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Il fenomeno migratorio nel Sud-est asiatico

Non solo l’Europa, ma anche il Sud-est asiatico fa da tempo i conti con il progressivo incremento dei flussi migratori. 

L’ASEAN, organizzazione intergovernativa distintasi finora più per i risultati economici che politici, intende trovare una soluzione definitiva all’accoglienza e al reinsediamento dei migranti irregolari provenienti soprattutto dal Myanmar. Tutto questo, però, si scontra sia con le riserve apposte dai vari Governi della regione sia con la debolezza politica ed identitaria dell’Associazione

UN VAGO IMPEGNO A COOPERAREAnche per l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è tempo di bilanci in tema di immigrazione illegale e controlli alle frontiere. Durante un’intensa sessione di lavoro spalmata in due giorni, le delegazioni dei dieci Governi ASEAN convenute a Muntinlupa City (Filippine) nel giugno di quest’anno hanno discusso principalmente della condizione dei lavoratori migranti del Sud-est asiatico e del traffico di esseri umani (soprattutto dei soggetti più deboli quali donne e bambini), autentici punti dolenti della regione. Tuttavia, a margine di questo importante vertice inter-statale, ampio spazio ha rivestito la questione delle migrazioni, con l’attenzione dei funzionari focalizzata sulle motivazioni che spingono migliaia di migranti (rifugiati, richiedenti asilo, sfollati) a lasciare il proprio Paese e sulle ripercussioni che tale fenomeno ha sulle società asiatiche che decidono di accogliere ingenti flussi di disperati in cerca di condizioni di vita migliori. Nel comunicato finale le delegazioni nazionali e le varie istituzioni regionali si sono impegnate a far fronte al problema degli sbarchi di massa e si sono accordate per creare un quadro giuridico regionale che preveda chiare procedure di asilo, una strategia concordata sulle espulsioni e una tutela effettiva dei diritti dei richiedenti asilo. La questione è assai delicata ed è considerata un vero e proprio tabù sfatato idealmente nel 2015, allorché la comunità internazionale si apprestò a condannare le espulsioni sommarie eseguite da alcuni Governi ASEAN nei confronti della minoranza birmana dei Rohingya. Ed ecco che il workshop di Muntinlupa si incunea in tale contesto storico senza il quale non è possibile comprendere il tentativo dell’Associazione di predisporre un sistema comune in grado di rendere uniformi le pratiche di riconoscimento e di trattamento di rifugiati e richiedenti asilo all’interno dell’area ASEAN. Una presa di responsabilità doverosa e, per certi aspetti, tardiva su un tema dove molto frequenti sono le azioni unilaterali da parte dei singoli Paesi che – agendo in totale spregio dello spirito comunitaristico dell’Associazione – si fanno beffe della cooperazione interstatale per preservare peculiari interessi di politica interna. La risoluzione del problema migranti ha radici profonde e risulta essere ora più che mai necessaria se pensiamo che l’Asia è il continente che più di tutti nel mondo ha dato ospitalità ai migranti: 3,5 milioni rifugiati (su un totale di 21 milioni a livello mondiale), 1,9 milioni di cosiddetti Internally Displaced People (IDP) e 1,4 milioni di apolidi. I migranti e rifugiati asiatici, appartenenti il più delle volte a minoranze etniche e religiose, provengono principalmente da Afghanistan e Myanmar. Nella grande sub-regione del Mekong (più comunemente, Indocina) il confine che divide Myanmar dal Regno di Thailandia (a nord-ovest) e la frontiera tra quest’ultimo Paese e la Cambogia (a sud-est) sono i più varcati del Sud-est asiatico. Tuttavia, il 70% dei flussi che interessano la regione hanno per protagonisti migranti di nazionalità di uno dei dieci Paesi ASEAN, in controtendenza rispetto a quanto avvenuto nei due decenni passati. In realtà, una piena consapevolezza del fenomeno migratorio si ebbe già nel 1999, in occasione della firma della Dichiarazione di Bangkok sul contrasto all’immigrazione illegale, documento di vasta portata sottoscritto dai membri ASEAN e da altri Paesi della regione dell’Asia-Pacifico (Cina e Australia, per esempio). Nel testo della Dichiarazione si ravvisa una certa preoccupazione per l’aumento costante e progressivo dei processi migratori nella regione dovuto ai conflitti militari, alla recrudescenza delle persecuzioni religiose e ai disastri naturali. Inoltre, richiamandosi alla necessità di analizzare i motivi scatenanti il fenomeno migratorio, le sue manifestazioni e gli effetti positivi e negativi sui Paesi di origine dei migranti, su quelli di transito e di destinazione, la Dichiarazione impegna gli Stati aderenti a mettere in campo tutte le misure necessarie per trovare una soluzione “equilibrata” al problema.

