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Kirghizistan: timidi passi verso la democrazia

A quasi sei anni dal referendum costituzionale, il Kirghizistan è una Repubblica parlamentare gravemente condizionata da un’ampia serie di problemi irrisolti, nonostante il costante supporto dell’Unione Europea. Ma in che modo si articola tale supporto? E cosa può offrire il Kirghizistan a Bruxelles?

TIMELINE: 2010-2016 – 27 giugno 2010: il 90% della popolazione del Kirghizistan approva con referendum la nuova costituzione che dovrebbe ampliare i poteri del Parlamento a scapito di quelli del Capo dello Stato. La vittoria schiacciante della riforma costituzionale vara l’inizio di una nuova stagione politica per la repubblica ex sovietica dell’Asia Centrale, alle prese con affanni economici, dispute etniche e annose rivalità regionali. Dietro le spalle anche un passato tormentato dalle due rivoluzioni che nel 2005 e nel 2010 avevano indotto alla fuga due Presidenti, rispettivamente Askar Akayev a Mosca e Kurmanbek Bakiyev a Minsk. La svolta viene acclamata dalla Presidente ad interim Roza Otunbayeva come l’inizio di «una vera democrazia popolare»: a una donna l’incarico di spezzare le strutture autoritarie dell’ancien regime, nell’intento di rendere il Kirghizistan – almeno in linea teorica ­­– la prima repubblica parlamentare dell’Asia Centrale.
30 ottobre 2011: dopo circa un anno e sei mesi di Presidenza ad interim, il Kirghizistan va alle urne ed elegge con quasi il 63% delle preferenze il leader del Partito Social Democratico Almazbek Atambayev, Presidente in carica fino alle prossime elezioni del 2017.
8 aprile 2014: la Repubblica del Kirghizistan è il primo Paese dell’Asia Centrale ad acquisire lo status di partner per la democrazia in seno all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ed ha ricevuto fin dal 2010 il supporto della UE per la stabilizzazione della neonata democrazia parlamentare.
4 ottobre 2015: tra i 14 partiti in corsa per le elezioni parlamentari, solo 6 riescono a superare la soglia di sbarramento fissata al 7% sul piano nazionale, mentre il 27, 56% dei voti è conquistato dal Partito Social Democratico. Segnali di apprezzamento per la regolarità delle procedure di voto e per il rispetto della trasparenza vengono espressi dagli osservatori internazionali.
20 aprile 2016: sulla scia della rinnovata Strategia dell’Unione Europea per l’Asia Centrale e dei preesistenti impegni tra il Paese e Bruxelles, l’inizio di una più intensa cooperazione bilaterale può essere senza dubbio agevolata dai due accordi sottoscritti a Biškek dal ministro delle Finanze della Repubblica del Kirghizistan, Asylbek Kasymalieva, e dal Capo dipartimento per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo in Asia Centrale presso la Commissione europea, Jobst von Kirchmann. Il primo è volto a garantire che l’istruzione fornita nelle scuole kirghise sia in grado di soddisfare le esigenze imposte dal mercato del lavoro. Il secondo, che si focalizza sulla democrazia, mira a sostenere adeguatamente la politica nazionale per offrire elezioni democratiche, inclusive e trasparenti.

Fig. 1 – Un cittadino kirghiso vota nel suo villaggio alle elezioni parlamentari del 2015

