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Il land grabbing cinese: origini, peculiarità e prospettive (II)

Riprendiamo la nostra analisi geopolitica sul land grabbing cinese, fenomeno che mette a dura prova gli equilibri alimentari mondiali. Puoi vedere la prima parte qui 

CINA, CRESCE LA DOMANDA DI CIBO DI QUALITÀ – Dopo lo scandalo del 2008, quando sei bambini morirono dopo aver mangiato merendine colorate con melatonina tossica, e quello della scorsa primavera che ha visto protagonista il principale fornitore di carni di pollo del Paese, la Shanghai Husi, l’opinione pubblica cinese e i consumatori richiedono una politica sanitaria reale e controlli che diano risultati.
Sta crescendo la ricerca della qualità e si bada alla salute anche perché qualcuna delle grandi aziende occidentali che ha de localizzato la produzione nel celeste impero ha iniziato il percorso a ritroso, il che significa perdita di opportunità di business. La scoperta del pesticida Metamidofos nei ravioli esportati in Giappone lo scorso maggio ha avuto un certo seguito nelle già non brillanti relazioni diplomatiche tra i due Paesi. A questo si deve poi aggiungere la crescente richiesta di politiche di riforme orientate alla eco-sostenibilità.
La produzione agricola, e agroalimentare in generale, deve scontrarsi anche con le problematiche ambientali. È stato lo stesso Governo della Repubblica popolare, nel 2014, a definire come inquinato il 60% delle acque sotterranee del Paese. È evidente che tale dato preoccupa enormemente i centri decisionali cinesi; impossibile vincere la sfida della food security, del cibo per tutti, con un sottosuolo così inquinato. L’acqua è di straordinaria importanza per l’agricoltura, e non averne nella giusta qualità pregiudica le speranze di autonomia alimentare. È grave poi che il 60% dell’acqua sia classificata come povera. Rende l’idea anche dell’emergenza idrica che il grande Paese rischia. La situazione è particolarmente delicata a Pechino, città in cui si può contare su un massimo di 120 metri cubi l’anno per abitante; tanto per avere un’idea della comparazione, nelle più grandi città d’Italia possiamo contare su 64 metri cubi per abitanti al giorno. E al terreno non va certamente meglio.

Fig. 1 – Una diga realizzata da cinesi

SALUTE DELLA TERRA E LAND GRABBING – Secondo uno studio condotto dal Ministero per la protezione ambientale e dal Ministero dei terreni e delle risorse tra il 2005 ed il 2013 e diffuso nel marzo 2014, il 16,1% del suolo e il 19,4% della terra coltivabile sono pesantemente contaminati da sostanze altamente inquinanti, quali cadmio, nickel e arsenico. Il rapporto ha coinvolto un arco temporale di sette anni e un’estensione di 2,4 milioni di chilometri quadrati. Le regioni più inquinante sono i distretti industriali del delta dello Yangtze e del Fiume delle Perle. Le stesse istituzioni hanno pronunciato parole molto significative: «è difficile essere ottimisti sullo stato del suolo del Paese. I lunghi periodi di sviluppo industriale e le emissioni di agenti inquinanti hanno provocato in alcune regioni un deterioramento della qualità delle terre e una grave contaminazione del suolo». Tre decenni di crescita sostanzialmente incontrollata hanno prodotto danni ambientali di vastissime proporzioni, ponendo in evidenza la mancanza di processi di controllo efficaci e adeguati. Wu Xiaoqing, vice ministro per la Tutela ambientale, ha dichiarato che ora la Cina sta cambiando rapidamente politica. L’emergenza ambientale è divenuta una priorità nell’ottica della food safety, e sarà perseguita «attraverso un rafforzamento della legislazione vigente». Nella stessa occasione il vice ministro ha evidenziato come la normativa anti inquinamento del suolo sia molto arretrata rispetto a quella che tutela l’aria, la quale, dal canto suo, è molto inquinata, tanto che due terzi delle città non hanno raggiunto gli obiettivi (minimi) stabiliti dal Governo. È stata prodotta una ulteriore normativa (aprile 2014) per la tutela ambientale, che rende le imprese più direttamente coinvolte e responsabili (in alcuni casi è previsto anche il carcere per il titolare), che supera quella precedente ferma al 1989.
Nel febbraio 2012 il vicepremier Li-Keqiang ha dichiarato che «il Governo si sforzerà di offrire al popolo un ambiente più vivibile, acqua pulita ed un cielo blu». Questo significa che durante il dodicesimo Piano Quinquennale (2011-2015) le città devono portare all’85% il tasso di trattamento di sanificazione delle acque reflue e condurre in porto più di 5.500 progetti ambientali.

