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Austria: il fronte repubblicano frena (per ora) l’ascesa dell’estrema destra

In 3 sorsi – Il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Austria ha visto la soffertissima vittoria del candidato Verde Alexander Van der Bellen sull’esponente del FPO Norbert Hofer, perdente per soli 31 000 voti

È stata così scongiurata la possibilità che l’Austria eleggesse il primo Capo dello Stato di estrema destra in Europa occidentale dal 1945. Ma il Paese si risveglia letteralmente spaccato in due, e la grande coalizione al potere a Vienna è moribonda. Ultima chiamata per l’UE?

1. IL VOTO – Domenica 22 maggio si è consumato in Austria l’ultimo atto delle più contese elezioni presidenziali della storia del Paese. E il risultato è stato un completo ribaltamento dell’esito del primo turno del 24 aprile, nel quale il 45enne Norbert Hofer, esponente del FPO (Partito austriaco della Libertà), aveva trionfato, conquistando contro tutti i pronostici il primo posto con oltre il 35% dei voti. Il secondo posto era andato al 72enne candidato indipendente (ma ex leader dei Verdi e da loro appoggiato) Alexander Van der Bellen. Intorno a quest’ultimo si è coagulato praticamente tutto il mondo politico austriaco, in quello che all’inizio sembrava un tentativo praticamente disperato di creare un fronte delle forze repubblicane per impedire a Hofer di insediarsi all’Hofburg, ex sede imperiale e odierna residenza del Presidente federale austriaco. Al termine di una durissima campagna elettorale Van der Bellen ha ottenuto il 50,35% dei consensi (2 254 484 voti), contro il 49,65% (2 223 458 voti) di Hofer. Una differenza di appena 31 000 elettori ha così deciso la sfida. Determinanti sono stati i voti inviati per posta (circa 885 000, il 14% del totale), scrutinati solo lunedì, che hanno favorito il Verde e ribaltato il verdetto di domenica, che vedeva invece Hofer vincitore con il 52%. Questi dati e l’affluenza record al 72% fanno ben capire quanto la partita sia stata aperta e combattuta letteralmente fino al conteggio dell’ultimo voto.

Fig.1- Il neoeletto Presidente della Repubblica austriaca Alexander Van der Bellen

2. LE CONSEGUENZE INTERNE – Il dato più interessante di queste elezioni è stato il vero e proprio tracollo al primo turno dei candidati dei Volksparteien (i partiti di massa, cioè popolari e socialdemocratici), arrivati quarti e quinti e che insieme sono riusciti a totalizzare appena il 22% dei voti. Un dato sconcertante se si pensa che la politica austriaca dal 1945 è stata sostanzialmente cosa loro, e che attualmente governano il Paese in una grande coalizione. Anche Van der Bellen è infatti un outsider, un personaggio esterno ai partiti tradizionali. Il che si è rivelato decisivo contro Hofer, impedendo a quest’ultimo di capitalizzare ulteriormente il diffuso malcontento dell’elettorato verso i partiti storici. Ma lo scenario politico della Repubblica alpina esce comunque da queste elezioni completamente rivoluzionato. In primo luogo, se si ripetessero alle politiche del 2018 i risultati di questa tornata elettorale (cosa più che probabile), socialdemocratici e popolari non avrebbero più i numeri per formare l’esecutivo. Secondo i sondaggi sarebbe infatti inevitabile una partecipazione del FPO al Governo come azionista di maggioranza, con la concreta possibilità di vedere Heinz-Christian Strache, leader del partito, diventare Cancelliere. Un’eventualità che si rivelerebbe un vero e proprio terremoto per l’Austria e per l’Europa. Il Paese è poi fortemente polarizzato: un elettore su due ha infatti votato per l’estrema destra. Mai nella sua lunga storia l’FPO aveva raggiunto questa vetta di consensi, neppure sotto la guida del suo storico leader Jorg Haider.

