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La lunga strada verso una democrazia thailandese

5 domande e 5 risposte – La giunta militare del generale Prayut Chan-o-cha, al potere in Thailandia dal golpe del maggio 2014, ha presentato una bozza di Costituzione che lascia perplessi molti osservatori internazionali. Negli ultimi due anni l’Esercito ha governato ad interim nell’attesa che una nuova carta costituzionale aprisse le porte alle elezioni generali, promettendo un ritorno alla democrazia che passa inizialmente per il referendum popolare del prossimo 7 agosto. Cinque domande e cinque risposte per vederci più chiaro

1) Innanzitutto, qual è la situazione politica nel Paese?

La maggior parte dei thailandesi non ha mai visto la propria monarchia parlamentare guidata da un sovrano diverso da Bhumibol Adulyadej (Rama IX), tanto è longevo il suo regno. Il Re, quasi novantenne, rimane il punto fermo di un sistema segnato dall’instabilità: negli ultimi ottant’anni sono infatti 18 i colpi di stato tentati o compiuti nel Paese, sia da militari che da civili.
Le lotte politiche contemporanee hanno visto contrapporsi le camicie rosse, formate dalle classi lavoratrici del nord e una parte della nuova borghesia che sostengono il partito di opposizione della famiglia Shinawatra, e le camicie gialle, simpatizzanti del Partito Democratico (Phak Prachathipat) e fedeli all’Esercito e alla monarchia.
Il primo Governo degli Shinawatra (2001-2006) si concluse con la deposizione del Premier Thaksin Shinawatra, successivamente incriminato per corruzione e costretto a fuggire all’estero. La sorella minore di Thaksin, Yingluck, fu eletta nel 2011 e governò per 4 anni, fino all’ultimo colpo di stato del maggio 2014. Da quel momento il Governo è nelle mani della giunta militare dell’NCPO (Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine) guidata dal generale Prayut Chan-o-cha, autoproclamatosi Primo ministro ad interim in attesa di nuove elezioni.

Fig. 1 – Sostenitori delle camicie rosse nel corso di una manifestazione anti-governativa nel 2010

2) Perché si vuole riformare la Costituzione?

Due mesi dopo aver preso il potere con il golpe del 22 maggio 2014, la giunta militare emanò una carta costituzionale provvisoria con il benestare del Re – e senza consultazioni pubbliche – che concedesse stabilità al Governo dell’NCPO e lo legittimasse a guidare il Paese verso la transizione democratica. La stessa Carta nominò un Comitato Costituente con il compito di redigere una nuova Costituzione, con la quale indire finalmente nuove elezioni.
L’NCPO ha sempre difeso la sua posizione di “salvezza della Thailandia”, un male necessario per traghettare il Paese fuori dal caos politico degli ultimi anni. In effetti, gli ultimi decenni della storia thailandese sono segnati da rivolte, proteste, cadute di Governo e dai già citati golpe militari. Ora ciò che preoccupa è il modo in cui l’Esercito si innalza a difensore della democrazia, un connubio che si è più volte rivelato fallimentare. D’altro canto la società civile è divisa, e al momento non c’è un partito che raccolga ampi consensi e si ponga come alternativa valida al controllo militare.
A partire dalla salita al potere dell’NCPO, le libertà fondamentali dei cittadini sono state progressivamente corrose dai militari, che fanno uso delle prerogative pubbliche allo scopo di sopprimere i dissidenti e mantenere l’ordine. Esempio perfetto è l’articolo 44 della Costituzione ad interim sulla “repressione dei crimini che possono minacciare l’economia e la società thailandesi”, utilizzato dalla Giunta per legittimare l’arresto di qualsiasi tipo di oppositore.

Fig. 2 – Il generale Prayut Chan-o-cha, attuale Primo ministro della Thailandia, partecipa a una cerimonia pubblica in onore della famiglia reale, aprile 2015

3) Il mese scorso è stata presentata la bozza del nuovo testo costituzionale. Cosa prevede?

