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Il land grabbing cinese: origini, peculiarità e prospettive (III)

Ultima parte del nostro speciale sulla corsa all’accaparramento delle terre da parte della potenza emergente, la Cina, che deve sfamare quasi un miliardo e mezzo di persone che, ora, possono anche spendere per mangiare

CIBO E LAND GRABBING  – La crisi alimentare fu di esempio anche in politica interna, perché evidenziò agli occhi della nomenclatura cinese i pericoli derivanti dalla scarsità di cibo; le rivolte popolari contro il “caro cibo” scossero Egitto, Filippine, Camerun, Haiti e Costa d’Avorio e i disordini furono pesanti. L’indice FAO dei prodotti agricoli s’impennò. Andare a produrre cibo al di là dei propri confini diventò, pertanto, anche un’opportunità da sfruttare per chi, come la Cina, aveva ingenti quantità di capitale da investire – dato anche il basso valore del dollaro, che rendeva i rendimenti sui titoli di Stato a stelle e strisce molto meno attraenti rispetto al recente passato.
Forte era l’esigenza di dotarsi di idonee quantità di riso, soia, zucchero e grano per una popolazione che cresceva in fretta e che era sempre più esigente. In più la Russia aveva contingentato l’export; il grano rischiava di diventare anche un’arma da usare nelle relazioni geopolitiche. L’impero di mezzo ricopre una superficie di 10 milioni di chilometri quadrati, ma ha da tempo puntato sullo sviluppo dell’industria e della manifattura. Il risultato è che le terre disponibili sono sempre meno e la produzione agroalimentare non è sufficiente. La Repubblica popolare cinese recita quindi un ruolo di primissimo piano all’interno del fenomeno chiamato land grabbing, anche se con caratteristiche diverse da quelle che ricorrono nella dinamiche messe in atto da altri Paesi finanziariamente molto influenti.

Fig. 1 – Haiti, una delle tante terre affette da scarsità di cibo

L’EMERGERE DEL LAND GRABBING – Il land grabbing è un fenomeno destinato a modificare assetti ed equilibri sociali e politici. Privo di tabelle e dati ufficiali, possiamo considerarlo nato da una quindicina di anni, ma effettivamente esploso con gli avvenimenti descritti. Gli attori protagonisti sono le grandi potenze (più finanziarie che politiche) e, con un ruolo diverso, Stati poveri. Il risultato finale di questo processo sta nel fatto che i Paesi agricoli vedono improvvisamente aumentare le rese delle colture e diventano grandi esportatori, pur perdendo il controllo delle stesse. Oltre al cibo, la Cina ha necessità di produrre biocarburanti (come etanolo e jatropha, derivati da colture industriali come mais e protoleaginose) per nutrire non solo i cittadini, ma anche il proprio sviluppo economico e industriale. Le statistiche dicono che i cinesi oggi controllano circa 2 milioni di ettari di terre al di fuori dei loro confini nazionali.
Il land grabbing non ha ancora prodotto risultati finali. È chiaro che una metrica da considerare nella valutazione ex post degli investimenti in terra straniera è nel miglioramento (reale o supposto) delle condizioni esistenziali delle popolazioni coinvolte in loco. L’obiettivo dei Paesi ricchi sta nell’eludere il passaggio delle commodity attraverso i mercati finanziari mondiali e i rischi derivanti dai future agricoli, per potersi rifornire in maniera diretta e senza intermediazioni, quindi con l’obiettivo di spendere meno avendo maggiori certezze di riuscita. Attraverso questo percorso, Stati dalle grandi disponibilità finanziarie ma relativamente scarsi di terre arabili (o da destinare alla zootecnia da carne) hanno indirizzato i propri interessi verso i Paesi in via di sviluppo, praticando l’equazione terreni in cambio di soldi e infrastrutture, prospettando ricadute benefiche in termini occupazionali per le popolazioni locali.