Fig. 1 – Manifestanti di etnia Rohingya protestano a Kuala Lumpur per il riconoscimento della cittadinanza, giugno 2015

SOVRANITÀ E DIRITTI UMANI – Se in Europa la tendenza è stata la chiusura temporanea delle frontiere, il Sud-est asiatico non si è poi mosso in maniera tanto diversa. Prima di entrare nel merito, è opportuno tenere in considerazione alcuni aspetti. Primo, soltanto due Stati membri dell’Associazione (Cambogia e Filippine) hanno di fatto adottato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, alla quale stesura peraltro non hanno concorso. Secondo, finora si è evitato di pensare alla messa a punto di uno strumento giuridico che garantisse standard minimi di trattamento e protezione per rifugiati, richiedenti asilo, sfollati e apolidi. Da ultimo, nessuno dei Governi ASEAN ha men che mai mostrato di agire «in un autentico spirito di cooperazione internazionale», come recita un passaggio della stessa Convenzione ONU. Una motivazione interviene su tutte: il controllo dei confini nazionali e la definizione di quote di ricollocamento dei migranti sono materie di competenza esclusiva dei singoli Stati dell’Associazione, perciò resta valido il principio secondo cui qualsiasi istituzione o organo collegiale debba astenersi dall’interferire negli affari interni di uno Stato membro. La non ingerenza nelle questioni prettamente interne si configura quale principio cardine dell’impalcatura istituzionale dell’Associazione, che la rende talvolta impotente davanti a problemi centrali che richiedono una decisa presa di posizione. Nel biennio 2014-15, l’UNHCR ha registrato circa 95.000 sbarchi di navi-peschereccio alla deriva nel Mare delle Andamane e nel Golfo del Bengala, avendo Thailandia e Malesia come principali siti di approdo. La Thailandia rimpatria deliberatamente ogni anno centinaia di rifugiati e richiedenti asilo appartenenti a diversi gruppi etnici – Rohingya, Lao Hmong, Khmer Krom e Chin. La Malesia, invece, offre ospitalità a quasi 140.000 rifugiati provenienti dal Myanmar (di cui 75.000 Rohingya), su un totale di 154.000 stranieri registrati nel Paese, privi loro malgrado dei documenti anagrafici e del diritto di cittadinanza. Come riportato da varie organizzazioni non governative, i membri della minoranza Kaichin sono vittime di angherie ed intimidazioni da parte delle forze di sicurezza locali, sistematicamente minacciati con l’arresto nel tentativo di estorcere loro del denaro. Stesso discorso vale per i Rohingya, minoranza presa di mira sia in patria che in Malesia, dove l’accesso alle cure di primo soccorso sono possibili solo grazie all’ottenimento di un documento di identità da parte dell’Agenzia ONU per i rifugiati di Kuala Lumpur. Un viaggio con partenza dal Bangladesh o dal Myanmar e arrivo in Malesia costa mediamente attorno ai 2.000 dollari a persona, per un giro di affari che si aggira attorno ai 100 milioni di dollari ogni anno. Tant’è vero che il traffico di migranti nel Sud-est asiatico supera quello del commercio illegale di armi e dello spaccio di droga. Prima della sua cattura, il re incontrastato del settore era tale Patchuban Angchotipan, leader di un’organizzazione criminale transnazionale finito in carcere con l’accusa di traffico di migranti, caricati su barconi in Thailandia con destinazione proprio la Malesia. Tuttavia, benché i Governi abbiano dimostrato di essere poco inclini ad allentare le restrizioni alla libera circolazione delle persone nello spazio ASEAN, apponendo molto spesso ragioni di ordine sanitario (rischi di trasmissione di malattie come malaria, tubercolosi e AIDS/HIV dove queste sono state da tempo debellate), l’Associazione si è munita nel 2012 della Dichiarazione sui diritti umani, che alcuni hanno visto come un primo passo per la definizione di un sistema regionale di tutela dei diritti umani fondamentali. Tale dichiarazione sancisce per la prima volta nel panorama asiatico il diritto di ciascun individuo a ricevere l’assistenza necessaria per l’ottenimento dell’asilo in uno Stato membro dell’Associazione, nel rispetto delle leggi nazionali dello Stato di approdo e degli accordi internazionali vigenti. In questo senso, la protezione da accordare ad un rifugiato e richiedente asilo sarebbe da considerare alla stregua di un diritto umano fondamentale. Firmato a Phnom Penh, il documento contiene ulteriori importanti passaggi, nei quali si riconoscono agli individui una serie di diritti fondamentali: la libertà di circolare e risiedere liberamente entro i confini del proprio Paese d’origine (misura che interessa soprattutto gli IDP); la possibilità di ricevere asilo o assicurare che il Paese di arrivo prenda in considerazione tale domanda (in osservanza sempre delle legislazioni nazionali); la libertà di lasciare o di fare rientro nel proprio Paese di origine. La Dichiarazione è un utile seppur timido strumento per conformarsi alla legislazione internazionale in difesa dei diritti fondamentali degli individui e dei gruppi etnici, ma rimane comunque il fatto che nessun degli articoli ivi contenuti preveda delle “soluzioni durevoli per i migranti” (come ad esempio, quote annuali di reinsediamento dei rifugiati) come auspicato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi.

