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La Brexit e le sue possibili conseguenze ambientali

In 3 sorsi – L’uscita del Regno Unito è una delle minacce europee del momento. Nonostante le analisi economiche si moltiplichino con risultati univoci, uno degli effetti più nefasti potrebbe essere rappresentato dalle conseguenze disastrose in materia di politiche ambientali

1. LE PROSPETTIVE – Gli scenari legati alla fuoriuscita del Regno Unito ci riportano ad una dicotomia già vista: da una parte gli interessi commerciali, dall’altra le normative ambientali. In caso di “leave-vote” i britannici si troverebbero ad un bivio. La prima opzione sarebbe la rinegoziazione con l’Unione Europea, la c.d. “opzione Norvegia”, per la quale i britannici non farebbero più parte dell’Unione, dovendo tuttavia contribuire al budget europeo mantenendo alcune politiche, come per esempio la Habitats Directive, la Birds Directive e la Bathing water Directive.  In questo caso la protezione ambientale non muterebbe particolarmente, dato che, per poter accedere al mercato europeo, i britannici dovrebbero comunque rispettare gli standard di qualità imposti dall’Unione. Considerando però le ultime dichiarazioni di Jean-Claude Junker, questa prospettiva sembra decisamente allontanarsi. L’altra opportunità, più in voga tra i fautori della Brexit, sarebbe quella di accordi commerciali con i Paesi emergenti seguendo esclusivamente le normative dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). In tal caso, la Gran Bretagna rinuncerebbe in parte al mercato europeo e alle odiate costrizioni applicate da Bruxelles. In questa circostanza, le conseguenze potrebbero essere aggravate, dato che gli standard di qualità dei Paesi emergenti non richiederebbero gli sforzi derivanti dalle direttive europee. In un secondo momento, la negoziazione con gli USA riguardo il TTIP potrebbe trasformarsi in un accordo UK-USA, in cui difficilmente i britannici scamperebbero a un consenso al ribasso in materia ambientale.

Fig 1. – Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato che «in caso di Brexit i disertori non saranno accolti a braccia aperte»

2. IL CONTRIBUTO DELLE POLITICHE EUROPEE IN MATERIA AMBIENTALE – L’ingresso del Regno Unito nel 1973 coincide con le prime normative ambientali europee e la pianificazione tramite gli Environmental Action Programme (Programmi d’azione per l’ambiente – EPA). Qualche anno più tardi, nel 1986, il Presidente della Commissione europea Jacques Delors espande le competenze dell’Unione all’ambiente tramite l’Atto unico europeo. Il Regno Unito, fino a quel momento considerato un Paese arretrato e con delle politiche ambientali molto discutibili – che sono valse l’appellativo di “the dirty man of Europe” – migliora le proprie performance grazie agli standard europei, soprattutto derivanti dell’influenza dei membri nordici. L’esempio più esplicito da considerare è che le zone balneabili in Gran Bretagna fossero il 51.7% nel 1995 e il 96.5% nel 2000. A livello internazionale, l’Unione ha influenzato positivamente gli accordi multilaterali in maniera ambientale, come ad esempio l’accordo di Parigi dello scorso dicembre. Un altro punto importante riguarda il meccanismo per ridurre le emissioni a livello europeo: avendo concordato su base comunitaria le riduzioni, il Regno Unito dovrebbe rinegoziare con l’Unione lo European Trading System (ETS), oppure proporre indipendentemente un taglio alle emissioni. Considerando la natura trans-nazionale delle minacce ambientali, l’indipendenza e la sovranità potrebbero avere il prezzo di una maggiore vulnerabilità e di un (ulteriore) isolamento diplomatico.
Proprio il Governo di Cameron cercò, fin dal 2011, di portare un contributo significativo alla lotta alle emissioni, con la creazione della Green Investment Bank, anche se dallo scorso marzo si sta cercando di privatizzarla. A conferma dell’attenzione posta dallo stesso esecutivo sui temi ambientali (infatti il Prime minister intende rimanere nella UE, seppur alle sue condizioni) c’è l’istituzione del carbon price floor, prezzo base per la compravendita dei permessi di emissione.
Bisogna anche sottolineare come la Politica Agricola Comune (PAC) e la Politica Comune della Pesca (PCP) non siano, tendenzialmente, ben viste al di là della Manica. La possibile autonomia in tali settori sarebbe secondo taluni britannici, uno dei potenziali vantaggi della Brexit, consentendo di riottenere sovranità in materia di risorse e mettendo un freno ai sussidi agricoli – anche se poi, con ogni probabilità, si dovrebbe fare i conti con l’imposizione di probabili barriere tariffarie.

Fig 2. – L’accordo di Parigi e la pubblicazione degli UN Sustainable Development Goals sono stati i più importanti risultati diplomatici del 2015 e scandiranno l’agenda internazionale fino al 2030

3. LE CONSEGUENZE – Negoziando tramite l’Unione, i benefici per i Paesi membri sono consistenti: si ha l’opportunità di avere due seggi nei fora internazionali, uno in quanto membri dell’UE (anche se non sempre con diritto al voto) e l’altro in quanto singoli Stati sovrani. Allo stesso tempo, una volta concordati, gli accordi internazionali diventano parte della legislazione nazionale grazie alla trasposizione dell’Unione. Viceversa, se rimanessero nell’ambito del diritto internazionale, la situazione cambierebbe, originando un minore impatto ed una implementazione meno efficace. Abbandonando l’Unione, il Regno Unito perderebbe influenza sulla scena internazionale nella negoziazione dei trattati ambientali (i quali tendono ad acquisire sempre maggiore importanza, considerando la minaccia del cambiamento climatico) e, conseguentemente, potrebbe ridurre le normative interne per ottenere accordi commerciali vantaggiosi con i partner internazionali.
Visto che una delle quattro clausole negoziate da David Cameron addita la complessità della burocrazia europea, non è improbabile che – in caso di Brexit – le norme europee giudicate restrittive potranno lasciare spazio alla deregulation in materia ambientale.

Dario Trombetta

Un chicco in più

L’Unione europea ha un ruolo particolarmente importante per la promozione dello Sviluppo sostenibile e gli accordi multilaterali in materia ambientale. Gli Environmental Action Programme pubblicati dal 1973 sono ben 7, e la Strategia Europea per lo Sviluppo sostenibile monitora ogni due anni i progressi svolti dall’Unione.
L’ETS è un meccanismo stabilito dal protocollo di Kyoto che prevede la creazione di un mercato per lo scambio di emissioni tra i Paesi membri. L’Unione ha così ridotto del 20% le emissioni di CO2 dal 1990.

 

Foto: Paul Robert Lloyd

 

 

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