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La presenza statunitense in Asia-Pacifico

Miscela StrategicaNel 2011 gli Stati Uniti hanno annunciato la volontà di rafforzare la propria presenza nella regione Asia-Pacifico e operato in questo senso negli ultimi anni. La postura strategica e gli sforzi per sostenerla procedono nella giusta direzione? Quali sono i punti da rafforzare e i vuoti ancora da colmare?

LA RILEVANZA DELL’ASIA PACIFICO – La regione Asia-Pacifico è strategicamente prioritaria per gli Stati Uniti che hanno annunciato, nel 2011, la volontà di attribuire priorità alla propria presenza in quel teatro. La macro-regione è sede di rotte commerciali indispensabili e di risorse energetiche importanti, ma è anche un contesto potenzialmente a rischio: conta alcuni tra i più grandi concentramenti di Forze armate, tra cui quelle di Cina, Pakistan, Russia, Vietnam, Corea del Nord e del Sud. Cinque Paesi possiedono capacità nucleari: Cina, Corea del Nord, Pakistan, India e Russia. Il contesto operativo è sede di parecchie dispute territoriali, tra cui possiamo citare la disputa sulle isole Curili tra Russia e Giappone, quella tra India e Pakistan per il Kashmir e tra India e Cina riguardante Aksai Chin. Il Vietnam e la Cina si contendono le isole Paracels, mentre la disputa sulle isole Spratly coinvolge Cina, Vietnam, Taiwan, Brunei, Malesia Filippine. Le isole di Dokdo o Takeshima sono oggetto di contesa tra Corea del Sud e Giappone; quest’ultimo è coinvolto insieme a Cina e Taiwan in una disputa territoriale per le isole Diaoyu/Senkaku.
La regione dell’Asia Pacifico è teatro di potenze militari ed economiche emergenti come la Cina e l’India. Il livello di integrazione economica e militare tra i Paesi dell’area è più basso che in altre aree geografiche, e spesso affidato a relazioni bilaterali. Per fare un esempio, non esiste un vero e proprio corrispondente dell’Unione Europea a livello economico o della NATO a livello militare.
Gli Stati Uniti si sono impegnati in un nuovo bilanciamento della propria presenza in quest’area non solo a livello militare, ma attraverso una serie di iniziative a livello economico e diplomatico. Washington coordina il dispiegamento delle proprie forze militari nell’Asia-Pacifico principalmente attraverso USPACOM (United States Pacific Command).

UNO SGUARDO SULL’USPACOM

Il sito web di USPACOM fornisce, al momento, i seguenti dati sulla composizione del commando:

Personale civile e militare: 360.000 unità
Personale dedicato a operazioni speciali: 1200 unità

Le principali componenti di USPACOM sono:

  • la U.S. Pacific Fleet (140.000 unità, 600 aeromobili, 5 aircraft carrier strike group, 200 unità navali)
  • la U.S. Army Pacific (106.000 unità, 309 aeromobili, 1 corpo d’armata e 2 divisioni)
  • le Marine Corps Forces, Pacific (86.000 unità, 640 aeromobili, 2 expeditionary forces)
  • le U.S. Pacific Air Forces (29.000 unità e 600 aeromobili) 

