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Banca centrale indiana: la rinuncia di Rajan

A inizio settembre scadrà il mandato di Raghuram Rajan alla guida della Reserve Bank of India (RBI), la Banca centrale indiana. Ma l’illustre economista ha annunciato a sorpresa di non voler ricandidarsi come governatore di tale importante istituzione, lasciando spiazzati sia esperti che mercati.

Sulla decisione di Rajan hanno probabilmente pesato l’ostilità del BJP e la freddezza del Governo Modi, che ha nicchiato a lungo sulla possibilità di una sua riconferma al vertice della RBI.

RINUNCIA A SORPRESA – Il 18 giugno scorso Raghuram Rajan ha finalmente sciolto ogni riserva sul suo futuro alla Reserve Bank of India (RBI), la Banca centrale indiana con sede a Mumbai. Nominato governatore dall’Esecutivo di Manmohan Singh nel 2013, Rajan ha infatti annunciato a sorpresa che non si ricandiderà per un secondo mandato al vertice della prestigiosa istituzione, tornando alla sua precedente vita di docente di economia all’Università di Chicago. La sua permanenza alla RBI si fermerà quindi agli inizi di settembre, aprendo un’incerta e difficile successione per uno dei massimi ruoli della governance economica indiana. Una decisione che ha lasciato di stucco gli esperti economici di mezzo mondo e che promette di avere serie ripercussioni sui principali mercati internazionali, già gravati dai timori sulla Brexit e dai segnali contraddittori sulla salute dell’economia cinese.
Solo qualche giorno prima, per esempio, l’Economist aveva caldeggiato apertamente la ricandidatura di Rajan, citando il suo ruolo chiave nello stabilizzare l’economia indiana dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e la sua grande popolarità presso il pubblico indiano. Allo stesso tempo una petizione online con sessantamila firme aveva chiesto direttamente una riconferma del governatore al Primo Ministro Narendra Modi, dandogli altri due anni per portare a termine la sua ambiziosa riforma del sistema creditizio nazionale. Ma questi endorsement non hanno avuto alcun effetto sul Governo di New Delhi, che ha continuato a rimandare ogni decisione definitiva sull’argomento adducendo non meglio precisati “motivi amministrativi”. Il risultato di questa scelta attendista è stato quello di alimentare continue speculazioni sul futuro del governatore e di deprimere la rupia sui mercati internazionali, preoccupati dall’incertezza sul futuro delle politiche monetarie indiane. Ed è probabilmente in risposta a tale clima d’ansia che Rajan ha infine deciso di fare piazza pulita di ogni dubbio sulla sua posizione, rinunciando pubblicamente a guidare la RBI nei prossimi anni.

Fig. 1 – Raghuram Rajan, Governatore della Banca centrale indiana dal 2013

LOTTA ALL’INFLAZIONE E RIFORME BANCARIE – È un epilogo curiosamente amaro per quella che è stata una delle migliori performance alla guida della Banca centrale indiana negli ultimi trent’anni. Studioso di finanza corporativa ed ex economista capo al Fondo Monetario Internazionale (FMI), dove fu tra i pochi a prevedere la grave crisi del 2008, Rajan è stato infatti un governatore serio, competente e tenace, sempre pronto a sfidare le opinioni consolidate del mondo politico per portare avanti le riforme da lui ritenute necessarie per il benessere dell’economia indiana. Grazie al suo impegno deciso, il tasso d’inflazione nazionale è sceso dal 10% al 6% in meno di diciotto mesi, consentendo una ripresa dei consumi interni e degli investimenti esteri. In parte, questo significativo calo dell’inflazione è dovuto anche alle recenti contrazioni dei prezzi delle materie prime, che hanno permesso all’India di alimentare a basso costo la sorprendente crescita del proprio PIL annuale (+7.5% nel 2015, secondo dati ufficiali del Governo indiano). Ma le riforme creditizie promosse dalla RBI hanno comunque incoraggiato un clima economico più disteso e favorito l’adozione di misure efficaci per il contenimento dei prezzi, specialmente di quelli alimentari. Condotte con paziente gradualità, tali riforme hanno anche reso più facili i movimenti di denaro all’interno del Paese e hanno portato a una crescita significativa delle riserve valutarie della Banca centrale indiana (oggi intorno ai 363 miliardi di dollari). Inoltre esse hanno imposto standard di maggiore trasparenza e competitività a un settore bancario tradizionalmente caotico e opaco.

Fig. 2 – Il Primo Ministro indiano Narendra Modi, i cui rapporti con Rajan sono stati spesso segnati da diffidenza e ambiguità

Le banche indiane sono infatti soggette a leggi e regolamenti straordinariamente complicati, che alimentano la corruzione e permettono l’accumulo di alti livelli di debito pericolosi per la sopravvivenza degli stessi istituti di credito. Rajan e i suoi collaboratori hanno quindi cercato di costringere le banche più esposte a riconoscere la gravità della propria situazione e a richiedere il pagamento dei debiti contratti dai propri clienti più facoltosi. Inoltre il Governatore della RBI ha optato per una politica monetaria relativamente flessibile, cercando di non controllare troppo le oscillazioni della rupia sul mercato dei cambi, ma di sfruttarne gli effetti a sostegno della crescita economica nazionale. Una scelta che si è spesso rivelata vincente, consentendo alla valuta indiana di riassestarsi in tempi brevi su buoni livelli sia contro il dollaro che contro lo yen.