NON SOLO OPPORTUNITÀ DA COGLIERE – All’indomani dell’indipendenza dall’URSS, il profilo economico del Kirghizistan è stato sensibilmente indebolito dalla disgregazione della zona economica sovietica e dalla conseguente interruzione dei finanziamenti provenienti da Mosca. Solo in seguito, mediante lo sviluppo di un sistema orientato verso le regole del mercato, gli anni Novanta hanno condotto ad un aumento del livello di produzione, sebbene i rivolgimenti politici degli ultimi anni e le violente faide etniche mai stemperate dal tempo abbiano concorso ad aggravare il livello di povertà della popolazione.
Da questo punto di vista, la fertile Valle di Fergana è diventata il simbolo stesso dell’eterna instabilità che governa alcune aree della repubblica centroasiatica. Una terra di confine – un tempo frammentata dagli ingegneri staliniani tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan – nella quale si specchia una buona parte delle circa 80 minoranze etniche del Paese.
A distanza di sei anni, il perdurare delle ostilità nelle province meridionali mantiene vivo il ricordo della strage che, alla vigilia del referendum del 2010, aveva colpito il distretto sud-occidentale di Žalalabad ed in particolare la città di Osh, quest’ultima a maggioranza uzbeka.
Il rapporto tra il Kirghizistan e il limitrofo Uzbekistan è tradizionalmente animato da frequenti tensioni, che evidenziano la costante incapacità del Kirghizistan di proteggere le proprie frontiere dalla superiorità militare uzbeka. Peraltro, un ulteriore elemento che desta preoccupazione è rappresentato dalle pulsioni nazionaliste dei giovani kirghisi che contribuiscono ad aggravare le difficoltà di integrazione della comunità uzbeka, mantenuta sempre più distante dalla scena politica.
Del resto – al di là delle problematiche generate da un mosaico umano estremamente poliedrico e dalle rivendicazioni nazionalistiche – è certo che l’intera Asia Centrale sia pervasa da intrinseche debolezze strutturali di varia natura: la lentezza del processo di democratizzazione; la corruzione dilagante; il rischio della radicalizzazione islamica; le incognite sul futuro del vicino Afghanistan, solo per citarne alcune.
Tuttavia, in una regione in cui le derive autoritarie sono un dato di tutta evidenza, l’eccezione è proprio il Kirghizistan del Presidente Atambayev, al quale l’Europa tende la mano per investire su un Paese che – con opportuni distinguo rispetto alla tradizione euroccidentale – potrebbe trasformarsi in una realtà democratica.

Fig. 2 – Cittadini di etnia uzbeka fanno ritorno in Kirghizistan dopo il massacro di Osh, avvenuto nel giugno 2010

DA BRUXELLES A BISHKEK: PERCORSI DI COOPERAZIONE – Successivamente all’implosione dell’URSS, si è assistito all’instaurazione di una rete di relazioni diplomatiche tra Bruxelles e le neonate repubbliche indipendenti, che ha condotto nella maggior parte dei casi all’elaborazione di modelli di cooperazione bilaterale mediante la conclusione di singoli Accordi di Partenariato e Cooperazione (PCA). Peraltro, a partire dal 2007 l’interesse di Bruxelles verso i Paesi della regione centroasiatica travalica i confini della collaborazione bilaterale, in nome di valutazioni squisitamente strategiche. Difatti, ai cinque Stans dello spazio post sovietico è rivolta la Strategia dell’Unione Europea per l’Asia Centrale, la cui ultima revisione è stata adottata dal Consiglio dell’UE il 22 giugno 2015, al fine di inquadrare le nuove priorità per lo sviluppo stabile e sostenibile della regione.
In vigore dal 1999, il PCA tra l’UE e la Repubblica del Kirghizistan ha gettato le basi di un dialogo politico ed economico che, nel corso degli anni, ha progressivamente ampliato gli orizzonti di cooperazione, che attualmente spaziano dall’economia alle nuove tecnologie, dalla finanza alla cultura.
Tuttavia, la spina dorsale della partnership tra Bruxelles e Biškek è costituita dal supporto alla vita democratica del Paese e da un’ampia serie di azioni rivolte alla prevenzione e alla risoluzione delle dinamiche conflittuali: secondo i dati forniti dal Consiglio dell’UE, a partire dal 2010 oltre 18 milioni di euro sono stati impiegati nella stabilizzazione e nel sostegno alla democrazia. Negli ultimi anni, il Blocco dei 28 ha dunque mobilitato ingenti risorse finanziarie per supportare la redazione della nuova Costituzione e l’attuazione delle riforme che hanno interessato vari settori, tra i quali anche l’apparato giudiziario.
E proprio lungo questo percorso trova collocazione il richiamato Programma per la Democratizzazione attraverso la riforma elettorale, centro nevralgico dell’accordo recentemente sottoscritto.
Nondimeno, anche le operazioni umanitarie guidate dall’UE si sono focalizzate sul raggiungimento di obiettivi-chiave di fondamentale rilevanza, contribuendo a smorzare l’impatto dei focolai di violenza che interessano in modo particolare le aree di confine ed anche a fornire assistenza sociale e sanitaria alle persone colpite dalla recrudescenza degli scontri inter-etnici degli ultimi anni.