UN BILANCIAMENTO EFFETTIVO DELLA PRESENZA STATUNITENSE – Il piano presentato da Washington per un bilanciamento della presenza statunitense in Asia-Pacifico è stato sin dall’inizio un piano multidimensionale che parte da rafforzata presenza di personale e innovazione di mezzi militari, per arrivare a sforzi diplomatici verso i Governi dell’area e di integrazione economica e militare tra i Paesi alleati. Costruire una presenza efficace su più livelli di azione non è semplice, dal momento che gli Stati Uniti devono preoccuparsi di questioni di sicurezza e difesa degli interessi propri e dei Paesi alleati, garantirsi l’appoggio per l’utilizzo di infrastrutture e basi militari, vigilare sulla libertà di navigazione, districarsi tra le dispute territoriali in corso tra i Paesi dell’area, rafforzare le capacità di difesa proprie e alleate tramite addestramento e infrastrutture, garantire una buona interoperabilità delle forze. Inoltre, la mancata integrazione a livello economico e militare tra Paesi dell’area comporta forse un lavoro maggiore per un avanzamento della cooperazione tra alleati, oltre che sforzi diplomatici ed economici verso tutti i Paesi dell’area, inclusi potenziali competitor come, per esempio, la Cina.
Cosa prevede la strategia di Washington e quali risultati sono stati raggiunti dal 2011 ad oggi?
L’impegno di Washington nell’Asia-Pacific rebalance è stato continuativo e attivo su più fronti dal 2015 ad oggi.

Linee guida per l'Asia-Pacifico

Linee guida per l'Asia-Pacifico

Nell’agosto 2015, il Segretario della Difesa Ashton Carter ha descritto 4 linee guida della difesa statunitense nella regione:

  1. investimento in future capacità rilevanti per la sicurezza regionale;
  2. dispiegamento sul campo di adeguate capacità di mezzi e forze e ottimizzazione di impiego dei sistemi esistenti;
  3. adeguamento della postura regionale in modo che sia più distribuita geograficamente,”operationally resilient” e sostenibile politicamente, incluso il dispiegamento di più contingenti in rotazione;
  4. rafforzamento di alleanze e partnership regionali.

Sul piano geostrategico – dal 2011 ad oggi –  il Dipartimento di Stato ha incrementato forze e capacità militari nella regione incluso, per esempio, il dispiegamento di sottomarini Virginia-class e il Terminal High Altitude Area Defense (THAAD). Tutto questo è stato accompagnato da nuovi accordi con gli alleati regionali sulla postura strategica, ma anche dal rafforzamento delle capacità di training anche nella regione dell’Oceano Indiano e Asia dell’Est.
Geopoliticamente, gli Stati Uniti sono riusciti a stringere i propri legami sul piano di sicurezza ed economico con parecchi Paesi che, tuttavia, sono diventati più vulnerabili al potere coercitivo della Cina. Pechino diventa sempre più assertiva negli atteggiamenti e nei confronti delle dispute territoriali. Probabilmente l’atteggiamento cinese è dettato anche dal lavoro di rafforzamento di strutture e capacità militari di Washington.
L’amministrazione statunitense si è, nello stesso tempo, impegnata nel rafforzamento dei fronti legislativi che possono garantire maggiore sicurezza e ordine in questo contesto operativo. L’elaborazione di una strategia militare adatta alle esigenze sul campo ha fatto progressi, almeno attraverso l’eleaborazione delle linee guida nella Defense Strategic Guidance del 2015 e della Asia-Pacific Maritime Security Strategy del 2015. Ad esempio di quanto sopra menzionato, gli Stati Uniti hanno lavorato e stanno lavorando per stringere maggiormente le alleanze con Australia, Giappone, Corea del Sud e Filippine. Sono stati promossi trattati e accordi a livello finanziario ed economico come la Trans-Pacific Partnership con 11 Paesi. A diversi livelli sono state strette o stabilite partnership con Indonesia, Malesia, Singapore, Vietnam, India e altri Paesi.
Parecchi sforzi sono stati profusi sul piano diplomatico ed economico con la Cina, ma anche sul piano militare per rafforzare la sicurezza contro la proliferazione nucleare e eventuali atteggiamenti più assertivi da parte, per esempio, della Corea del Nord o della Cina. Il rapporto con l’Australia è stato rafforzato sul piano del dispiegamento di forze e nuove line guida strategiche così come quello con il Giappone. Il ribilanciamento delle forze militari, includerebbe inoltre un riposizionamento delle forze, l’adozione di “Air-Sea Battle” e Joint Entry Operations”  per contrastare le capacità cinesi e iraniane di anti-access e area denial, un aumento del personale militare statunitense, lo spostamento del 60% delle forze navali e aeree statunitensi nell’area entro il 2020.
Ulteriori sforzi e collaborazioni sono stati dedicati alla prevenzione di minacce non convenzionali sul piano cibernetico, dell’assistenza umanitaria, del cambiamento climatico e terrorismo.