Fig. 2 – A caccia di terre: la carenza di spazio produce anche questi terrazzamenti

IL RUOLO DELLA FINANZA – Hedge fund e multinazionali della chimica si sono spesso introdotte e il fenomeno ha ottenuto dimensioni mondiali in breve tempo. Raramente le promesse avanzate in fase di negoziazione sono poi state mantenute, spesso rendendo l’effetto del fenomeno a favore delle potenze danarose. Lo sguardo del dragone si è rivolto soprattutto alle terre d’Africa. L’America Latina stava conoscendo un profondo boom economico che ha fatto salire la soglia d’attenzione dei governi e il costo delle terre. In Oceania lo spazio disponibile non era molto e questo lo rendeva caro mentre l’Africa, invece, dispone di terre di ottima qualità a prezzi interessanti, di un’adeguata dotazione di materie prime e regimi politici bendisposti.
Un altro asse verso cui la Repubblica popolare si è orientata è l’Europa Orientale. Nel maggio 2011 la Corporation Tianjin State Farms Agribusiness Group Company ha puntato la Bulgaria, dichiarando di voler coltivare circa 10.000 ettari a foraggi ed erba medica da esportare ovviamente in toto nella madrepatria, e annunciando anche di voler produrre vino da destinare al consumo interno, ora che il mercato è pronto per apprezzarlo.
La presenza orientale sul suolo comunitario fa rientrare le produzioni sotto l’ombrello protettivo della Politica Agricola Comunitaria, quindi in un regime sostanzialmente protetto e conveniente in quanto abbastanza chiuso verso l’esterno e dotato di sovvenzioni e aiuti economici. Tutto lascia pensare che i possedimenti nell’Europa dell’Est siano per questo destinati ad aumentare in breve tempo. L’attenzione verso l’Ucraina, granaio d’Europa, è sempre stata piuttosto alta ed ingenti investimenti erano comunque previsti, ma il precipitare della situazione geopolitica ha raffreddato l’entusiasmo cinese che ora, piuttosto, sta valutando una exit strategy dal Paese.

LE DIRETTRICI CINESI – La direttrice sudamericana, invece, è destinata per lo più alla produzione di soia. Terreni coltivati in Argentina, Brasile (che ha deforestato per allevare i maiali ora tanto richiesti dal mercato cinese) e soprattutto Paraguay. La soia viene mangiata, utilizzata come mangime per l’allevamento e usata per produrre l’olio. A Cuba e in Messico, invece, viene coltivato il riso. La Repubblica popolare importa soia e riso dalla Cambogia, zucchero dall’Australia e olio di palma dall’Indonesia, che sta dando vita a pesanti fenomeni di deforestazione e perdita di biodiversità per fare spazio alle palme.
Nei possedimenti in Uganda e Zimbabwe si produco altri cereali, mentre una certa produzione è stata portata anche nel Laos e nelle Filippine. Coltivare il riso per sfamare i cinesi è diventata l’attività delle terre affittate per un periodo lungo in Tanzania, Mozambico e Camerun. Lo sguardo più interessato è certamente quello verso l’Africa, ricca di petrolio, materie prime, terre e governi assetati di sviluppo, sensibili ai prestiti erogati senza particolari vincoli politici e desiderosi di avere uno Stato amico che sieda come membro permanente nel Consiglio dell’ONU.
Mettendo a frutto la strategia del soft power la Cina ha diretto i propri sforzi verso i regimi politici stabili e più inclini allo scambio del continente nero, tanto che, durante la conferenza di Durban sui cambiamenti climatici (dicembre 2011), un ministro della Repubblica Sudafricana parlò apertamente di «colonialismo da parte della Cina in Africa». L’accusa venne, come è ovvio, respinta al mittente e l’Africa è divenuta vera “terra di conquista”, prima con l’offerta di amicizia ai regimi più corrotti, poi con l’invio di soldi per prestiti molto agevolati e la promessa di interventi strutturali sul territorio come ferrovie, strade, acquedotti e irrigazione. Tutto utilizzando la massima discrezione, capitali e maestranze cinesi per abbattere i costi e ottimizzare i tempi di realizzazione delle opere.

