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Congo, il presidente Kabila non cede il passo

L’opposizione si organizza e scende nelle piazze per protestare contro un possibile slittamento delle elezioni. Mentre Washington prova ad applicare sanzioni contro i funzionari congolesi, l’Europa tentenna.

UN TENTATIVO PER IL TERZO MANDATO – Joseph Kabila ha assunto la carica di Presidente della Repubblica democratica del Congo nel 2001, succedendo al padre Laurent-Désiré Kabila, assassinato da una sua guardia del corpo, Rashidi Muzele, nel contesto dell’allora guerra civile. A seguito del tragico evento, Joseph guidò, all’età di 29 anni, un Governo di transizione che portò il grande Paese centrafricano alle prime libere elezioni dopo 40 anni.
Nel 2006 il giovane politico riuscì a trionfare contro il suo sfidante Jean Pierre Bemba e nelle successive elezioni del 2011 venne riconfermato al suo ufficio, battendo il partito d’opposizione Union Pour la Démocratie et le Progrès Social (UDPS).
Ora, dopo due conferme elettorali, in base alla Costituzione del 2006 Kabila è al suo ultimo mandato e deve indire nuove elezioni che dovrebbero tenersi nel novembre di quest’anno.
Tuttavia sembra che il 45enne capo di Stato non abbia molta voglia di cedere il potere, e a cinque mesi dalla tornata elettorale il Governo non ha ancora iniziato a organizzare le consultazioni, sostenendo che sarà quasi impossibile rispettare i tempi: da un lato bisogna procedere alla registrazione di tutti gli elettori, dall’altro mancano i fondi, perché il Governo prevede che andare alle urne costi almeno un miliardo di dollari.
Come alternativa il Presidente ha proposto un dialogo nazionale per trovare un consenso su come affrontare le future sfide del Paese, mentre il suo alleato Henri Mova Sakani ha ventilato la proposta di tenere un referendum costituzionale per modificare il numero dei mandati del capo dello Stato.
I partiti d’opposizione, però, hanno respinto quest’ultima proposta, considerandola come un inganno che Kabila vuole usare per rimare al potere il più a lungo possibile tramite manovre dilatorie.

Fig. 1 – Il Presidente della RDC, Joseph Kabila

LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE – In maggio duecento membri del partito governativo (Il Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia) hanno chiesto alla Corte costituzionale di intervenire sul caso. I giudici si sono espressi citando l’articolo 70 comma 2 della Carta, il quale prevede che il capo dello Stato uscente rimanga in carica fino all’elezione e all’insediamento di un nuovo eletto. Il Presidente della Corte, Luamba, ha specificato che «seguendo il principio della continuità e per evitare un vuoto di potere, l’attuale capo di Stato resta in funzione fino a un nuovo insediamento». È quindi palese che in seguito a questa sentenza Kabila manterrà i suoi poteri fino a che non avverranno nuove elezioni, e per questo motivo l’esecutivo sta cercando di posticiparle il più possibile (si parla addirittura di 16 mesi).

L’OPPOSIZIONE – Nel frattempo le principali fazioni di opposizione (UDPS, Opposizione Dinamica, G7 e Alternativa Dinamica) hanno organizzato una nuova coalizione in grado di sfidare il partito del Presidente con la guida del veterano Tshisekedi, che già affrontò Kabila alle elezioni del 2011. Gli esponenti di questi partiti hanno accolto con sdegno la sentenza della Corte, bollandola come un colpo di Stato democratico e appellandosi all’articolo 75 della Costituzione, che dichiara: «In caso di vacanza di potere per cause di decesso, di dimissioni o per tutte le altre cause di impedimento definitivo, le funzioni del presidente della Repubblica sono provvisoriamente svolte dal Presidente del Senato». In segno di protesta contro il verdetto e contro il tentativo dell’esecutivo di posticipare la consultazione democratica si sono tenute manifestazioni in tutto il Paese. Nella capitale Kinshasa si è svolto l’unico corteo autorizzato del Paese, ma ciononostante si sono verificati duri scontri tra la polizia e i manifestanti, i quali hanno risposto alle cariche e ai gas lacrimogeni con lanci di pietre e bastoni. In seguito le Forze dell’ordine hanno dichiarato che i manifestanti sono stati caricati perché avevano deviato dal percorso preventivamente concordato. Disordini si sono verificati anche a Lubumbashi, seconda città del Congo e roccaforte dell’opposizione, e a Goma, nell’Est del Paese, dove un poliziotto e un contestatore sono morti durante gli scontri e altre due persone sono state ferite.

Fig. 2 – Étienne Tshisekedi, a capo della coalizione contro Joseph Kabila

LA RISPOSTA INTERNAZIONALE – La comunità internazionale è preoccupata che la decisione del Presidente di posticipare le elezioni e le correlate proteste facciano ripiombare il Paese nel caos, dopo i conflitti che hanno insanguinato lo Stato centrafricano nel 1996 e il 2003 e che hanno causato la morte di milioni di persone. Tuttavia le maggiori potenze non sono unite sulle soluzioni da adottare. Un gruppo di senatori americani appartenenti al Partito democratico e l’inviato speciale del Dipartimento di Stato per la Regione dei Grandi Laghi, Tom Perriello, hanno chiesto al Presidente Obama di imporre sanzioni mirate (tra cui il blocco dei visti e il congelamento dei beni) nei confronti di quei funzionari che si reputeranno responsabili di compromettere il processo democratico e di violare i diritti umani.
L’Europa, invece, presenta come sempre un fronte diviso. Secondo i diplomatici americani il Regno Unito sarebbe il Paese dell’Unione più favorevole ad appoggiare un piano di sanzioni, mentre altri, tra cui quelli mediterranei capeggiati da Spagna e Italia, sarebbero più riluttanti.
Da Washington trapelano quindi preoccupazioni. Senza la partecipazione di un’UE compatta, infatti, eventuali sanzioni avrebbero poco effetto, dato che molti funzionari congolesi posseggono capitali nel Vecchio continente, anche per il passato coloniale belga del Congo.
Un passaggio per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si potrebbe rivelare irto di ostacoli per Washington, dato che Russia e Cina, i principali partner commerciali di Kinshasa, potrebbero porre il veto alle sanzioni. Da parte sua il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha invitato tutte le nazioni dell’Africa centrale a esprimere le proprie opinioni pacificamente sul caso, aggiungendo anche che l’ONU è pronta a contribuire a promuovere il dialogo politico tra le varie fazioni congolesi.
Ciononostante i vicini di Kinshasa sono rimasti silenti – e non avrebbero potuto fare altrimenti, dato che i Presidenti di Ruanda e Congo-Brazzaville hanno già modificato la Costituzione per conto loro, al fine di rimanere al potere per un terzo mandato.

Matteo Nardacci

Un chicco in più

Le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo dovrebbero tenersi il 27 novembre 2016.

Foto: GovernmentZA

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