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L’eredità di Obama in America Latina (2)

Dopo aver inquadrato i rapporti tra USA e America Latina alla luce di quanto accaduto nel passato, nella seconda parte della nostra analisi entriamo nel vivo della doppia Presidenza Obama, provando a tracciare un bilancio dell’operato della Casa Bianca nel cercare di ristabilire relazioni positive con la parte meridionale del continente

LA PRESIDENZA OBAMA E LA VOLONTÀ DI RICOMINCIARE DA CAPO – Questo, dunque, è stato il panorama che si è trovato a dover fronteggiare Barack Obama al momento del suo insediamento alla Casa Bianca. Un rapporto con la parte sud del continente americano sostanzialmente tutto da ricostruire, dato che nel 2009 le economie sudamericane viaggiavano con il vento in poppa, la cooperazione politica regionale si rafforzava sempre più (soltanto pochi anni prima era stata fondata l’UNASUR) e dunque gli Stati della regione erano convinti di poter fare a meno, una volta per tutte, dell’ingombrante influenza di Washington. In un simile contesto, la retorica anti-americana guidata da Hugo Chávez aveva fatto sì che l’ostilità verso gli USA raggiungesse livelli estremi, anche se in realtà si trattava soltanto di una pentola a cui era stato tolto il coperchio. Le masse di persone che per decenni erano state lasciate ai margini della condivisione delle rendite politiche ed economiche potevano per la prima volta entrare nel sistema politico e sociale, e manifestarono dunque il loro risentimento verso chi ritenevano tra i primi responsabili di dinamiche che si erano ormai cristallizzate.
La politica di Obama nei confronti dell’America del Sud ha dovuto dunque subire una partenza “ad handicap”, dal momento che la priorità era ricostruire una relazione che, nei fatti, era stata “congelata” se non compromessa, ad eccezione dei rapporti rimasti positivi con gli Stati andini, soprattutto la Colombia (anche con l’Ecuador di Correa non ci fu mai una vera e propria rottura, considerata la dollarizzazione dell’economia di Quito). Tutto questo, ovviamente, va inserito nel quadro di una politica estera le cui linee strategiche erano orientate a un progressivo disimpegno rispetto ai fronti rimasti aperti in seguito alle frettolose scelte di Bush jr. nel nome della dottrina dell’ “esportazione della democrazia”. In effetti il primo mandato di Obama fu all’insegna di una normalizzazione dei rapporti, specialmente con il Venezuela: fu a suo modo storica la prima stretta di mano tra Hugo Chávez e il primo Presidente afroamericano, avvenuta alla Cumbre de las Americas nel 2009.

Fig. 1 – La “storica” stretta di mano tra Obama e Chàvez

LA RIPRESA DELLE RELAZIONI CON CUBA E ARGENTINA – Tuttavia, nei fatti, nulla di davvero nuovo accadde, fino a quando si iniziarono a verificare la serie di circostanze descritte all’inizio di questo articolo. Il secondo mandato di Obama ha coinciso con l’inizio di un cambiamento nelle dinamiche politico-economiche dell’America meridionale. Il primo di questi eventi fu senza dubbio la scomparsa di Chávez, che diede l’avvio alla gravissima crisi nella quale il Venezuela versa ancora oggi. In questo caso gli USA restano alla finestra, nell’attesa che si verifichi un cambio di regime, come – presto o tardi – pare che avverrà. La vera rivoluzione si è invece registrata con il disgelo dei rapporti con Cuba. La ripresa delle relazioni diplomatiche, avvenuta a partire dicembre 2014, formalizzata con lo scambio degli ambasciatori il 20 luglio 2015, e suggellata a livello politico dalla visita di Obama a L’Avana il 20-21 marzo 2016, rappresenta uno dei più grandi successi nella politica estera del Presidente democratico. Il riavvicinamento con il regime castrista, dopo quasi sessant’anni di embargo e mancanza di rapporti, è un fatto storico che pone fine ad un dissidio ormai anacronistico. A ben vedere, però, si tratta di un risultato “a basso costo” per Obama: la ripresa delle relazioni con l’isola caraibica è infatti avvenuta a fine mandato presidenziale (senza dunque dover avere il timore di suscitare le ire degli esuli cubani negli States), e in un momento di forte debolezza per Cuba, ormai priva dello storico alleato sovietico, ma anche del sostegno economico del Venezuela, in preda al caos. Accettare il ramoscello di ulivo porto da Washington era dunque più o meno una scelta obbligata per Raúl Castro (anch’egli in procinto di avviarsi in un certo senso alla fine del suo mandato, non fosse altro per ragioni biologiche), seppur gli vada riconosciuta una certa dose di coraggio e di lungimiranza politica nel voler gettare le basi per un futuro più prospero per la popolazione cubana.

