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UE vs Brexit, Paese per Paese – II

Mentre il decisivo voto britannico sulla Brexit del 23 giugno si avvicina, vediamo quali sono le posizioni al riguardo di Francia, Belgio, Italia, Danimarca, Polonia e Malta

FRANCIA – CONTRARIA

Sono lontani (anche se non troppo) i tempi in cui la Francia, guidata da Charles De Gaulle, si opponeva fermamente all’ingresso di Londra nell’allora CEE (vedi chicco in più). Oggi la posizione di Parigi sulla Brexit è infatti sostanzialmente simile a quella della stragrande maggioranza dei partners europei: l’uscita della Gran Bretagna dall’UE è, per la tenuta economica e politica dell’Unione, un inutile fattore di rischio, che si deve possibilmente evitare. E non tanto (o non solo) per le conseguenze economiche domestiche. L’Eliseo teme soprattutto che la secessione del vicino d’oltremanica possa rivelarsi benzina nel motore dello schieramento antieuropeo francese guidato dal Front National di Marine Le Pen. La paura del Presidente socialista Hollande (come anche del centrodestra gollista) è che la Brexit potrebbe non solo spingere il FN al secondo turno delle presidenziali del 2017 (eventualità che viene ormai data quasi per scontata dai sondaggi e dall’establishment d’Oltralpe), ma anche generare una crisi d’identità del progetto europeo che permetterebbe a Marine Le Pen di conquistare la Presidenza della Repubblica francese al ballottaggio. Un evento potenzialmente catastrofico per il sistema politico francese, ma anche per la stabilità dell’UE e dell’eurozona. Ecco perché il Governo di Parigi si è apertamente schierato in favore della permanenza della Gran Bretagna nell’Unione. Tuttavia, non manca una certa ambiguità di fondo nella posizione transalpina. In primo luogo, alcuni sondaggi indicano che quella francese è la più favorevole alla Brexit tra le opinioni pubbliche europee: oltre il 40% dei transalpini pensa infatti che Londra farebbe bene ad uscire dall’UE. Segno che la diffidenza verso i vicini britannici, pur attenuata, rimane diffusa. In secondo luogo, nelle stanze dei bottoni parigine aleggia soffusa la speranza che, se avverrà il divorzio tra Londra e il continente, questo possa tramutarsi nell’occasione per rilanciare il progetto europeo, magari in una modalità più protezionista e meno liberale (e quindi più apprezzata a Parigi e dintorni). Se comunque Brexit sarà, aspettiamoci di vedere Parigi in prima fila nello schieramento delle capitali contrarie a fare eccessive concessioni a Londra nell’ambito delle negoziazioni per regolare le relazioni tra una Gran Bretagna post-Brexit e l’Unione.

Fig.1 – Il Presidente francese François Hollande (a destra) e il premier britannico David Cameron (a sinistra)

BELGIO – CONTRARIO

Il Belgio è sempre stato uno dei Paesi più europeisti dell’Unione. Nessuna sorpresa dunque che il Governo di Bruxelles sia decisamente contrario alla Brexit, anche in virtù dello storico rapporto che lega Gran Bretagna e Belgio. Il rischio paventato dal Governo belga è infatti che l’uscita di Londra dall’Unione sia un evento in grado di travolgere e disgregare l’UE. In ogni caso, come si è visto già in occasione del precedente negoziato, dove il Belgio si è allineato alla Francia nel chiedere di evitare eccessive concessioni al Governo britannico, Bruxelles sarà probabilmente contraria a concedere a Londra un trattamento privilegiato.

ITALIACONTRARIA

Il Governo di Roma è fortemente preoccupato per l’esito del referendum britannico. Preoccupazione che è stata recentemente ripetuta dal Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, uno dei membri chiave dell’esecutivo italiano. I timori italiani sono legati all’economia, ma non solo. A Roma la sensazione è che la Brexit possa innescare (o meglio, accelerare) un processo di progressiva disgregazione della costruzione europea, da cui l’Italia avrebbe tutto da perdere. Sul piano economico, perché le tensioni finanziarie inevitabilmente conseguenti ad un’accelerazione della crisi europea colpirebbero soprattutto i Paesi del Sud Europa, tra cui l’Italia. Sul piano politico, perché nel caso in cui si verificasse un ulteriore indebolimento dell’UE, l’Italia e il premier Renzi potrebbero perdere il ruolo centrale che si sono conquistati nell’attuale scenario politico europeo grazie alla fragilità politica degli altri partners, in primis Francia e Spagna. Certo, anche a Roma (come a Parigi del resto) esiste la tenue speranza che un’eventuale Brexit si riveli un trauma positivo per l’UE in grado di portare ad un rilancio e magari ad un approfondimento dell’integrazione, almeno tra i membri storici. Ma è prevalente il timore che si apra invece un lungo periodo di negoziazione tra Londra e l’Unione che paralizzerebbe la politica europea e assorbirebbe le attenzioni di Bruxelles e Berlino, rischiando di lasciare l’Italia più isolata e meno ascoltata sul fronte economico e su quello dell’immigrazione. Inoltre l’addio del Regno Unito non farebbe altro che rafforzare il variegato e inconciliabile (ma sempre più consistente numericamente) fronte antieuropeo domestico, indebolendo il Governo anche sul versante politico interno.