La bozza presentata dall’NCPO ha sollevato pareri contrastanti e non poche critiche.
Accanto a un Parlamento di 500 rappresentanti, il testo prevede un Senato di 250 membri non eletti dal popolo, bensì nominati dalla giunta militare. Inoltre, tale organo godrà di una serie di poteri tali da poter influenzare l’operato del Governo, in modo che il programma di riforme dell’NCPO sia portato avanti anche dai suoi successori eletti: per i primi 5 anni, il Senato godrà infatti del diritto di veto sull’operato del Parlamento.
Il potere risiede nelle mani del Re e della giunta militare fino alle consultazioni popolari. Queste dovrebbero tenersi entro la prima metà del 2017, secondo quanto dichiarato dal generale Chan-o-cha.
Numerosi esperti internazionali hanno criticato il progetto, colpevole di legittimare un’eccessiva influenza dell’Esercito sulla politica. Secondo Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, «l’estensione del potere dei militari non è la risposta alla ricostruzione del panorama politico della Thailandia. Essa possiede istituzioni civili competenti e dovrebbe cercare di rafforzare lo Stato di diritto e il buon governo, invece di indebolirle».

4) Quando entrerà in vigore la nuova Costituzione?

Prima della formale entrata in vigore, il nuovo testo costituzionale deve essere approvato dal popolo thailandese nel referendum in programma il prossimo 7 agosto. Oltre ad una valutazione del lavoro dal Comitato Costituente, il voto rappresenta inevitabilmente un giudizio sull’operato dell’NCPO nel suo complesso. Per questo motivo la giunta militare sta facendo il possibile per veicolare l’opinione pubblica: su ordine del Primo ministro, tutte le iniziative di campagna elettorale contro la bozza costituzionale sono vietate, e la diffusione di informazioni non veritiere o non accurate è un reato punibile con la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 200mila baht (circa 7700 dollari).
In caso di vittoria del sì, il referendum darebbe il via libera alla promulgazione della ventesima Costituzione thailandese degli ultimi ottantaquattro anni. Inoltre, nel caso in cui i cittadini rispondano positivamente ad entrambi i quesiti posti dal referendum, il Senato si garantirebbe un ruolo di rilievo anche nella scelta del Primo ministro. Per assicurare una transizione pacifica verso la democrazia, la consultazione popolare chiede il consenso al conferimento alla Camera alta del potere di partecipare alla scelta del Primo ministro nei primi cinque anni dopo le elezioni. In questo scenario, lo spazio di manovra dei partiti politici sarebbe diminuito ulteriormente, soggetto al benestare dei senatori filo-militari anche per la scelta del Premier.

Fig. 3 – Meechai Ruchupan, presidente del comitato costituente, mostra il testo della nuova Costituzione oggetto dell’imminente referendum, gennaio 2016

5) E se al referendum vincesse il “no”?

La possibilità di un risultato negativo è reale, in quanto la maggior parte degli aventi diritto al voto risiede nel nord del Paese, dove il sentimento anti-militare è radicato e la simpatia per le camice rosse fedeli agli Shinawatra è molto forte.
Il Primo ministro Prayut Chan-o-cha, in una dichiarazione del 12 aprile scorso, ha affermato che in caso di esito negativo il Comitato costituente preparerà il testo di una nuova Costituzione. Questa potrebbe basarsi sulle precedenti Costituzioni del 1997 e del 2007, riprendendo anche parti della bozza attualmente in esame.
Nonostante le promesse, in caso di fallimento del referendum il futuro politico della Thailandia è segnato da incertezza. Ciò dipende in buona parte dalla salute del sovrano, la cui figura ha sempre rappresentato l’unico punto di riferimento in un contesto sconvolto da cambiamenti repentini. Con la sua morte è molto difficile che il sistema monarchico parlamentare venga modificato; piuttosto si aprirà il processo di successione al trono: un momento delicato che, vista la situazione attuale, potrebbe rivelarsi esplosivo. Lo sa bene la giunta militare, i cui sforzi di assolutismo sono volti anche ad evitare reazioni violente al vuoto di potere creato dal processo di successione al trono che, se unito al fallimento costituzionale, potrebbe portare il Paese sull’orlo di una nuova crisi.

Emanuel Garavello

Un chicco in più

La situazione attuale ha un sapore di déjà-vu per il popolo thailandese. Il colpo di stato del 2006 aveva infatti portato all’emanazione di un nuovo testo costituzionale, sulla base del quale si erano svolte le elezioni del 2007. Il Governo che ne derivò, guidato dal Partito del Potere Popolare (alleato degli Shinawatra), durò in carica un anno, prima di sciogliersi anticipatamente in seguito a violente proteste di piazza.
Sicuramente il pugno di ferro dei militari rappresenta la volontà di domare un panorama politico che non riesce a trovare un suo equilibrio, con scelte che rischiano però di complicare ulteriormente le cose. 

 

Foto: hurtingbombz

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