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Le dispute territoriali eritree (II): Sudan ed Etiopia

L’Eritrea, un Paese autarchico, dittatoriale, di recente costituzione, i cui rapporti con i vicini sono attraversati da tensioni sempre pronte a (ri)trasformarsi in conflitto. I pessimi rapporti con la comunità internazionale e lo scarso interesse nella diplomazia delle Nazioni Unite hanno condotto Asmara all’incapacità di estinguere i contenziosi aperti lungo tutti e quattro i confini: con Yemen, Gibuti, Sudan ed Etiopia. Un caso pressoché unico al mondo

Seconda parte (Qui la prima parte dell’analisi)

ERITREA VS. ETIOPIA: SI CONFLIGGE LONTANI DALLE CORTI TRADIZIONALI – Anche nel caso della controversia territoriale fra Eritrea ed Etiopia, così come già sottolineato essere avvenuto per i contenziosi con Yemen e Gibuti, la strada scelta per tentare una risoluzione pacifica della questione è stata quella dell’arbitrato internazionale: arbitrato che peraltro, unitamente agli altri che coinvolgono il territorio eritreo, sta già facendo scuola, per quanto nessuno strumento giuridico sovranazionale sia al momento capace di garantire l’efficacia in sede esecutiva di qualsivoglia decisione assunta e teoricamente accettata su base consensuale. Il dilemma in esame era sorto nel 1993, all’indomani della proclamazione d’indipendenza da parte dell’Eritrea, i cui confini con l’Etiopia non erano stati regolati e non potevano essere automaticamente considerati congruenti a quelli dell’ex colonia italiana − anche questi ultimi, a ogni modo, erano rimasti piuttosto labili nell’ottica della speranza fascista di espandersi ulteriormente quanto prima nel Corno d’Africa. Suona strano oggi pensare a Eritrea ed Etiopia come a due comunità in conflitto, se si ricorda la cooperazione posta in atto un quarto di secolo fa per il rovesciamento della dittatura di Mènghistu Hailè Mariàm, che portò allo sdoppiamento di potere tra le due attuali capitali. Una cooperazione che, come spesso accade, venuta meno la convenienza della contingenza, non ha sostenuto il peso di una differenza etnica troppo accentuata. Anche in questo rapporto di Chatham House si sottolinea l’incredibile numero di accordi e ritrattazione degli stessi tra Paesi del Corno d’Africa: fenomeno che certo si registra un po’ ovunque, ma che tra Etiopia, Eritrea, Sudan e Somalia si fa carico di una rapidità impressionante, rendendo difficoltoso per i Governi occidentali (ma anche per altre potenze quali quella cinese) intervenire con tempismo rispettando una strategia coerente. Si reputa degno di nota chiarire che la fragilità dei confini, riferibile all’intero continente africano, ha in verità radici ben più profonde, andando a incunearsi nell’estraneità del concetto di “confine” rigidamente demarcato nell’Africa pre-coloniale. Inoltre, più la conquista coloniale è stata fulminea e/o brutale, più l’accettazione di confini definitivi ne ha risentito, con effetti long-term che si protraggono ancora oggi. A ogni modo, dopo l’intervento ONU con la missione UNMEE scaturita dall’Accordo di Algeri (12 dicembre 2000) e terminata nel 2008 per le scarse condizioni di protezione offerte ai peacekeepers (cui era stato addirittura impedito di effettuare sorvoli in elicottero), la zona contesa (che comprende la piccola località occidentale di Badammé, ma anche quelle centrali di Tsorona-Zalambessa e quella orientale di Bure) è de facto amministrata dagli etiopi.