Fig. 3 – Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker accoglie a Bruxelles il Presidente kirghiso Almazbek Atambayev, 27 marzo 2015

IL VERO RUOLO DEL KIRGHIZISTAN: COSA SI ASPETTA, COSA PUÒ OFFRIRE – La storia recente del Kirghizistan dimostra come sia possibile aprire una breccia nella tradizione autoritaria dell’Asia Centrale, pur considerando che l’attuazione di una vera democrazia parlamentare non può riassumersi in un obiettivo di breve termine. È piuttosto un’aspirazione che richiama il Governo al dialogo con gli esponenti dell’intera società civile – primi portatori di interesse – ma anche con gli attori internazionali che sostengono da vicino le iniziative dell’esecutivo, nel tentativo di superare la desolante eredità dei conflitti passati e di rilanciare l’economia, rendendola più diversificata e meno dipendente dalle rimesse.
Come rilevato in precedenza, la cooperazione offerta dalla UE nel settore politico-istituzionale si concreta in un’ampia agenda destinata ad apportare benefici di lungo periodo a un Paese che la geografia ha collocato a una certa distanza da Bruxelles e che la geopolitica vorrebbe forse accostare ad una sfera di influenza che guarda ad Est molto più che ad Ovest. In effetti Biškek è tra i fondatori dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), intrattiene un’intensa cooperazione con la Cina e soprattutto con la Russia, alla quale è legata anche dall’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) ed all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).
Tali indicatori pongono dei dubbi sull’attendibilità del Kirghizistan quale partner europeo, ma ancor di più inducono a riflettere sull’interesse di Bruxelles nei confronti di un Paese che non appare affatto dotato delle rilevanti potenzialità economiche del suo vicino settentrionale: il Kazakistan di Nursultan Nazarbayev, prima tra le cinque repubbliche islamiche ex sovietiche ad aver siglato con la UE un Accordo Rafforzato di Partenariato e Cooperazione (EPCA). Effettivamente, sarebbe azzardato ipotizzare che la conclusione dei due recenti accordi con Biškek – per quanto rivestano un’importanza centrale per entrambe le parti – siano di per sé idonei ad avviare analoghe relazioni privilegiate con il Gruppo dei 28.
Tuttavia, alcuni analisti avvertono che qualora Mosca e Bruxelles si trovassero a giocare una partita in Asia Centrale, il terreno di scontro potrebbe essere proprio il Kirghizistan: tradizionale alleato della Russia nello scacchiere regionale, eppure prima Repubblica parlamentare dell’Asia post sovietica.
Pertanto, se gli interessi economici e commerciali fanno del Kazakistan la top priority della politica estera di Bruxelles nello scenario centroasiatico – nonostante le vistose distrazioni di Astana in tema di democrazia e pluralismo partitico – non può comunque escludersi che l’avanzamento democratico di Biškek – anche se confinata al destino di parente povera di Astana – possa ugualmente concorrere all’incremento della partnership bilaterale con la UE, pure in nome di un diverso ordine di priorità.

Fig. 4 – Il Presidente Atambayev assiste alle celebrazioni per l’anniversario dell’indipendenza dall’URSS, 31 agosto 2015

Luttine Ilenia Buioni

Un chicco in più 

Secondo i dati forniti dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), almeno una ragazza kirghisa su dieci giunge al matrimonio prima di aver compiuto i 18 anni. Ma ciò che si pone in più stridente contrasto con i diritti universalmente riconosciuti è il fatto che la maggior parte dei matrimoni precoci avviene a seguito del rapimento della sposa, organizzato dalla famiglia del giovane che intende contrarre il matrimonio. Sebbene la Costituzione del Paese vieti esplicitamente il matrimonio forzato e nonostante anche il codice penale consideri il matrimonio celebrato dopo un rapimento un reato, punibile con la pena massima di sette anni di reclusione, la consuetudine continua a trovare applicazione, in prevalenza nelle aree rurali.

Foto: alexjbutler

 

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