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Tchau Dilma! Il Brasile post-impeachment di Temer

Il nuovo esecutivo del Presidente in esercizio, Michel Temer, eredita una macchina statale indebitata fino al collo e lancia il suo nuovo piano di riforme

DILMA E L’IMPEACHMENT– La via crucis istituzionale della Presidente ″afastada’’, allontanata dal suo incarico, pare ormai giunta all’ultima stazione. Con la votazione del 12 maggio, dopo una lunghissima sessione fiume, il Senato ha sancito l’apertura del processo di impeachment con 55 voti a favore e 22 contrari. Il capo d’accusa per Rousseff consiste in un reato fiscale inerente alle sue funzioni di ufficio, ossia la falsificazione del bilancio dello Stato, previsto dall’art.85 della Costituzione Federale.
In pratica è avvenuto un abbellimento dei conti, la cosiddetta pedalada fiscal, per circa 105 miliardi di reais, attraverso un ritardo del pagamento dei prestiti emessi dalle banche statali. Cifra mai così alta per una pratica che, seppur illegale, è stata utilizzata spesso anche dai precedenti esecutivi. L’ex Presidente, pur usufruendo ancora della residenza presidenziale, per 180 giorni sarà sostituita dal nuovo Presidente ad interim Michel Temer del Partito del Movimento Democratico Brasiliano, fino alla votazione finale del Senato in sessione plenaria sul merito della questione. In quella seda basteranno 54 voti per la rimozione definitiva di Rousseff, con l’onta dell’indesiderabilità per otto anni, a meno che non rinunci prima alla presidenza. Adesso il processo presieduto da Ricardo Lewandoski, presidente della Corte Suprema (STF), entra in una fase istruttoria in cui saranno ascoltati i testimoni e verificati i documenti, con Rousseff che potrà esercitare il proprio diritto alla difesa entrando nel merito giuridico.

L’EREDITA ECONOMICA E POLITICA DEL PT– I 13 anni del petismo caratterizzati da governi di centro-sinistra fortemente progressisti, prima con Lula poi con Dilma Rousseff, hanno segnato numerosi passi avanti dal punto di vista degli indicatori sociali, ma anche peggioramenti dal punto di vista della competitività economica, acuiti durante l’ultimo mandato presidenziale. Nel 2002 il Brasile occupava il 13° posto nella classifica globale dell’economie stando al PIL (dati FMI e Banca Mondiale), oggi è al 9° posto. Nel 2011 l’economia verde-oro arrivò addirittura alla sesta posizione scavalcando la Gran Bretagna. L’arretramento ha sofferto le oscillazioni del cambio, l’attuale recessione e il crollo del prezzo delle commodities, confermando ‘’il volo della gallina’’ dell’economia brasiliana, perennemente incapace di giungere a una certa stabilità, alternando fasi di crescita a periodi di stagnazione economica.
Il tasso di crescita del PIL dei governi Lula-Rousseff è pari al 2.9%, contro il 2.5% del periodo di Fernando Henrique Cardoso. Addirittura nel 2010, con Lula, il Brasile viaggiava ad un ritmo cinese di crescita del PIL: 7,5%. Second Bbc Brasil, se si include l’ultimo mandato di Rousseff nel conteggio, la media sarà costituita da un 2,4%, tasso inferiore all’ultimo Governo di centro-destra. Secondo Alessandra Ribeiro, economista del centro studi Consultoria Tendencia, questa decelerazione è dovuta all’insuccesso della politica economica di Dilma, che ha visto un eccesso di interventismo statale oltre ad una mancanza di riforme strutturali che potessero migliorare l’ambiente economico. Secondo i dati del World Economic Forum risalenti al 2015, il Brasile occupa la settantacinquesima posizione tra 140 Paesi nella classifica del grado di competitività economica. Un balzo indietro rispetto al 46° posto del 2002, che però era calcolato su 80 Stati.
Nella mira delle critiche di molti economisti c’è la Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale (BNDES). L’analista Castro Neves di Eurasia Group ha specificato: «Oggi appare chiaro che la politica dei ‘campioni nazionali’ (condotta dalla BNDES, che selezionava aziende per aiutarle ad essere più competitive globalmente, tramite crediti sussidiari e acquisto partecipazioni azionarie) non è stata una buona idea. Ha creato un contesto economico in cui era il governo a scegliere vincitori e sconfitti, e per beneficiarne bastava gridare più forte».