Fig. 1 – Bambini giocano su un carro armato all’indomani della conquista di Asmara da parte dei ribelli eritrei, nel 1991

MOLTE AMBIZIONI, TROPPI MORTI – L’attenzione securitaria sul confine con l’Eritrea è, da parte di Addis Abeba, giustamente altissima: l’Etiopia nel contesto dell’Africa orientale è quasi un’oasi felice in relazione alla presenza di cellule terroristiche, concentrate nei confinanti Somalia e Sudan. Un’eventuale permeabilità del confine eritreo aprirebbe il corridoio formato da Eritrea e Gibuti a uno sconfinamento del terrorismo in Etiopia, già martoriata dall’ennesima carestia di mais e grano, con conseguenze catastrofiche. Il jihadismo, come qualunque altra forma di violenza radicale organizzata, trova nuovi adepti più rapidamente tra gli strati più poveri della popolazione se coadiuvato dalla prospettiva della fame. Qualcuno dà peso altresì alla mancanza di uno sbocco sul mare per l’Etiopia, che di fatto ne comprime il potenziale commerciale soffocando le ambizioni di una popolazione in apprezzabile ascesa (demografica, ma non solo). Il fatto di far parte entrambe della cosiddetta coalition of willingness a guida statunitense di contrasto al terrorismo, che ha esacerbato dinamiche competitive mai sopite, ha ulteriormente rovinato i rapporti eritreo-etiopi. In effetti vi è da notare che certo Afewerki ha perseguito con sempre maggior vigore una politica accentratrice, ma è stato in questo sostenuto da una preferenza occidentale accordata alle istanze etiopi. Desalegn non solo ha ereditato la vittoria diplomatica di ospitare la sede centrale dell’Unione Africana (che comunque tra Eritrea ed Etiopia non riesce a incidere significativamente), ma ha altresì agito nel solco del predecessore Zenawi per quanto concerne la volontà di fare dell’Etiopia il punto di riferimento degli USA nel Corno d’Africa e più in generale nel Levante africano. In una durissima proposta di risoluzione, alcuni parlamentari europei – dopo aver indicato come il conflitto tra Etiopia ed Eritrea avrebbe causato più di 100mila morti (cifra su cui è lecito esprimere fortissime perplessità) – hanno richiamato l’Etiopia a ottemperare all’impegno preso di rispettare il verdetto dell’arbitrato dell’aprile 2012, evitando così che Afewerki perseveri nel sentirsi legittimato a porre in campo “misure eccezionali” senza effetto alcuno, oltre a un’ulteriore stretta sulle poche libertà residue del suo popolo (tra queste, la formazione di un vero e proprio esercito popolare). Si specifica che le vittime di cui sopra si riferiscono al periodo post indipendenza, ma se si allarga la questione alla guerra di secessione, il conteggio aumenta fino a 300-350mila morti: un’enormità, considerando la scarsa popolazione e potenza bellica della regione, capace di offrire un dato freddo ma esemplificativo di quanto corrosi siano da decenni le relazioni tra le popolazioni nell’area. Malgrado tensioni e distensioni ricorrenti tra i Governi, infatti, la capacità di penetrazione di tali modificazioni dell’assetto “diplomatico” all’interno degli strati più “decentrati” della popolazione è in questo contesto assai lenta e macchinosa. Le possibilità di riceve informazioni e aggiornamenti sono ancora minime, a maggior ragione in Eritrea, per la situazione che già è stata esposta.

