende distanti da Kabul. In termini di governo, pertanto, il Paese è caratterizzato da un importante divario tra centro e periferia e da una profonda frammentazione. Questa realtà frammentaria, tale per cui ogni zona tende ad essere di fatto sotto il controllo di gruppi e milizie locali, rimane una delle principali sfide per lo Stato afghano (e le forze alleate), che fatica a stabilire una presenza indiscussa e un controllo efficace su tutto il Paese.

I principali attori presenti nel complesso e frammentario scenario afghano, in numeri

  • Afghan Armed Forces (Afghan National Army e Afghan Air Force): 195,000 uomini
  • Combattenti Talebani: 30,000
  • Forze NATO: 11,385 uomini
  • Stati Uniti: 9,800 uomini

Dati: Dipartimento della Difesa USA, dicembre 2015 

I LIMITI DELLE FORZE AFGHANE…– Il 2015 è stato anno di cambiamenti per l’Afghanistan: la missione ISAF, con cui la NATO era intervenuta nel Paese alla fine del 2001, è giunta al termine e la nuova Resolute Support Mission ha portato con sé una riduzione delle forze NATO presenti. La responsabilità di difendere l’Afghanistan dall’insorgenza talebana è così passata in larga parte alle forze militari afghane, che hanno però rivelato una limitata capacità di agire in modo autonomo ed efficace.
Da un lato, operano sfide esterne quali le difficoltà tattiche insite nel dispiegamento delle forze su un territorio le cui caratteristiche geografiche – come visto sopra – rendono spesso difficile il collegamento (e quindi lo spostamento di truppe e le comunicazioni militari) tra le diverse zone del Paese. Dall’altro lato, operano problematiche interne, quali il reclutamento in declino e il problema, invece crescente, dei “ghost soldiers” (soldati che rientrano nei registri paga ma che di fatto non sono attivi sul campo). In aggiunta, il ritiro di consiglieri e addestratori militari americani ha acuito i problemi di leadership all’interno dell’Esercito, nel quale la maggior parte delle nomine ai ranghi più alti è ancora influenzata da calcoli politici e affiliazioni etnico-tribali.
La principale conseguenza del ridimensionamento della presenza di NATO e Stati Uniti, però, ha a che fare con la perdita di quel supporto aereo che era un essenziale vantaggio per l’esercito afghano nello scontro con i Talebani, e che l’Afghan Air Force non è ancora in grado di rimpiazzare. Se a questo, poi, si aggiungono i limiti quantitativi e qualitativi in termini di equipaggiamento che affliggono Esercito e Aviazione, è possibile spiegare le sconfitte subite dalle forze afghane nel corso del 2015, la frustrazione dilagante tra le truppe, l’alto tasso di defezione, e –conseguenza inevitabile – la scarsa credibilità delle forze militari agli occhi della popolazione (soprattutto nelle zone rurali e periferiche dove l’Esercito più fatica a intervenire).

Fig.1 – Nonostante i miglioramenti conosciuti negli ultimi anni dalle truppe afghane grazie all’addestramento NATO e USA, numerosi problemi interni e sfide esterne continuano a limitarne la capacità ed efficienza operativa

…E LA RIPRESA TALEBANA – Ad aver tratto vantaggio dal ridimensionamento della presenza USA e NATO sono stati invece i Talebani. Approfittando della riduzione delle forze straniere e dei limiti delle forze afghane, Mansour ha fondato la coesione e la credibilità dei Talebani su una serie di vittorie militari e conquiste territoriali che hanno interessato non solo le abituali provincie del Sud e Sud-est, ma anche varie zone del centro e del Nord. Sotto la guida di Mansour, i Talebani hanno così ottenuto successi di primo piano (emblematica la presa temporanea di Kunduz) e raggiunto il massimo livello di espansione territoriale dal 2001. Ad oggi, il gruppo: controlla sette distretti nella provincia dell’Helmand; ha basi di reclutamento, addestramento e supporto nelle provincie di Paktika, Zabul, Kandahar e Nimroz; minaccia in modo credibile città di importanza strategica primaria quali Lashkar Gar e Mazar-e-Sharif.
Tale (ri)ascesa talebana, peraltro, si è tradotta anche in un aumento del numero di attacchi terroristici. Tali attacchi confermano come la capacità di ideazione, pianificazione e attuazione all’interno del fronte talebano sia notevolmente aumentata nel corso dell’ultimo anno, e ricorda come i Talebani – a differenza dell’ANSF – trovino un punto di forza importante nella cieca dedizione ideologico-religiosa dei propri combattenti.

Fig.2 – I Talebani sono invece la forza in campo che ha più tratto vantaggio dalla riduzione delle forze NATO e USA

COSA PUÒ E COSA DEVE CAMBIARE – Il 2015 ha così visto un aumento nel numero di vittime civili e militari, rivelato limiti e sfide con cui le forze afghane devono fare i conti ed evidenziato la capacità di sopravvivenza e di adattamento dei Talebani. Tale trend sembra al momento destinato a protrarsi nel 2016 e il suo sviluppo futuro dipenderà da quattro fattori principali:

  • La coesione all’interno del Governo – A quasi due anni dall’ascesa del Governo di Unità Nazionale (NUG), molti programmi, nomine, e riforme promesse sono ancora in fase di stallo, a ricordare come la politica afghana continui ad essere condotta sulla base di legami personali e tribali, e come le istituzioni statali e il loro funzionamento siano da questi dipendenti. Tale incapacità di Ghani di rompere con le tradizionali regole del potere ha inevitabilmente acuito il divario tra Kabul e la popolazione afghana. In particolare, in molte zone rurali e periferiche il Governo centrale manca di credibilità, e i Talebani hanno spesso saputo sfruttare questa situazione per guadagnarsi il supporto dei locali tramite istituzioni di shadow governance capaci di sopperire alle mancanze di Kabul. Solo un governo centrale coeso e indipendente da giochi di potere potrebbe intervenire a ricucire i rapporti tra il Governo e la popolazione rurale e cancellare così il supporto di cui in molte zone i Talebani godono e che consente loro di espandere influenza e controllo territoriale.
  • Il ruolo del Pakistan: “terrorist haven” vs. “peace broker” – Fin dai primi giorni alla Presidenza, Ghani ha fatto del riavvicinamento al Pakistan in chiave di cooperazione anti-terroristica uno dei capisaldi della propria politica estera. Ciononostante, l’impegno di Islamabad a indurre i Talebani a negoziare e a negare loro rifugio è parso in più di un’occasione dubbio o, quantomeno, troppo debole e incostante. Un maggiore e non ambiguo impegno pakistano alla lotta al terrorismo talebano potrebbe giocare un ruolo cruciale nel modificare gli equilibri di forze nel teatro afghano, e la comunità internazionale dovrebbe premere in questo senso, sull’onda della consapevolezza che nessuna vittoria può essere ottenuta contro i talebani fino a quando questi godano di un rifugio sicuro in Pakistan.
  • La coesione Talebana – L’elezione di Mansour a “comandante dei fedeli” nell’estate 2015 ha aperto nel fronte talebano a una spaccatura non indifferente e foriera di defezioni. Per far fronte a tale situazione, Mansour ha cercato di dare credibilità alla propria leadership e nuova coesione al gruppo rigettando ogni opzione di dialogo con Kabul e abbracciando invece una strategia brutale di attacchi terroristici, scontri continui con le forze afghane e conquista territoriale. La sua uccisione lo scorso maggio è dunque avvenuta in una fase delicata della vita del gruppo Talebano, e i futuri sviluppi interni all’Afghanistan dipenderanno molto dalla coesione che il nuovo leader Akhundzada saprà dare al gruppo ereditato. Più Akhundzada saprà unificare i Talebani sotto la propria leadership, infatti, più le capacità di coordinamento, di pianificazione e di attuazione del gruppo aumenteranno e più diventerà difficile per l’ANSF sostenere lo scontro.
  • Decisioni di NATO e Stati Uniti – Il ridimensionamento dell’impegno occidentale in Afghanistan è stato accompagnato da un netto peggioramento della sicurezza interna al Paese, con un esercito e un’aviazione afghani non ancora in grado di combattere in modo autonomo contro nemici resistenti e ideologicamente motivati quali i Talebani. Tale situazione ha spinto il generale Nicholson (comandante delle forze USA in Afghanistan) a chiedere ad Obama un ripensamento del piano americano volto a ridurre ulteriormente le truppe in Afghanistan da 9800 a 5500. Un immediato ripensamento della strategia USA e NATO, che tenga conto della dimensione militare così come di quella civile e politica, e che eviti di trasformare la legittima non-intrusione negli affari afghani in abbandono de facto, è infatti necessaria per evitare che il deterioramento iniziato nel 2015 porti al collasso dello stato afghano nei prossimi anni. 

Fig.3- Il Governo di unità nazionale di Ghani e Abdullah è ancora debole e soprattutto gode di legittimità limitata agli occhi di larga parte della popolazione Afghana

Ulteriori variabili di cui tenere conto nel valutare gli equilibri di forze nel teatro afghano:

  • Ruolo dei power brokers Soprattutto nel Nord dell’Afghanistan operano leader politici e militari (Dostum e Atta, per citarne solo due) che, forti ognuno del supporto del proprio clan di appartenenza, combattono contro i Talebani e competono tra loro per il ruolo di security provider agli occhi della popolazione. La loro preminenza sulla scena locale è così sia la manifestazione di frammentazioni etnico-tribali secolari, sia il segno dell’incapacità del Governo di garantire estesa protezione. Un avvicinamento tra il Governo e i power brokers del Nord si pone allora come necessario per consolidare la legittimità di Kabul e rendere quindi più efficace lo sforzo militare contro il fronte talebano;
  • Ruolo dell’Haqqani Network –Dalla nomina di Sirajuddin Haqqani a vice di Mansour, il ruolo e l’influenza dell’Haqqani Network tra i Talebani è andato costantemente crescendo, e ciò si è tradotto in un aumento di attacchi contro la popolazione civile, sia in termini di frequenza che di brutalità. La recente morte di Mansour e l’ascesa di un nuovo leader difficilmente riusciranno a ridimensionare il ruolo degli Haqqani, che – tradizionalmente ostili ad ogni possibilità di negoziato e sostenitori della guerra totale a Kabul – potrebbero anzi sfruttare nuovi spazi di azione creati dall’attuale fase di transizione per aumentare gli attacchi ed esasperare ulteriormente lo scenario di sicurezza afghano;
  • Presenza e forza di ISIS – Entrato nel teatro afghano con il nome di ISIS Khorasan, è attualmente il nemico comune dei Talebani, di Al Qaeda e del Governo di Kabul. Al momento la sua presenza nel Paese è ancora limitata – sia in termini numerici che di estensione geografica –, ma una futura espansione dei suoi ranghi potrebbe avere nel breve-medio periodo l’effetto di indurre USA e NATO a ripensare il proprio intervento in Afghanistan, e nel lungo periodo potrebbe addirittura creare le basi per un dialogo Kabul-Taliban sulla base del comune interesse per l’annientamento di ISIS.

Marta Furlan

Foto: Defence Images

0 comments