Fig. 3 – La Cina grande investitore in Africa, anche con regimi molto discussi: qui Xi con Mugabe

LA CINA IN AFRICA – La strategia è evidentemente differente da quella dei Paesi europei e degli Stati Uniti, e probabilmente più efficace – tanto da essere denominata win-win dagli stessi orientali. Il tutto considerando che la Cina aveva già praticato un serio riavvicinamento al mondo occidentale dal 2001, quando grazie alle going out policy riuscì ad essere ammessa al WTO dopo quindici anni di negoziati e importanti aperture del proprio mercato interno dei beni e dei servizi. Dopo aver concesso, la Cina ha iniziato a recuperare.
Il più noto esempio di espansione agroalimentare cinese all’estero è la Wanbao Africa Agricultural Development Company, che ha rivolto il proprio sguardo al Mozambico, uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Dal 2011, dopo aver rilevato il progetto dalla Hubei Lianfeng, produce riso e mais, dispone di ben 20.000 ettari in concessione ad un prezzo irrisorio ed è forte di un progetto che prevede uno stanziamento iniziale cospicuo, 250 milioni di dollari. La zona di produzione si trova a Xai-Xai, a nord della capitale Maputo, e formalmente è un progetto che prevede lo scambio di tecnologie produttive e conoscenze agrarie.
Ci lavorano 1340 persone di cui 500 cinesi, ma stime non ufficiali parlano del trasferimento forzoso di 80.000 persone da lì. Il piano, dunque, è quello di investire nei Paesi dell’area sub-sahariana, lontano dai prezzi e dai pericoli del Maghreb. In effetti, più l’area è arretrata più appare appetibile perché il prezzo sarà minore, come le resistenze politiche e popolari. L’Africa è ancora parecchio distante dalla combinazione che ha reso possibile la Green Revolution di Borlaug. Non ci sono fertilizzanti, l’irrigazione è molto scarsa e i semi ad alto rendimento non sono mai giunti. Le infrastrutture scarseggiano, il mercato è labile.
Praticamente la resa per ettaro è rimasta ferma ai tempi degli antichi romani: mentre un contadino occidentale a parità di condizioni ottiene sei tonnellate di cereali per ettaro, quello del Mozambico arriva a una. La strategia ha avuto un successo tale da prevedere, secondo alcune stime, il trasferimento di circa un milione di operai cinesi in Africa, organizzati nei cosiddetti “villaggi Baoding”, dal nome della cittadina dell’Hebei14, riuscendo anche a porre un freno alla pressione demografica interna. Fu Liu Jianjun, quando era il direttore dell’ufficio commercio estero dell’Hebei, nel 1998, a voler iniziare l’esodo.
Oggi la Cina sembra voler riproporre il modello economico anche nel business e non più solo nel consumo. La scorsa primavera il gigante Cofco (China National Cereals Oil and Foodstaff Corp) ha acquisito la maggioranza del trader olandese Nidera, e pare abbia in mente di creare una joint venture con il gruppo di Singapore Noble al fine di aggredire i mercati mondiali nella fornitura di prodotti agricoli, soprattutto cereali e proteoleaginose. Soltanto recentemente l’Occidente ha sollevato il problema diritti, argomento che la Cina non ha interesse ad analizzare e del quale i governi africani tendono a non parlare, al contrario dei Paesi del nord del mondo che, invece, vincolano la ratifica e l’esecuzione di importanti trattati al loro rispetto. Il primo investimento cinese di un certo rilievo è del 1995 nello Zambia. Già nel 2007 Pechino aveva in Africa 63 progetti che abbracciavano molte filiere produttive dell’agri-business. L’espansione è riuscita ed è servita anche a risolvere problemi interni di sovraffollamento e ordine pubblico. Dare soluzione a problematiche interne ha consentito ai cinesi di portare avanti gli interessi nazionali.

Andrea Martire

Un chicco in più

Per rileggere le altre parti dello speciale sul land grabbing cinese:

Foto: Friends of the Earth International

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