Fig. 2 – Il nuovo Presidente del Myanmar, Htin Kyaw, e la nuova Consigliera di Stato, Aung San Suu Kyi. Tra i primi obiettivi del nuovo Governo democratico birmano vi è il graduale riconoscimento dei diritti fondamentali delle tante minoranze etniche che vivono nel Paese

LAVORATORI MIGRANTI – Quanto ai lavoratori migranti, i principali Paesi ASEAN di destinazione sono la Thailandia, la Malesia e Singapore. Come c’è da aspettarsi, i lavoratori qualificati di Malesia e Filippine si dirigono verso Singapore, mentre i lavoratori poco istruiti della regione vanno normalmente ad ingrossare il tessuto sociale di Thailandia e Malesia, le cui economie in ascesa necessitano fortemente di manodopera a basso costo da impiegare nei settori dell’agricoltura e della pesca. Mancando al momento un accordo generale che regoli la mobilità della forza-lavoro e istituisca una legislazione volta a preservare i diritti fondamentali dei lavoratori migranti del Sud-est asiatico, i Governi ASEAN fanno molto spesso affidamento su accordi bilaterali o memorandum di intesa che contemplano al loro interno dettagliate procedure burocratiche riservate ai lavoratori stranieri che si spostano da un Paese ASEAN all’altro per ragioni economiche (es. criteri di selezione e procedure di assunzione, disposizione di quote annuali riservate a lavoratori qualificati extra-comunitari, etc.). Peraltro, la graduale apertura del Myanmar al mondo globalizzato ha dato una boccata di ossigeno all’economia dell’Unione che comincia ad attrarre gli investitori esteri e, al tempo stesso, ha permesso ai Paesi limitrofi di attingere manodopera da questo importante bacino di forza-lavoro, dando ulteriore impulso alla formazione della comunità economica ASEAN (ASEAN Economic Community) il cui completamento è previsto entro il 2020. Per contro, questa tendenza si scontra con la disposizione di legislazioni nazionali intese a preservare la manodopera locale. In generale, resta difficile valutare in termini economici l’apporto offerto dai lavoratori migranti alle economie dei Paesi ospitanti, essendo gran parte di essi impiegati nell’economia informale.