Fig. 2 – Un momento ancora più storico: il primo “disgelo” tra Obama e Castro

NUOVA FASE CON BUENOS AIRES – La seconda pietra miliare di questo rinnovamento sta nell’altro “disgelo” ad opera di Washington, quello dei rapporti con l’Argentina. Le tensioni bilaterali si erano acuite sensibilmente negli ultimi anni per la diatriba tra il Governo di Cristina Kirchner e i creditori “holdouts americani, che non avevano accettato la proposta unilaterale di “haircut” del debito estero da parte del Governo argentino, pretendendo il pieno rimborso dei propri crediti. Il diniego da parte di Buenos Aires aveva indotto il tribunale di New York a decretare nei fatti il default “tecnico” dell’Argentina su questa parte, pur limitata, di impegni finanziari. Questo episodio ha rappresentato la punta dell’iceberg di una continua polemica ideologica montata dai Governi kirchneristi nei confronti dei “gringos” , parte della cornice populista instaurata nel corso di questi anni. La vittoria – in parte inaspettata – di Mauricio Macri ha però cambiato totalmente questa cornice: il terzo Presidente non peronista della storia argentina, leader della coalizione “Cambiemos”, ha subito preso provvedimenti estremamente significativi, quali la decisione di ripagare i creditori residui con un’offerta che accoglieva quasi interamente le loro richieste (pagamento al 150% del valore reale, senza una completa indicizzazione dell’inflazione), l’abolizione del cepo cambiario e, di conseguenza, delle restrizioni ai controlli di capitale, la rimozione delle tasse sulle esportazioni agricole, una misura importante che potrebbe aiutare la ripresa degli investimenti esteri. Non a caso, dunque, Obama ha scelto l’Argentina come seconda tappa del suo viaggio di marzo in Sudamerica: anche in questo caso si è trattato di una missione ad alto contenuto politico, anche se molti non hanno ritenuto sufficienti le parole pronunciate dal Presidente nei confronti dei desaparecidos per le responsabilità della dittatura militare del 1976-83.

Fig. 3 – Obama e Macri si sono incontrati a Buenos Aires

CONCLUSIONI: BUONE PROSPETTIVE PER IL FUTURO? – In conclusione, come si può definire l’eredità di Obama nei confronti dell’America Latina, specialmente quella meridionale? Seppur non si possa parlare di una vera e propria visione strategica, che tornasse a fare del continente americano lo “spazio vitale” della geopolitica americana (tale spazio è ormai diventata la regione del Pacifico, della quale fanno parte alcuni partner latinoamericani fondamentali quali Messico, Perù e Cile che sono membri della Trans-Pacific Partnership), il bilancio di questi due mandati presidenziali si può definire positivo. Obama ha avuto l’intelligenza politica di comprendere il mutamento in atto nel panorama politico ed economico nella regione, e sfruttare la situazione per ristabilire un dialogo con alcuni partner chiave, come Cuba e l’Argentina. Difficile attendersi negli ultimi mesi un’evoluzione del rapporto con Brasile – a causa della complicata situazione interna – e con il Venezuela – con il quale non sarà avviato un tavolo negoziale prima che non sia avvenuta una transizione che decreti la fine del chavismo. Al contrario, una conferma democratica potrebbe favorire un proseguimento della normalizzazione dei rapporti, seppur con accenti molto diversi a seconda se lo Studio Ovale dovesse essere occupato da Hillary Clinton o Bernie Sanders.
Quel che appare certo è che i tempi della dottrina Monroe difficilmente sembrano destinati a tornare. Per gli USA il quadrante strategico più prossimo al suo spazio geopolitico è la regione del Pacifico. In questo senso, i Paesi della regione andina sono ovviamente privilegiati, e non a caso sono quelli con cui Washington ha mantenuto le migliori relazioni. Tuttavia, nell’ottica di una nuova stagione politica che si profila nei Paesi del Mercosur, una ripresa decisa dei rapporti potrebbe essere funzionale agli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti, ma anche degli stessi Paesi sudamericani. Questi ultimi, dopo aver intrapreso un importante percorso di emancipazione e sviluppo a partire dal decennio scorso, potrebbero a buon diritto sedersi al tavolo negoziale con più forza e capacità di influenza. Le opportunità stanno da entrambi i lati; starà al nuovo inquilino della Casa Bianca fare “gol” sfruttando l’ “assist” servito dai risultati della Presidenza Obama.

Davide Tentori

 

Foto: US Embassy Santiago, Chile

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