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La crisi finanziaria: le colpe del FMI (2)

Nel precedente articolo sono state delineate le principali cause dei fallimenti del Fondo monetario internazionale negli anni pre-crisi. In questo invece proviamo ad osservare i cambiamenti che l’istituzione internazionale ha messo in atto negli anni successivi al 2008

UN GENERALE MIGLIORAMENTO – Le cause delineate nell’articolo sulle lacune dell’operato del Fondo monetario internazionale (FMI) negli anni precedenti alla crisi finanziaria del 2008 rispondono tutte a un malfunzionamento dell’apparato di sorveglianza dello stesso. L’istituzione internazionale non è stata quindi in grado di soddisfare uno dei suoi compiti principali, quello di analizzare ed eventualmente “consigliare” le politiche economiche dei Paesi membri: è la cosiddetta surveillance mission del FMI. A tal proposito, per soffermarci questa volta sui cambiamenti che sono stati messi in atto negli anni successivi alla crisi finanziaria, prendiamo in considerazione i report dell’Independent Evaluation Office (IEO) degli anni dal 2012 in poi.
In quello del 2013 ad esempio, si tenta di fare una valutazione della percezione del FMI da parte dei Paesi membri in merito al suo ruolo di Trusted Advisor (consigliere di fiducia). Questo studio considera anche le pratiche interne e gli incentivi che possono potenzialmente influenzare il suo operato nell’ambito di questo ruolo, per evitare che si riproducano le stesse dinamiche degli anni 2004-2007 in questo contesto. In complesso, l’unità indipendente di valutazione riscontra un generale miglioramento dell’immagine del FMI dopo la crisi: «l’istituzione cominciò ad essere vista come più flessibile e reattiva che nel passato». Tuttavia, il grado di fiducia nei suoi confronti varia da regione a regione: in Asia ed America Latina ad esempio, così come in altri grandi mercati emergenti, le autorità erano ancora molto scettiche, mentre quelle nei Paesi più avanzati erano relativamente indifferenti al riguardo.
In ogni caso, il report si concentra sugli aspetti che devono essere migliorati per mantenere quell’aura di ottimismo che la maggioranza dei Paesi aveva nei confronti dell’operato del FMI appena dopo la crisi. Innanzitutto, si tratterebbe di «condividere le analisi chiave con le autorità dei Paesi prima del periodo di consultazione e somministrare spiegazioni migliori alle motivazioni sottostanti determinati consigli, oltre che operare ricerche comparate tra Paesi per evidenziare le best practices». Inoltre, «sviluppare in consultazione con le autorità un piano strategico di medio termine per ogni Paese, promuovendo tempo per discussioni informali ed un dialogo continuo tra i mission teams e gli uffici del Direttore esecutivo»; tutto ciò coinvolgendo il più possibile i Paesi più influenzati dai cambiamenti delle politiche del FMI. Di fatto, si specificano in maniera formale e più dettagliata i suggerimenti dati dallo stesso IEO nel report del 2011 (analizzato qui) e quelli arrivati dall’esterno, ovvero le osservazioni degli economisti più esperti in materia, accademici e non (come in “Lessons from a Time of Crisis”).

Fig 1 – Nel 2011 Christine Lagarde viene nominata direttore esecutivo del FMI: il suo operato fu determinante nel cambiare alcuni aspetti della direzione amministrativa dell’istituzione

BENE, MA NON TROPPO – Un altro punto debole del Fondo monetario internazionale risiede nella capacità di prevedere l’andamento delle variabili macroeconomiche principali del sistema economico nel suo complesso, e più in particolare del “sistema Paese” di ogni membro. Ciò era dovuto in parte all’incapacità degli economisti dello staff del FMI di collegare l’andamento delle variabili macroeconomiche con quelle finanziarie e del sistema bancario in generale.
Tuttavia, negli ultimi anni qualcosa è cambiato anche in questo contesto: il report IMF Forecast: Process, Quality and Country Perspectives redatto dallo IEO nel 2014 analizza proprio questi aspetti. La valutazione riporta che «i processi ed i metodi usati per generare previsioni di breve periodo sono ben strutturati e, in generale, adattate in modo appropriato alle caratteristiche specifiche dei Paesi.” Così, le autorità dei Paesi hanno fiducia nell’integrità del lavoro del FMI e le sue analisi degli scenari e dei rischi dell’economia mondiale. In termini di qualità, il report rileva poi una particolare accuratezza delle previsioni dell’équipe del Fondo: a parte alcune stime per eccesso del tasso di crescita del PIL di alcuni Paesi durante i periodi di recessione, il lavoro era complessivamente paragonabile a quello abitualmente fatto dalle migliori think tanks del settore privato.
Anche in questo caso, l’unità di valutazione trova però delle aree di potenziale miglioramento. In particolare, il FMI «dovrebbe promuovere una cultura per imparare dalle previsioni di performance operate in passato, introducendo un processo più strutturato per implementare e diffondere le raccomandazioni di policy derivanti dai risultati dei lavori di previsione». In secondo luogo, esso «dovrebbe fornire linee guida appropriate ai gruppi di economisti dello staff in merito alle migliori pratiche di forecasting nel breve e medio termine», nonché rendere più accessibili al pubblico le previsioni fatte in passato. In tal senso, si ribadisce l’importanza della trasparenza anche in merito alle pratiche e alle metodologie utilizzate nei lavori di ricerca, auspicando che queste siano effettivamente le più recenti ed efficaci per gli scopi dei compiti del FMI.

