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Mali: le missioni di pace non arrestano il terrorismo

In 3 sorsiIl terrorismo in Mali non sembra fermarsi di fronte alle missioni ONU che dal 2012 si susseguono nel Paese e l’Accordo di Algeri del 2015 non ha assicurato la stabilità come promesso.

1. ESCALATION DI VIOLENZA – Nell’ultimo mese un’ondata di violenza ha investito la parte centro-settentrionale del Mali. Il 13 giugno otto combattenti islamici sono morti in uno scontro a fuoco con milizie filo-governative. Il 18 maggio cinque caschi blu di origine ciadiana erano stati uccisi e altri tre feriti in un’imboscata ad Aguelhok. Solo una settimana prima il colonnello Salif Baba Daou insieme a un soldato maliano perdevano la vita sulla strada tra Gossi e Hombori, nella regione di Gao, dove il loro convoglio è saltato in aria. Il 29 maggio altri cinque caschi blu di origine togolese hanno subito un’imboscata nella regione del Mopti, nel centro del Paese. Appena due giorni dopo, l’esplosione di una mina è costata la vita a cinque soldati maliani tra Ansongo e Indelimane. Dall’inizio dell’anno sono stati registrati nella regione di Kidal almeno una dozzina di attacchi nei confronti della MINUSMA (UN Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), l’operazione ONU che nel luglio 2013 ha sostituito la precedente AFISMA nella lotta al terrorismo e nella stabilizzazione politica del Mali. L’escalation di violenza ha allertato il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, che il 2 giugno ha chiesto l’invio di 2.500 caschi blu supplementari per rafforzare i contingenti MINUSMA. A fine giugno il Segretario Generale sarà chiamato a decidere del rinnovamento di quella che si è rivelata una delle missioni con più alto tasso di mortalità nella storia delle Nazioni Unite.

Fig. 1 – Caschi blu di guardia all’aeroporto di Timbuktu, 4 febbraio 2016, giorno in cui la città celebrava la ricostruzione dell’antico mausoleo distrutto durante l’invasione terroristica del Nord del Mali.

2. UN PAESE NEL CAOS – Il 20 giugno 2015 il Governo di Bamako e i ribelli tuareg del Nord hanno siglato l’Accordo di Algeri con cui si proponevano di collaborare per sconfiggere la minaccia terroristica e ristabilire l’ordine. Nel 2012, infatti, forti dell’alleanza con alcuni gruppi jihadisti, gli indipendentisti uniti nel Movimento per la liberazione dell’Azawad (MNLA) dichiaravano l’autonomia della parte settentrionale del Mali. Ben presto, tuttavia, l’alleanza con i jihadisti venne meno: i gruppi vicini ad al-Qaeda si impossessarono dei territori liberati imponendo l’applicazione della sharia. Il MNLA avviò le trattative con il Governo per fare fronte comune contro l’espansione dei terroristi. Sfortunatamente, le forze della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) non sono state in grado da sole di fermare l’avanzata jihadista. Nel gennaio 2014 la Francia ha dunque lanciato l’operazione Serval per fornire sostegno militare e logistico alle forze maliane e ristabilire la sovranità del Governo nazionale nelle regioni del Nord. Dopo aver disperso le milizie terroristiche, nell’aprile 2013, è stata avviata l’operazione MINUSMA, rimasta attiva anche dopo lo smantellamento della Serval, nel luglio 2014. Contemporaneamente è partita l’operazione Barkhane, in partenariato con i G5 del Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso) per coordinare gli sforzi regionali di sicurezza e lotta al terrorismo. A oggi la ridotta mobilità dei contingenti MINUSMA costituisce un grande limite e impedisce ai soldati di combattere efficacemente la struttura ramificata dei terroristi, le cui cellule sono dislocate e radicate in punti diversi del territorio.

Fig. 2 – Soldati maliani sorvegliano la strada tra Goundam e Timbuktu durante l’operazione La Madine 3 che fa parte dell’operazione Narkhane nel Sahel

3. LOTTA AI TERRORISMI – Le operazioni militari della Serval hanno disperso solo temporaneamente le milizie jihadiste, che restano numerose e spesso in competizione tra loro. Tra le principali spiccano Ansar Dine, emerso dai gruppi di combattenti tuareg rientrati dalla Libia, dove militavano al fianco di Gheddafi, e legati ad AQIM (al-Qaida nel Maghreb islamico); MUJAO (Movimento per l’unicità e il jihad in Africa occidentale) nato, invece, da una scissione di AQIM; el-Mourabitoun, emerso proprio nel 2013 durante l’occupazione del Mali settentrionale da parte di gruppi salafiti jihadisti e responsabile, per esempio, dell’attacco all’Hotel Radisson Blu di Bamako lo scorso novembre. A questi si aggiungono i gruppi separatisti del Nord come il già citato MNLA, che agisce nella coalizione del CMA, e le milizie filo-governative Ganda Goy e Gatia. Una rete complessa difficile da distruggere. Quel che invece è stato distrutto con estrema facilità è stata la fiducia nei confronti del presidente Ibrahim Boubacar Keita, eletto nel 2013. Inizialmente Keita aveva raccolto ampi consensi nazionali e internazionali, che si sono gradualmente scontrati con l’impossibile compito di riportare il Paese alla condizione di stabilità precedente al golpe del 2012. Solo l’aiuto di Algeria, Francia e ONU ha permesso al Governo di arginare almeno parzialmente il caos ed evitare il fallimento dello Stato. Tuttavia, se da una parte l’intervento internazionale è riuscito a confinare e disperdere i terroristi, dall’altro l’elevato numero di morti, il clima di terrore, l’assediamento da parte dei militari delle forze internazionali hanno arricchito la retorica jihadista, che si nutre di aneddoti sul colonialismo (in questo caso francese) e le conseguenze disastrose dell’ingerenza esterna. Il leader di el-Mourabitoun, Belmokhtar, aveva dichiarato nel 2015 di voler sconfiggere il “nemico crociato” e i suoi alleati ovunque nel mondo.

Fig. 3 – Il Presidente maliano Ibrahim Boubacar Keita abbraccia il portavoce del Movimento per la liberazione dell’Azawad Mahamadou Djery Maiga in seguito alla firma dell’Accordo di Algeri, 20 giugno 2015. Nonostante le trattative di pace siano andate a buon fine, il Paese non ha ancora recuperato la stabilità politica

Caterina Pucci

Un chicco in più

La caduta del regime di Gheddafi nel 2011 e la fuga dei soldati tuareg impegnati sul fronte libico e improvvisamente riversatisi in Mali hanno sicuramente facilitato l’avvento dei terroristi nel Nord del Paese. Tuttavia la loro straordinaria capacità di resistenza e la labilità dei confini tra un gruppo e l’altro – i terroristi cambiano spesso l’affiliazione per disperdere le loro tracce – li rendono una minaccia concreta e in espansione anche verso il Sud del Paese. Interessi molteplici si intrecciano nel bel mezzo del Sahel, tra traffico di armi e di droga. Al-Qaida e IS hanno tutto l’interesse a prendere il controllo dei movimenti di una regione che la posizione geografica rende inaccessibile agli esterni, dunque perfetta per il proliferare di attività illegali e gruppi armati.

Foto: Mission de l’ONU au Mali – UN Mission in Mali

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