LE POLITICHE SOCIALI DEL PT – Al contempo l’Indice di Sviluppo Umano dell’ONU è passato dallo 0.649 del 2000 al 0.755 di oggi. Sempre l’ONU, in un rapporto del 2015, ha indicato il piano welfare Bolsa Familia come un modello esemplare di programma sociale di successo, con 24 milioni di brasiliani che grazie ad esso sono usciti dalla povertà. La Bolsa Familia, insieme con il piano casa Minha Casa-Minha vida, ha visto l’emergere di nuovo ceto medio.
L’indice economico di Gini (che indica il livello di diseguaglianza con valori da 0 – perfetta uguaglianza – a 100 – perfetta ineguaglianza) ha a sua volta riscontrato un netto miglioramento durante gli anni del PT: stando alla Banca mondiale è passato dal 58.6 del 2002 al 52.9 del 2013; mentre per le Nazioni Unite dal 54.2 al 45.9.
Il direttore esecutivo del FMI per il Brasile, Otavio Canuto, concorda nell’affermare che le politiche sociali sono la grande eredità dei governi del Partito dei Lavoratori.
Queste conquiste ora sono messe in discussione dall’attuale recessione, che con una disoccupazione al 10%, un’inflazione all’11% e dati tutti in negativo sulla produttività vedono un pericoloso arretramento nella distribuzione della ricchezza per le scelte miopi in politica economica degli ultimi. L’attuale fase economica non può che portare alla critica feroce, da parte delle opposizioni, dei programmi sociali, visti come un onere infruttuoso per le devastate casse dello Stato.
La controffensiva che si basa sulla narrazione del golpe di Stato soft da parte delle destre, partirà da Lula che, come durante la campagna elettorale che lo portò alla presidenza, tornerà a viaggiare attraverso l’intero Paese, affiancato da Rousseff, cercando di serrare i ranghi delle organizzazioni politiche e sindacali che rappresentano la base attiva dell’elettorato del PT.

DEBITI DI STATO– Stando a un’analisi del think thank italiano ISPI, il Brasile è un Paese sull’orlo del disastro economico: un deficit che, riportando i dati dell’agenzia di rating Moody’s, sarebbe di circa 600 miliardi di reais  – 150 miliardi di euro. Diverse le stime interne riportate dal giornale Globo: si prevede un buco tra i 96 miliardi di reais previsti dal precedente ministro dell’Industria del Governo Rousseff, Nelson Barbosa, ai 125 miliardi della commissione bilancio.
Il nuovo Governo Temer deve ora affrontare la ricapitolazione del Tesoro per gli enti statali Petrobras, Eletrobras e Caixa Economica Federal, e dovrà inoltre provvedere a una rinegoziazione del debito degli stati regionali. La Corte Suprema ha già emanato una sentenza e sancito un primo taglio del debito di alcuni stati per 10 miliardi di reais. Ciò è andato a pesare ulteriormente sulle casse dello Stato. La squadra economica di Temer prevede un ulteriore fardello di 402 miliardi di reais allo Stato centrale, tenendo conto della sentenza del STF di giugno, la quale potrebbe ancora favorire le amministrazioni periferiche.