Fig. 2 – Donne eritree rifugiate nel campo di Kassala, in Sudan

ERITREA VS. SUDAN: TERRE CONTESE, DISPERATE MIGRAZIONI – Giustamente, pensando al Sudan in relazione all’Eritrea sfiorano subito la mente quelle masse ingenti di disperati (quasi sempre giovani e senza documenti) che ogni mese fuggono da Asmara attraverso lo sterminato Sudan per raggiungere le coste del Mediterraneo (ma non solo: molti semplicemente vagano da Paese a Paese dirigendosi verso sud-ovest). Alcuni di essi vengono rapiti e rivenduti quali schiavi, divenendo mercenari al soldo del primo acquirente. Tuttavia vi sono almeno 120mila eritrei correntemente stanziati nella parte orientale del territorio sudanese, in decine di campi ormai permanenti. Un numero alquanto esiguo di loro viene forzatamente riportato indietro dalle agenzie governative di Khartoum, in un gioco che il The Guardian non ha esitato a definire «al gatto e al topo». Si è notato tuttavia come la vera meta di molti eritrei, soprattutto i più facoltosi, sia l’Arabia Saudita, mentre Sudan ed Etiopia restino meri imbuti di transito, per quanto prolungato esso diventi. Premesso quanto sopra, in uno scenario simile risulta difficile dare importanza a una contesa territoriale su pochi chilometri di terra, tant’è che Afewerki e al-Bashir tra il 2012 e il 2013 hanno allentato i termini della questione, limitandosi a creare una sorta di free-trade area lungo il confine. Ma c’è un altro termine di confronto tra Sudan ed Eritrea, cioè quello che da un paio di decenni corre indirettamente lungo l’Etiopia, con tensioni che vengono alimentate lungo il confine etiopico-sudanese anche grazie all’ingerenza di combattenti inviati da Asmara. La situazione complessiva, comunque, rimane di una densità e complessità estreme: a fine febbraio, ad esempio, è stato proprio al-Bashir a mediare tra Etiopia ed Eritrea per il rilascio di alcuni ostaggi. Un caleidoscopio di fatti e contraddizioni fluide, in continuo incessante divenire.

Riccardo Vecellio Segate

Un chicco in più

Quattro spunti conclusivi:

  1. Le dispute territoriali sono una delle innumerevoli concause che al contempo sollecitano gli eritrei a emigrare e facilitano l’infiltrazione e il passaggio di gruppi terroristici attraverso i confini friabili del Corno d’Africa. Con il cosiddetto Processo di Khartoum l’Unione europea, compresa la necessità di impattare sulle migrazioni all’origine e non a destinazione, ha dato il via a un dialogo con alcuni dei più feroci dittatori africani. Interessante notare come i suoi interlocutori, in particolar maniera quello sudanese, siano non solo incriminati a livello internazionale, ma anche motivi primi di imponenti ondate emigratorie.
  2. Le relazioni tra i Governi di Asmara e Addis Abeba continuano a essere precarie, sul solco di una propaganda di lunga data, con frequenti vicendevoli accuse di finanziare mercenari pronti a destabilizzare a favore dell’una o dell’altra i confini tra i due Stati. La diplomazia sudanese prova ad attutire gli attriti, pur avendone in campo altri con lo stesso Governo eritreo. Di certo i tre Paesi condividono alcuni tristi primati nel continente, come quello del numero di assassinii (commissionati o impuniti, che spesso si sovrappongono fino a divenire sostanzialmente equivalenti) di giornalisti e altri esponenti del panorama dell’informazione.
  3. Come ben noto, i “fatti del mondo” possono leggersi attraverso lenti differenti, e non è detto che la letteratura ricorrente e accademicamente accreditata sia l’unica possibile: talvolta è utile sconfinare nel paradosso per poi tornare al punto di partenza e riappropriarsi delle “posizioni ufficiali” in maniera più critica e consapevole. Qui un articolo che può suscitare riflessioni: l’Eritrea è, nel contesto africano, un mondo a parte, nel bene e nel male. Autarchia, isolazionismo e belligeranza esasperata per i propri confini possono incarnare anche una solida capacità di resistere alle lusinghe dello schieramento opportunista. È sempre bene tenere conto delle contraddizioni della geopolitica.
  4. In questo articolo sono state analizzate le dispute con Etiopia e Sudan, ma la situazione più mobile rimane quella con lo Yemen: Afewerki, guardando ai propri interessi senza curarsi di diritti umani e questioni affini, pare aver scelto di ospitare una base degli Emirati Arabi Uniti, i quali col concorso di Arabia Saudita e altri attori stanno dilaniando Sana’a.

Foto: CharlesFred

Foto: D-Stanley

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