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L’eredità di Obama in America Latina (1)

Tempo di bilanci per Barack Obama, anche per quanto riguarda i rapporti con il continente latinoamericano. Le speranze riposte nel primo Presidente di colore della storia USA per un rilancio delle relazioni sono state soddisfatte? Nella prima parte della nostra analisi ripercorriamo il quadro storico

INTRODUZIONE: IL NUOVO CONTESTO SUDAMERICANO – Il 2016 sarà un anno di svolta per l’America Latina. La regione è infatti attraversata da una forte tendenza al cambiamento, con un’intensità che non si vedeva da diversi anni. La fine del kirchnerismo in Argentina, la profonda crisi politico-economica che ha colpito il Brasile, il Venezuela sempre più vicino al collasso economico, i venti di cambiamento e apertura che spirano in direzione dell’isola di Cuba. Sono solo alcune delle dinamiche più interessanti che illustrano come la regione sia prossima ad uno snodo cruciale, circa quindici anni dopo l’inizio di una fase molto positiva caratterizzata dal boom economico (determinato soprattutto dalla fase congiunturale di alti prezzi delle commodities), la riduzione della povertà e delle disuguaglianze sociali e, a livello politico, la prevalenza di Governi di centro-sinistra più o meno ideologizzati. Oggi, diversi fattori stanno invece mettendo a dura prova la tenuta di questi regimi e stanno per instaurare una nuova fase. Innanzitutto, la fine del “super cycle” delle materie prime è il principale fattore esogeno che ha in qualche modo “inceppato” le economie della regione, che per un decennio avevano conosciuto tassi di crescita del PIL mai visti fino a quel momento. In secondo luogo, l’adozione di politiche economiche poco lungimiranti ha contribuito a determinare l’esaurimento dei modelli di sviluppo adottati in alcuni Paesi (principalmente Argentina e Venezuela), caratterizzati da un deciso ritorno allo statalismo, da politiche assistenzialiste e clientelari, dalla riduzione del livello di diversificazione delle attività produttive in nome dell’attraversamento di una “scorciatoia” determinata dallo sfruttamento delle materie prime agricole (soia in primis) o energetiche (il Venezuela è tuttora il Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo). In terzo luogo, l’esasperazione delle tendenze nazionaliste messa in atto dai regimi populisti della regione ha riportato a galla nuove tensioni sociali che in alcuni casi (ad esempio in Brasile) non sono state comprese adeguatamente dai Governi portando a crisi di livello istituzionale. A queste politiche interne hanno poi fatto il paio scelte innovative e a volte ambigue in politica estera: nella seconda metà degli anni Duemila, l’alleanza stretta da alcuni Paesi dell’area con l’Iran di Ahmadinejad; la creazione di nuove organizzazioni di integrazione regionale, come l’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA) e il meccanismo Petrocaribe, caratterizzate dall’intento di creare blocchi politicamente omogenei e fortemente ideologizzati più che iniziative di vera e propria integrazione economica.

Fig. 1 – Erano grandi amici: Ahmadinejad e Chàvez, simbolo di un’epoca ormai finita

IL RAPPORTO CON GLI USA E IL VUOTO LASCIATO DURANTE L’ERA BUSH – In questo quadro, quanto ha contato il rapporto con gli Stati Uniti nella definizione della situazione descritta nel paragrafo precedente? Nel corso di questi anni, gli USA hanno visto la conclusione dell’era Bush e tutto lo svolgimento del periodo Obama. Due periodi molto diversi, le cui differenze sono comprensibilmente anche ricadute sulla relazione che Washington ha impostato con la regione che inizia al di là del Rio Bravo. Prima di intraprendere un’analisi dettagliata dell’evoluzione di questi rapporti, è però opportuno precisare che ci si soffermerà maggiormente sul rapporto degli USA con l’America del Sud (quindi a partire dalla Colombia in giù) e Cuba. Per quanto riguarda, infatti, l’andamento dei rapporti con i Paesi centroamericani, si è trattato di relazioni molto più lineari, mantenute nel solco di una tradizionale vicinanza e dipendenza economica. Se gli USA sono sempre rimasti legati al Messico, anche in virtù dell’integrazione commerciale nell’ambito del North American Free Trade Agreement (NAFTA), i piccoli Stati centramericani sono a loro volta giocoforza legati al grande vicino settentrionale. Si può dunque dire che l’area dal Messico a Panama costituisca in un certo senso una regione geopolitica a sé, con poche caratteristiche in comune con l’America meridionale ad eccezione per la medesima matrice culturale e linguistica. Mentre con la prima area il rapporto con Washington si è dunque sempre mantenuto su binari positivi, giustificati essenzialmente dalla stretta integrazione economica, con la seconda le relazioni bilaterali si sono caratterizzate per un elevato tasso di conflittualità.