L’OSTILITÀ DEL BJP E IL SILENZIO DI MODI – Eppure tutti questi risultati positivi non sono bastati a Rajan per assicurarsi la riconferma al vertice della RBI. Anzi, il Governo Modi ha ignorato per settimane la questione, opponendo qualsiasi tipo di ostacolo tecnico alle richieste (discrete) del Governatore e mostrando scarso interesse per il futuro della Banca e delle sue riforme creditizie. Fino alla resa dello stesso Rajan, espressa in una lettera aperta allo staff della RBI.

Fig. 3 – Subramanian Swamy, esponente di spicco del BJP e nemico acerrimo di Rajan e delle sue politiche economiche

I motivi di tanta freddezza verso il governatore sono essenzialmente due. Anzitutto, Modi e i suoi ministri sono spesso entrati in conflitto con Rajan e le sue scelte di politica economica, giudicate troppo “rischiose” o politicamente “inopportune”. Il ripetuto rifiuto della  RBI di tagliare eccessivamente i tassi d’interesse, per esempio, ha provocato malumori e furiose polemiche interne al Governo. Pur rispettando la professionalità del governatore, Modi non ha mai nascosto la sua profonda diffidenza verso una personalità eccessivamente indipendente e senza peli sulla lingua, pronta a rimettere continuamente in discussione – seppure cordialmente – diversi punti centrali della strategia economica del suo Governo. Un atteggiamento sospettoso condiviso anche dal ministro delle Finanze Arun Jaitley e che ha finito per compromettere seriamente il rapporto di collaborazione tra Rajan e New Delhi. Ma a pesare di più contro la riconferma del governatore è stata la vera e propria campagna d’odio lanciata da diversi esponenti del BJP, il partito del Premier, contro l’ex docente dell’Università di Chicago. Per politici nazionalisti come Subramanian Swamy, ex ministro del Commercio nel Governo di Chandra Shekhar, Rajan è infatti troppo poco “indiano” per esercitare il suo ruolo guida alla RBI. La sua educazione americana e le sue idee politiche liberali lo rendono uno “straniero” pericoloso per il futuro dell’economia indiana e un’influenza perniciosa per il carattere indelebilmente “indù” del Paese. Da tali premesse è partita quindi una campagna sistematica di denigrazione del Governatore e dei suoi risultati economici, che ha raggiunto l’apice con le accuse – da parte di Swamy – di avere rovinato l’economia nazionale e di non essere del tutto “mentalmente indiano”. Né Modi né Jaitley hanno fatto molto per stigmatizzare o silenziare tali attacchi, aumentando l’isolamento del Governatore e spingendolo infine a gettare la spugna. Su Twitter Swamy ha espresso soddisfazione per l’abbandono di Rajan e ha promesso lo stesso trattamento per altri alti funzionari statali nominati dal Governo Singh prima della vittoria elettorale di Modi nel 2014.

Fig. 4 – Rajan a colloquio con l’allora Ministro delle Finanze Chidambaram al G20 di Sydney del 2014

Ora le prospettive per il futuro della RBI e dell’economia indiana appaiono estremamente incerte. Secondo molti analisti, la “Rexit” – cioè l’uscita di Rajan dalla Banca centrale indiana – avrà costi significativi sui mercati e impedirà quelle riforme bancarie assolutamente necessarie per garantire al Paese una crescita economica stabile e sana. Pesa poi il messaggio negativo mandato dal Governo Modi a investitori e aspiranti burocrati, ovvero che competenza e merito valgono poco contro gli interessi politici del Primo Ministro e del suo Partito. È chiaro infatti che chiunque verrà scelto come successore di Rajan alla RBI sarà pesantemente sottoposto al controllo di Modi e agli umori dei suoi Ministri. Uno sviluppo soddisfacente per il Premier, che conferma la sua presa sulla macchina statale indiana, ma estremamente rischioso per la tenuta della crescita indiana e per i fragili equilibri economici dell’Asia meridionale.

Simone Pelizza

Un chicco in più

Fondata dalle autorità coloniali britanniche nel 1934, la Reserve Bank of India si occupa della politica monetaria della rupia indiana e collabora con il Governo centrale di New Delhi nella formulazione delle politiche economiche nazionali. È soggetta a un organo direttivo di 21 persone: 1 governatore, 4 vice-governatori, 2 rappresentanti del Ministero delle finanze, 10 direttori nominati dal Governo e 4 direttori rappresentativi di direttivi regionali sparsi nelle maggiori città del Paese (Mumbai, Kolkata, Chennai e New Delhi).

Le nomine del direttivo, inclusa quella del governatore, sono prevalentemente di tipo politico, anche se non mancano considerazioni tecniche nella scelta dei vari funzionari. Il governatore esercita un mandato triennale che può essere riconfermato alla scadenza per altri due anni. La riconferma può essere comunicata dal Governo indiano addirittura sette mesi prima la scadenza del mandato.  

Foto: International Monetary Fund

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