UN PONTE PER IL FUTURO, LE RIFORME DI TEMER– Le riforme annunciate nel discorso d’insediamento di Michel Temer sono approfondite in un documento del PMDB dell’ottobre scorso, il piano ‘’Uma Ponte para o Futuro’’, un ponte per il futuro. Il piano si basa su quattro pilastri: la riforma tributaria, l’alleggerimento del bilancio, la riforma amministrativa e la riforma previdenziale. Secondo il pamphlet pemedebista le spese dello Stato sono troppe, e con un’amministrazione del bilancio legata a vincoli di carattere costituzionale occorre effettuare un’austerità in salsa brasiliana, in modo da ottimizzare le spese. Il documento propone ‘’un bilancio a base zero’’: con ciò s’intende che i programmi dello stato centrale siano convalidati da un comitato indipendente, che potrà ogni volta suggerire la loro continuazione o cessazione.
Riguardo la riforma amministrativa, l’idea di Temer è quella di adottare un modello meritocratico: i funzionari pubblici guadagnerebbero bonus prestabiliti nel caso raggiungessero obiettivi previamente prefissi; inoltre la direzione delle imprese e delle agenzie statali cesseranno di essere occupate da protetti politici, attraverso la creazione di un sistema di selezione che segua criteri puramente tecnici e di merito. Così si potrebbero evitare scandali come il petrolao.
Le dichiarazioni dei nuovi ministri Meirelles (Industria) e Padilha (Casa Civil), sulla riforma previdenziale hanno indotto alla convocazione dei preoccupatissimi sindacati da parte di Temer. La riforma ben esplicata in ‘’Uma Ponte Para o Futuro’’, prevede un’età minima per la pensione non inferiore ai 65 anni per gli uomini e 60 per le donne. Meirelles ha specificato che occorre ridurre l’indicizzazione per passare ad un calcolo nominale per la crescita spese.
Per quanto riguarda gli aggiustamenti fiscali, il Governo non teme le opposizioni, né le ben più rumorose manifestazioni degli organizzatissimi movimento sociali, su tutti il Movimento dei Lavoratori senza Terra (MST). In un secondo documento uscito ad aprile, Travessia Social, il PMDB ha già sottolineato la necessità di revisione dei programmi di governo di Rousseff. Il documento afferma che il punto debole delle riforme petiste è la mancanza di una cultura della valutazione: «L’importante è che i benefici possano arrivare ai destinatari e che i costi dell’amministrazione debbano essere i più bassi possibile», afferma il testo. Queste difficili riforme necessitano, oltre che dei non scontati voti del parlamento, anche del sostegno popolare, senza il quale progetti legislativi di questa matrice difficilmente potranno essere attuati. Le conseguenze della rottura della pace sociale brasiliana, fondata anche su sussidi statali e un welfare inclusivo in pochissimi ma determinati settori per alcune fasce sociali, potrebbero portare ad una nuova ondata di manifestazioni come quelle del 2013.

IL PRESIDENTE E I SUOI MINISTRI– Michel Temer, professore di giurisprudenza, parlamentare da trent’anni nonché membro della costituente democratica, ha ridotto il numero di ministeri da 33 a 24, accorpando vari dicasteri. La squadra ministeriale è composta da tutti uomini e perlopiù bianchi, fatto che non accadeva dalla dittatura militare.
Sette dei ministri, insieme allo stesso Temer, sono citati nella tangentopoli brasiliana, l’inchiesta Lava Jato. Romero Jucà, ministro della Pianificazione, Sviluppo e Gestione è nella lista degli indagati del procuratore generale Rodrigo Janot, poiché presunto beneficiario del trasferimento illegale di fondi per una sua vecchia campagna elettorale. Geddel Vieira Lima, della Segreteria di Governo, è citato nella Lava Jato in quanto fautore di diversi favori all’impresa edilizia OAS. Il ministro Henrique Eduardo Alves, già presente nel Governo Rousseff, è sospettato di aver ricevuto una maxi tangente dal proprietario della OAS, Leo Pinheiro. Infine, i deputati Filho, Jungmann, Araùjo e Barro – che andranno a gestire rispettivamente i ministeri dell’Educazione, Difesa, Città e Sanità – sono citati nella famosa Lista Odebrecht, scoperta dalla Polizia Federale a marzo durante la 23esima fase della Lava Jato. Tale lista pare contenere i nominativi dei politici messi a libro paga dalla maggior impresa edilizia del Paese.
È difficile che la lotta alla corruzione porti a risultati tangibili con un esecutivo con figure tanto compromesse. Il nuovo Governo ha inoltre ribadito l’occhio di riguardo per il settore privato, senza però dimenticare una certa retorica neo-corporativista che appartiene all’ideologia centrista del PMDB. In questi primi 180 giorni il nuovo Governo si trova di fronte all’impervia sfida della creazione di un clima di fiducia e di ripresa degli investimenti, specie quelli esteri, da cui tanto il Paese dipende. La nuova gestione del potere brasiliana ha tutto da dimostrare.