Fig 2 – Alcuni pedoni passano di fronte ad un manifesto che promuove il Meeting annuale tra FMI e Banca Mondiale, 8 ottobre 2013

MEGLIO TARDI CHE MAI – Nel report IEO pubblicato l’anno scorso (l’ultimo disponibile), l’unità di valutazione dedica una parte a un succinto briefing relativamente alla risposta del FMI alla crisi economica e finanziaria. L’analisi fa notare come nonostante l’organizzazione si trovasse in una posizione difficile quando scoppiò la crisi, essa riuscì poi a quadruplicare le sue risorse e ristrutturare le sue modalità di prestito. Nel quinquennio 2008-2013, ad esempio, arrivò a finanziare i Paesi membri per ben 400 miliardi di dollari. Inoltre, promosse raccomandazioni influenti in merito al bisogno di una coordinata espansione fiscale, nonché quello di iniziare un processo di consolidazione del sistema fiscale delle più grandi economie del globo.
Insomma, se nel 2011 si evidenziavano problemi strutturali, incapacità tecniche, gap di tipo analitico, disincentivi alla trasparenza, lacune nel coordinamento interno, silo behaviours e addirittura pressioni politiche esterne, mancanza di onestà, chiarezza e coerenza nei confronti dei Paesi membri, nel suo report più recente lo IEO la vede in modo decisamente diverso. La valutazione infatti conclude che «il FMI ha giocato un ruolo importante nella risposta globale alla crisi». Il report sottolinea come l’istituzione internazionale abbia «considerevolmente espanso i suoi esercizi, strumenti e lavoro analitico per essere più vigile ed efficace nell’avvertire i Paesi in merito a potenziali rischi e vulnerabilità». Inoltre, il Fondo «collaborò con altre organizzazioni incluso il G20 (in merito al cosiddetto Mutual Assessment Process) ed il Financial Stability Board. Queste collaborazioni furono efficaci nell’indirizzare gli aspetti della crisi e migliorare la trazione dei consigli del FMI». A tal proposito servono però ulteriori sforzi: in particolare sono necessari «principi di coinvolgimento e cooperazione con altre organizzazioni che siano generalmente applicabili; questi devono comunque rimanere pragmatici e flessibili, permettendo adattamenti alle specifiche circostanze». Uno dei successi che vanno in questa direzione è l’approvazione delle cosiddette “quota-reforms”, le riforme delle quote di sottoscrizione. Esse permetteranno infatti di ampliare il peso relativo di alcuni Paesi membri, incrementando il loro potere di voto ed il rispettivo accesso ai finanziamenti, facendo in modo quindi che il FMI garantisca la rappresentanza dei bisogni dei suoi membri.
Nella parte finale, tuttavia, anche quest’ultimo report sottolinea la necessità che il Fondo monetario internazionale dia priorità a comunicare in tempo con i policymakers ed enfatizzi il rischio sistemico in tutte le sue componenti, focalizzandosi soprattutto sui centri finanziari. L’unità indipendente di valutazione infatti vuole che l’istituzione internazionale ad essa collegata «continui ad incoraggiare un ambiente che rimanga genuinamente aperto a prospettive alternative».

Leonardo Conte

Un chicco in più

Il Mutual Assessment Process (MAP) è un protocollo di collaborazione tra il Fondo monetario internazionale (FMI) e il G20, istituito a Pittsburgh nel 2009. Il G20 prese l’iniziativa, con lo scopo di assicurare che un’azione di politica collettiva avrebbe beneficiato tutti, mentre il FMI avrebbe fornito il know how per le analisi tecniche del MAP. In collaborazione con altre istituzioni, il Fondo ha il compito di valutare se le politiche attuate dai Paesi del G20 siano coerenti con gli obiettivi di crescita dettati dallo stesso G20. A tal proposito, il FMI è tenuto inoltre ad aiutare il G20 a sviluppare delle linee guida indicative per identificare e valutare ogni due anni eventuali grandi squilibri presenti nelle economie di uno dei Paesi membri. Le raccomandazioni del MAP e l’analisi dello staff del FMI possono essere trovate qui: http://www.imf.org/external/np/g20/index.htm.

Foto: JavierPsilocybin

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