Fig. 2 – Una manifestazione di protesta antistatunitense in Sudamerica

Una conflittualità che ha ragioni sia storiche che contingenti. Innanzitutto, il progressivo disimpegno nei confronti dell’area latinoamericana registrato da parte degli Stati Uniti nel corso dell’era Bush, non ha di certo favorito un rafforzamento delle relazioni. Gli attentati dell’11 settembre hanno cambiato fortemente l’ordine di priorità della Casa Bianca in politica estera, facendo del Medio Oriente “allargato” (includendo in questa definizione l’Afghanistan) il principale teatro di azione strategica e militare. Le campagne belliche contro il regime dei Talebani e contro l’Iraq di Saddam Hussein hanno richiesto una concentrazione molto elevata di risorse umane e materiali che hanno giocoforza imposto un disimpegno da altri scenari ritenuti meno importanti.
Dopo oltre centocinquant’anni di applicazione più o meno fedele e costante, gli Stati Uniti sono venuti meno a quella “dottrina Monroe” che, completata poi in senso offensivo e non più meramente difensivo dal “corollario Roosevelt”, era stata uno dei capisaldi della geopolitica e della politica estera nordamericana. Per lungo tempo, in maniera più o meno trasparente e legittima, gli USA avevano imposto la propria egemonia politica ed economica in tutta l’area, anche attraverso l’azione dei propri servizi di intelligence (il caso del golpe contro Salvador Allende in Cile, che aveva portato all’instaurazione della dittatura militare di Augusto Pinochet, è emblematico). L’unico “scacco” subito fu ovviamente quello di Cuba: la rivoluzione riuscita ad opera di Fidel Castro e il fallimento dell’operazione alla Baia dei Porci avevano portato l’Unione Sovietica a un tiro di schioppo dalle coste della Florida, diventando uno dei simboli più nitidi della Guerra Fredda insieme al Muro di Berlino.

UN VUOTO GEOPOLITICO DA COLMARE – Dunque, si può dire che il vuoto geopolitico lasciato dagli Stati Uniti nel corso dell’era Bush sia stato, dal punto di vista di Washington, un errore strategico. Il disimpegno USA è stato indubbiamente uno dei fattori che ha portato al prevalere, in Sudamerica, di una nuova famiglia di governi di sinistra (più o meno radicale) che hanno avuto nel chavismo venezuelano un modello cui ispirarsi. Il cosiddetto “socialismo del XXI secolo”, basato sullo statalismo nella gestione dell’economia, assistenzialismo nell’approccio all’enorme sfida della disuguaglianza sociale, nazionalismo “bolivariano” nella gestione dei rapporti regionali, ha trovato così ulteriore terreno fertile per diffondersi in Ecuador, Bolivia, Paraguay (anche se solo per pochi anni) e per tessere alleanze con sistemi di governo per certi versi simili come in Argentina, Brasile e Uruguay. Parimenti, terreno fertile hanno trovato potenze tradizionalmente estranee all’area, come Russia e Cina, che hanno saputo inserirsi nella regione con una presenza essenzialmente di tipo economico-commerciale. Un esempio su tutti è rappresentato dall’ambizioso progetto, portato avanti da Pechino, di costruire in Nicaragua un nuovo canale che collegherà gli oceani Atlantico e Pacifico. L’opera ha richiesto un investimento da 40 miliardi di dollari e rappresenterà un’alternativa al Canale di Panama, simbolo del precedente dominio statunitense nell’area. Il Canale del Nicaragua paradossalmente porterà vantaggi anche per Washington, accorciando ulteriormente la distanza tra San Francisco e Washington di circa 800 km. Se da un lato, dunque, la presenza di altre potenze dotate di ingenti capitali da investire può essere un fattore di sviluppo per l’America Latina, dall’altro è innegabile che appena alcuni anni fa sarebbe stato molto più difficile per Pechino o Mosca arrivare ad ottenere una certa influenza nella regione.

Davide Tentori

Un chicco in più

James Monroe fu Presidente degli Stati Uniti per due mandati, nel 1816 e nel 1820. A lui si deve la formulazione della cosiddetta “Dottrina”, risalente al 1823, secondo la quale gli USA non avrebbero più tollerato l’ingerenza delle potenze europee sul suolo del continente americano, seppur solamente a scopi difensivi. Da lì derivò l’abitudine di chiamare l’America Latina il “cortile di casa” degli Stati Uniti. 

Foto: vaXzine

Foto: Toban B.

Foto: markhillary

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