IL NUOVO BENESSERE CINESE E L’ORIGINE DEL LAND GRABBING – Gli importanti risultati conseguiti nel periodo che arriva agli inizi degli anni Duemila, cioè aver condotto maggiori quantità di persone al di sotto del livello di povertà, l’abbassamento del tasso di mortalità infantile, di quello relativo all’analfabetismo e l’innalzamento verticale della speranza di vita alla nascita, sono stati ottenuti anche attraverso disparità organizzate; le province orientali sono state “preferite a quelle centrali” e l’agricoltura non ha beneficiato degli investimenti che ha avuto soprattutto l’industria. La conseguenza diretta è che, nonostante l’introduzione del regime privatistico e la possibilità di accumulare profitti, il settore agricolo rimane frammentato e composto da apprezzamenti di modeste dimensioni, incapace di sviluppare colture estensive e di praticare economie di scala.
L’inserimento di metodiche tecnologiche è stato per questo molto limitato e le rese per ettaro sono ancora lontane dai livelli americani e europei. Le province a vocazione prettamente agricola della Repubblica popolare cinese devono pertanto fare i conti con una relativa scarsità di risorse umane, finanziare e infrastrutturali. Le vicende del biennio 2007-2008 forniscono il retroscena economico e finanziario sottostante alla “corsa alla terra”. Se lo scenario interno è quello appena descritto, nel mondo le cose non vanno meglio.

 

Fig. 2 – Anche i cinesi si stanno avvicinando al mercato dei prodotti “bio”?

Le quotazioni delle commodity schizzarono in alto a partire dall’inizio del 2007 per poi giungere alla massima espansione nella primavera dell’anno successivo. Grano e riso arrivarono a costare anche il 150% in più e contestualmente le scorte mondiali arrivarono al livello più basso degli ultimi venti anni. Aumentarono subito i prezzi dei beni alimentari di diretta discendenza da quelli primari e anche, a ruota, i prodotti di origine animale. Le fasce deboli degli Stati occidentali videro ridursi il proprio potere d’acquisto a causa della domanda anelastica che aveva fatto impennare i prezzi a fronte di minori quantità di beni disponibili, ma le popolazioni dei Paesi poveri subirono pesanti disordini e la fame aumentò.
C’era stata una grande speculazione che seguiva un periodo di alluvioni nell’Europa del nord, gelate nella corn belt americana, e di siccità in Ucraina, Russia, Africa mediterranea e Australia. Contestualmente, India e Cina crescevano al ritmo di diversi milioni di persone l’anno, raggiungendo posizioni di pericolo malthusiano. Il petrolio arrivò nel luglio 2008 al prezzo record di 145 dollari al barile, producendo il deprezzamento del biglietto verde – moneta in cui vengono quotate le commodity -, aggiungendo speculazione alla speculazione. La crisi dei subprime si cominciava ad affacciare e la terra arabile ebbe un significativo apprezzamento per via del boom dei biocarburanti (peraltro incentivati dai Governi nazionali) che resero il terreno più prezioso, e quindi più caro.

(Continua)

Andrea Martire

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