Fig. 2 – Il premier italiano Matteo Renzi

DANIMARCA –  INCERTA

Il Governo danese (in sostanza una coalizione di liberali di centrodestra e populisti antieuropei) sostiene la richiesta di Londra di un’Unione più liberale e più attenta alle esigenze e sensibilità dei Paesi UE che non aderiscono alla moneta unica (la Danimarca è tra questi ultimi). Dopo avere supportato Londra nelle negoziazioni dell’accordo, Copenaghen preferirebbe che il voto di giugno mantenga la Gran Bretagna nell’UE, se non altro per non perdere un partner prezioso ed influente con cui è più o meno sulla stessa linea sul tema dell’integrazione europea e per non danneggiare gli scambi commerciali bilaterali. Ma il referendum indetto da Cameron ha rafforzato gli orientamenti euroscettici che hanno sempre avuto una grande influenza nei rapporti tra la Danimarca e l’UE. Questi sono ora soprattutto rappresentati dal Partito del Popolo danese, che dopo l’ottimo risultato delle scorse elezioni è entrato nell’esecutivo. Ora questa forza politica chiede di indire un referendum, sulla falsariga di quello britannico, per decidere se è venuto il momento anche di una Dexit.

POLONIA – CONTRARIA

Varsavia è stata, insieme a Parigi, la capitale che più ha frenato nei negoziati con Cameron. Questo perché uno dei punti sensibili delle trattative era la restrizione dell’accesso al welfare britannico degli immigrati comunitari e l’emigrazione polacca verso la Gran Bretagna è molto consistente. Nonostante questa dura posizione negoziale (e il fatto che il Governo polacco sia nelle mani degli ultranazionalisti euroscettici), Varsavia teme l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Il motivo più banale è che l’addio di Londra costringerebbe la Polonia ad aumentare sensibilmente la propria quota di contribuzione al budget dell’UE. Inoltre l’emigrazione verso il Regno Unito, valvola di sfogo per l’economia polacca, potrebbe rallentare, con pesanti costi sociali interni: si stima infatti che nel Regno Unito risiedano oltre 800.000 polacchi. Infine (e più di tutto) la Polonia non vuole perdere un importante alleato. Sul piano interno all’Unione, visto che la permanenza di Londra nell’UE è la migliore garanzia che il progetto europeo non andrà troppo lontano e che comunque non limiterà eccessivamente la sovranità degli Stati nazionali. Ma anche sul piano delle relazioni internazionali, dato che il Regno Unito è uno dei Paesi europei più sensibili ai timori polacchi riguardo alla nuova assertività della Russia in Europa orientale e alle pressioni di Washington per il mantenimento delle sanzioni europee contro Mosca. La Polonia teme quindi che l’UE senza Londra sarebbe più integrata politicamente e meno vicina agli USA sulla questione russa. Caratteristiche oggi molto sgradite a Varsavia e dintorni.

MALTA – CONTRARIA

Malta e Cipro sono gli unici due Paesi europei che fanno parte anche del Commonwealth, a parte ovviamente Londra. È naturale che La Valletta sia preoccupata da una possibile uscita della Gran Bretagna dall’UE. In primo luogo per i profondissimi legami storici e culturali che legano le due isole e che potrebbero allentarsi in caso di Brexit. Inoltre ci si aspettano ripercussioni sui rilevanti, per il PIL maltese, flussi commerciali. Infine Malta teme che un addio di Londra innescherebbe una reazione a catena difficilmente controllabile, che metterebbe a rischio l’esistenza stessa dell’Unione. Un’eventualità che La Valletta preferirebbe evitare, soprattutto in un momento in cui il fenomeno dell’immigrazione, tema importante per la posizione geografica di Malta, è diventato centrale anche a Bruxelles (e a Berlino).

Davide Lorenzini

Un chicco in più

Negli anni Sessanta il Presidente e padre fondatore della neonata Quinta Repubblica francese, Charles De Gaulle, chiuse per ben due volte la porta d’ingresso nella CEE (Comunità economica europea) in faccia alla Gran Bretagna. Il suo comportamento poco diplomatico e a tratti quasi brutale nei confronti dei vicini britannici era dovuto alla sua profonda convinzione che Londra fosse diventata un mero burattino nelle mani degli USA, un cavallo di Troia che Washington voleva fare entrare nella CEE per condizionarla ancora più di quanto già non facesse. La special relationship tra Gran Bretagna e Stati Uniti infatti era un peccato che per De Gaulle risultava imperdonabile in un’epoca in cui Parigi rincorreva il sogno di trasformare un’Europa autonoma (ma, beninteso, a guida francese) nel terzo polo indipendente di un mondo dominato dalla competizione bipolare tra le due superpotenze, USA e URSS. Per superare il veto gollista sulla Gran Bretagna bisognerà attendere non solo il ritiro di De Gaulle dalla politica, ma addirittura la sua morte, tanta era l’ostilità dello statista francese all’ingresso britannico. Londra potrà così entrare nella CEE solo nel 1973, oltre dieci anni dopo la sua prima richiesta di adesione.

Fig.3 Charles De Gaulle

 

Foto: European Parliament

Foto: Tyler Merbler

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