Fig.2 – Norbert Hofer (a destra) e Heinz-Christian Strache (a sinistra)

3. LE CONSEGUENZE PER L’UE – Queste elezioni sono state osservate con attenzione e nervosismo da molte capitali europee, Roma e Berlino su tutte. L’Italia temeva infatti che l’affermazione elettorale dell’estrema destra avrebbe potuto portare alla chiusura del Passo del Brennero, minacciata da Hofer per frenare l’immigrazione, e a un’anacronistica (nell’ottica del Governo italiano) riapertura della questione della sovranità sul Sud Tirolo. La Germania vede invece con preoccupazione la crescita del nazionalismo in un Paese di lingua tedesca e in cui governa una grande coalizione che è sostanzialmente la fotocopia di quella che regge l’esecutivo a Berlino. Ma più in generale in tutte le cancellerie del continente si guardava con preoccupazione a una possibile vittoria dell’estrema destra austriaca, dichiaratamente antieuropea e ostile a qualunque accordo in sede europea per la ripartizione dei rifugiati. Tuttavia, nonostante la sconfitta di Hofer, sarebbe suicida per l’establishment della Repubblica alpina e, soprattutto, per l’UE sottovalutare il fatto che un austriaco su due ha votato per un candidato xenofobo ed antieuropeo. Il voto austriaco è così un ulteriore campanello di allarme per l’Unione (l’ennesimo ormai) in vista del referendum sulla Brexit di giugno e delle prossime elezioni francesi e tedesche, che si terranno nel 2017. La crescita dei partiti nazionalisti nel vecchio continente rischia infatti di minare in modo irreparabile il progetto europeo. Il malcontento che serpeggia in Austria e che gonfia le vele del FPO è molto simile a quello che si diffonde a macchia d’olio nel resto dei Paesi dell’UE e che alimenta la crescita di partiti antisistema, in particolare di estrema destra. Gli elettori austriaci ci hanno detto che l’ascesa al potere di queste formazioni politiche non è né inevitabile né irresistibile. Ma se l’UE e i Governi europei non saranno in grado di dare risposte concrete alle inquietudini dei loro cittadini, la prossima volta ricorrere al fronte repubblicano potrebbe non bastare più.

Fig.3- L’ex leader del FPO Jorg Haider

Davide Lorenzini

Un chicco in più

Il FPO (Partito austriaco della Libertà) venne fondato nel 1956 sulla base di una piattaforma pan-germanica e nazionalista. Il partito si poneva in contrasto sia con il Partito Popolare Austriaco (OVP), sia con il Partito Socialdemocratico d’Austria (SPO) e aspirava a diventare la terza forza della politica austriaca. Alcuni dei suoi fondatori erano anticlericali e liberali di destra, ma vi erano anche molti nazionalisti sostenitori della Grande Germania, spesso ex nazisti (il primo segretario del partito era stato un impenitente gerarca del Terzo Reich ed alto ufficiale delle SS). Fino agli anni Settanta il Partito della Libertà ricoprì un ruolo tutto sommato marginale nella scena politica austriaca. Dopo una fase moderata, nel 1986 il nazionalista Jorg Haider, presidente regionale della Carinzia, fu eletto segretario nazionale del partito. Nelle elezioni politiche del 1999 il Partito della Libertà divenne primo partito per il rotto della cuffia grazie a una linea politica sempre più xenofoba. Questo risultato costrinse l’OVP a stringere una contestatissima (soprattutto dall’Europa) alleanza di governo con il FPO, che tra alti e bassi durò fino al 2005. In quell’anno Haider, contrario alla deriva secondo lui eccessivamente nazionalista del FPO, fondò un nuovo partito, il BZO (Alleanza per il futuro dell’Austria). Ma la morte prematura di Haider in un incidente stradale nel 2008 e l’emergere di un nuovo leader carismatico del FPO, Heinz-Christian Strache, hanno ormai reso il partito l’egemone indiscusso della destra austriaca.

Foto: Mr Ulster

1 comments
anafesto
anafesto

Non ho capito se sia più grave un possibile risultato positivo per un partito di estrema destra o i brogli che si sono manifestati (votazione in certi seggi del 149% degli aventi diritto) nella stessa votazione.  

I partiti di estrema destra  sembrano costruiti appositamente per essere  messi a pubblico ludibrio in questa UE a sua volta governata esattamente come una dittatura di destra.

Non si riesce proprio a capire la costernazione esternata per il fatto che in una piccola nazione UE probabilmente un partito di estrema destra abbia di fatto vinto effettivamente le elezioni e congiuntamente il  plauso a governi neonazisti come quello golpista in Ucraina o l'appoggio alle etnocrazie baltiche.

Magari il voto austriaco merita una disamina più approfondita anche se poi a uscirne malconcia potrebbe essere la stessa UE e non l'Austria.