UNA MIGLIORE CORRISPONDENZA TRA OBIETTIVI STRATEGICI E OPERAZIONI IN CAMPO – Nonostante gli sforzi di Washington, le difficoltà e minacce nell’Asia Pacifico hanno bisogno di essere affrontate con ulteriori miglioramenti nell’approccio e capacità messe in campo.
Un atteggiamento più assertivo della Cina, i rischi derivanti dall’accresciuta bellicosità della Corea del Nord così come – ad ampio raggio – il deteriorarsi dei rapporti con la Russia e i rischi di instabilità in altre regioni come il Medioriente potrebbero essere fonte di sfide non indifferenti per gli Stati Uniti, se la volontà è quella di creare una più forte strategia di sicurezza in Asia-Pacifico.
L’amministrazione statunitense ha bisogno di articolare maggiormente la propria strategia militare anche verso una maggiore interoperabilità delle forze e prontezza di risposta a minacce non-convenzionali. A livello militare, una sfida sempre presente è la distanza geografica della regione dagli Stati Uniti, che complica il dispiegamento di forze dagli Stati Uniti in caso di emergenze. Questo aspetto va ulteriormente studiato per porre i rimedi migliori ma forse molto dispendiosi. Le dispute territoriali tra i vari Paesi rischiano di acuirsi anche a causa dell’aumentata bellicosità di alcuni. Ma gli alleati statunitensi della regione non sono legati da un sistema ben integrato di alleanze a livello economico e militare, come la NATO. Questa potrebbe essere una sfida in termini strategici, nonostante gli sforzi statunitensi nel creare alleanze e cooperazioni.

ULTERIORI ELEMENTI DI ANALISI – Altri elementi vanno considerati nell’inquadrare gli sforzi statunitensi per il ribilanciamento in Asia-Pacifico:

  • La creazione di un sistema di sicurezza multidimensionale e un ripensamento della postura strategica devono essere accompagnati dalla possibilità di destinare consistenti porzioni di budget a questi scopi.
  • I trend di tagli alle spese per la difesa tra il 2009 e il 2015 rischiano di rallentare gli sforzi di Washington, non mettendo a disposizione fondi sufficienti per un completo “Asia-Pacific Pivot”.
 RISCHI

Rischi in cui incorre il rafforzamento dell’Asia-Pacific Pivot:

  • Opposizione da parte di Governi e/o amministrazioni e popolazioni locali, come già successo ad Okinawa.
  • Concentrazione di molte energie e spese nella difesa e sicurezza di una regione a scapito di altre – come il Medioriente – i cui equilibri sono ancora instabili. 
VARIABILI

Variabili che potrebbero influire sulla mancata riuscita di un rafforzamento integrale della difesa e sicurezza statunitense nell’Asia-Pacifico:

  • Budget militare insufficiente, e che non garantisca quindi una esatta corrispondenza tra cambiamenti auspicati e mezzi a disposizione.
  • Ulteriori tensioni o aumento di bellicosità da parte di Cina, Nord Corea e Paesi non-alleati degli Stati Uniti.
  • Mancata efficienza e velocità di coordinamento militare e/o economico dei Paesi alleati degli Stati Uniti nel rispondere a eventuali minacce o reagire all’aumentato potere coercitivo di alcuni Paesi.
  • Mancata efficacia nella progettazione dell’integrazione di forze e strategie militari. 

Annalisa De Vitis

Foto: U.S. Pacific Fleet

Foto: U.S. Pacific Fleet

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