Emiliano Caliendo

Un chicco in più

Dopo le critiche per la mancanza di figure femminili nella nuova compagine governativa, il Presidente in esercizio Temer, ha provveduto alla nomina di Maria Sílvia Marques per il comando della BNDES, la Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale. Un’agenzia statale che si è rivelata fondamentale per le policies economiche destinate alle imprese dai Governi Lula e Rousseff. Marques è stata assessore alle finanze della prefettura di Rio (l’equivalente del nostro comune) nonché presidente della Compagnia Siderurgica Nazionale. 

3 comments
van_leprechaun
van_leprechaun

Temer e molti del suo partito sono sotto inchiesta giudiziaria per corruzione, piccolo dettaglio. Inoltre, geopolitica o meno, in italiano "fiscal" non si traduce "fiscale", esattamente come - signori economisti - "decade" si traduce con decennio, non con "decade", che in italiano esiste ma ha un altro significato. Fiscal si traduce con "di bilancio", le tasse non c'entrano nulla.

il "reato" imputato alla Roussef è una follia, che rientra nelle concezioni ordoliberali correnti in Europa, che si sposano col neoliberalismo alla "Washington consensus", una roba che nessuno ha mai votato, voluta dalle élite, quelle che ancora si ostinano a cercare il bagno di sangue.

Cio' non toglie che il PT abbia fatto enormi errori, perdendo il consenso della sua stessa base. Non diversamente dalle cosiddette "socialdemocrazie" europee, anche loro morti che camminano.

Càpita, quando si fa una politica di destra al posto delle destre: sempre meglio l'originale della copia.

EmilianoCaIiendo
EmilianoCaIiendo

@van_leprechaun  Apprezzabile la lezione di portoghese ma sempre meglio far chiarezza: fiscal ha lo stesso significato che ha nell'accezione italiana, basta consultare il dizionario portoghese Aurélio, l'equivalente di un nostro Zanichelli. Bilancio in portoghese, nell'accezione che lei intende si dice 'orçamento'. Detto ciò, la parola reato non va messa tra virgolette poichè come già esplicato nell'articolo la costituzione brasiliana è molto chiara a proposito: 


''São crimes de responsabilidade os atos do Presidente da República que atentem contra a Constituição Federal e, especialmente, contra: [...] VI. a lei orçamentária;''


La parola 'crime', in portoghese si traduce letteralmente reato. Ciò rende l'impeachment indiscutibilmente legittimo dal punto di vista legale, seppur al contempo legittimamente contestabile per fini politici. L'indebolimento del governo Rousseff durante l'ultimo mandato, ha portato a profonde fratture nella propria base parlamentare, una parte della quale ha intrapreso la strada dell'arma legale dell'impeachment per metter in discussione e far poi cadere un governo oramai al 10% di consenso popolare. La politica purtroppo è anche questa e i partiti brasiliani in competizione tra loro difendono le loro ragioni, presentando all'opinione pubblica delle narrazioni più congeniali possibili ai propri fini. Superfluo dire che il Washington Consensus con la costituzione e con un reato d'ufficio presidenziale, fiscale in questo caso, non centri nulla.

van_leprechaun
van_leprechaun

@EmilianoCaIiendo @van_leprechaun

"Il capo d’accusa per Rousseff consiste in un reato fiscale".  

Questa frase non l'ho scritta io, sta scritta nell'articolo. La falsificazione del bilancio tramite posticipazione dei pagamenti dei prestiti cosa c'entra con le tasse?

Quindi, forse, "pedalada fiscal" allude al bilancio, e quindi qualche "economista" brasiliano, come accade a quelli italiani, ha usato un anglicismo. Non capita agli spagnoli, perché in castigliano "el fiscal" è il Procuratore della Repubblica, e l'anglicismo farebbe morire dalle risate.

Quanto al fatto che il Washington Consensus non c'entri nulla, non è vero: anche il Fiscal Compact (una "legge sul bilancio" contro la cui versione USA ci fu a suo tempo un'alzata di scudi da parte di centinaia di economisti USA, praticamente tutti i premi Nobel) viene (anche) da lì. Da una concezione del debito pubblico simile a quella di Quintino Sella. 

Ma il discorso è troppo lungo per un post.