Fig. 3 – Il ministro degli Esteri australiano, Julie Bishop (a sinistra), e la sua controparte indonesiana, Retno Marsudi (a destra), durante la conferenza stampa congiunta dell’ultimo Bali Process, marzo 2016

IL BALI PROCESS – Le migrazioni nello spazio ASEAN non conoscono sosta e, anzi, molti esperti prevedono un tendenziale incremento del fenomeno. L’Indonesia è il principale Paese di transito per i flussi di immigrazione illegale diretti verso l’Australia, meta preferita da molti migranti del Sud-est asiatico e del Medio Oriente. Nel 2015 i rifugiati e richiedenti asilo presenti nell’arcipelago sono stati 13.000 e i numeri non hanno fatto che aumentare nel corso degli ultimi mesi con l’arrivo dal Myanmar e dal Bangladesh di nuovi migranti Rohingya. Indonesia e Australia cooperano dal 2002 sul tema dell’immigrazione illegale stabilendo a tal proposito il Bali Process, forum di dialogo internazionale che intende governare il fenomeno migratorio e arrestare il profittevole traffico di esseri umani nella regione dell’Asia-Pacifico. Al VI Summit ministeriale del 22-23 marzo di quest’anno, i ministri degli Esteri dei rispettivi Paesi hanno posto l’accento sulla condivisione di informazioni sui migranti e sulle rotte che essi solitamente percorrono per raggiungere le coste dell’Australia, dando seguito ad una best practice consolidata di medio-lungo periodo che consenta di migliorare il coordinamento tra le polizie di frontiera dei 48 Paesi membri del forum. Le delegazioni di entrambi i Governi intendono trarre vantaggio dalla cooperazione per facilitare anzitutto le disposizioni per il rimpatrio. Il Governo di Canberra destina ogni anno milioni di dollari per far fronte all’emergenza migranti e ha messo in campo dalla fine del 2013 un’operazione militare di pattugliamento delle coste denominata Sovereign Borders. La Marina militare australiana è autorizzata a respingere i migranti irregolari verso la Papua Nuova Guinea, Nauru e Christmas Island, dove sono stati installati centri di detenzione offshore sotto il loro stretto controllo. Centri di cui, talora, Human Rights Watch ha denunciato pubblicamente le condizioni degradanti al limite dell’indecenza. I così chiamati Illegal Maritime Arrivals (IMA) approdati nelle coste australiane da inizio 2014 sono circa 30.500. Siamo di fronte ad un’inasprimento delle politiche australiane relative alla lotta all’immigrazione irregolare, in un Paese in cui il tema è estremamente sensibile ed è di frequente rispolverato dai partiti politici in campagna elettorale per far breccia su un elettorato tendenzialmente conservatore riguardo alla difesa del proprio fortino nazionale dalla vera o presunta invasione straniera di massa. E questo nonostante il Paese sia stato terra di migrazione con il 28% della popolazione residente di origini straniere. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) l’Oceania concede ospitalità a 6 milioni di persone. Il Governo conservatore dell’ex Primo ministro Tony Abbott ha stanziato, nel maggio 2015, finanziamenti extra per un totale di 6 milioni di dollari australiani a sostegno dei rifugiati del Sud-est asiatico, aiuti questi che si sommano ai 42 milioni già previsti dal budget federale del biennio 2015-16.

Raimondo Neironi

Un chicco in più  

Negli ultimi mesi si è discusso molto di ricollocamento dei rifugiati siriani in Europa sulla base di un sistema vincolante di quote. Un’idea di questo tipo fu concepita e messa in pratica anche dopo la fine della guerra del Vietnam, in un’iniziativa internazionale che il settimanale The Economist ha giudicato tra quelle di maggior successo del secondo dopoguerra. In vent’anni, tra il 1975 e il 1995, i Governi di Stati Uniti, Canada, Francia ed Australia hanno concesso asilo a circa 1,3 milioni di persone in fuga dai regimi comunisti di Vietnam, Laos e Cambogia. 

 

Foto di copertina di AK Rockefeller pubblicata con licenza Attribution-ShareAlike License

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