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Hillary Clinton verso la nomination

Caffè Americano – Il Super Martedì del 26 aprile si è concluso. Questi i risultati. Tra i repubblicani, Donald Trump si impone in tutti i cinque Stati in cui si è votato: Connecticut, Maryland, Pennsylvania, Rhode Island e Delaware. Per i democratici, Hillary Clinton vince in tutti i territori, ad eccezione del Rhode Island, che va al rivale Bernie Sanders.

IL TRAMONTO DI BERNIE – Con le vittorie di ieri sera, l’ex first lady blinda ormai la nomination. Lo svantaggio del rivale è quasi incolmabile. Hillary lo sopravanza decisamente non soltanto in termini di delegati ma soprattutto di superdelegati: questi ultimi infatti, vista l’ascesa dell’ex segretario di Stato, assai difficilmente la abbandoneranno per migrare tra le file del candidato socialista.
Il risultato di ieri sera non è d’altronde una sorpresa. Il vero spartiacque della campagna democratica si era già difatti consumato in occasione delle primarie di New York, lo scorso 19 aprile: quelle primarie hanno infatti rappresentato l’ultima concreta possibilità per Sanders di insidiare la rivale. Una possibilità sfumata, che ha prodotto poi le conseguenze del Maryland e – soprattutto – della Pennsylvania. Il Nord volta dunque le spalle al candidato socialista, quel Nord in cui egli aveva riposto grandissima parte delle proprie speranze elettorali. E adesso il futuro è incerto.

Fig. 1 – Per Sanders tramontano le speranze di ottenere la nomination

Se da una parte è quasi scontato che Hillary riesca a conquistare la nomination, dall’altra non è infatti chiaro quale sarà il destino di Sanders. E le ipotesi sul tavolo sono molteplici. Il socialista potrebbe decidere di ritirarsi: questa sarebbe d’altronde la possibilità più concreta secondo Politico. Tuttavia, laddove decida per l’abbandono della corsa, bisognerà capire in che termini esso avverrà. Sanders potrebbe infatti lasciare e dichiarare il “liberi tutti”, ritirandosi senza appoggiare l’ex segretario di Stato. Un’ipotesi che dalle parti dell’establishment democratico temono non poco, visto che ciò impedirebbe all’ex first lady di poter contare sul voto dei sandersiani. Senza poi trascurare il fatto che – anche qualora Sanders dichiarasse il proprio endorsement a Hillary – non è assolutamente detto che il suo zoccolo duro accetti di seguirlo. Non dobbiamo dimenticare infatti che discreta parte della campagna e del successo del senatore del Vermont è stato fondato proprio sulla critica verso Hillary. Difficile dunque adesso che quel (cospicuo) popolo possa in massa decidere di appoggiare l’ex segretario di Stato. Non a caso uno degli slogan preferiti dai sandersiani è “O Bernie o nessuno”.
Secondo il New York Times, il senatore starebbe tentando inoltre in questi giorni di intervenire nella stesura del programma democratico (la cosiddetta platform), sebbene non si sappia con quante speranze, visto che le commissioni che prenderanno parte alla convention di Philadelphia traboccano letteralmente di fedelissimi clintoniani. Tutto questo rende ancora più incerto il futuro di Sanders che – seguendo il consiglio datogli dal nemico Donald Trump – non è escluso possa scegliere di correre da indipendente nella corsa per la Casa Bianca.

TRUMP NEI GUAI –  Il miliardario newyorchese fa il pieno di Stati. Ciononostante non può assolutamente permettersi di dormire sonni tranquilli. Se ormai la maggioranza relativa dei delegati è definitivamente blindata, il quorum dei 1.237 necessario per acquisire la nomination è ancora lontano. Dirimenti risulteranno i prossimi appuntamenti elettorali in Indiana e California.

Fig. 2 – Trump è perplesso: non può ancora cantare vittoria

Ed è proprio qui il punto. Molto probabilmente sarà in Indiana che si decideranno le sorti della nomination repubblicana, non solo perché vi si terranno primarie con sistema uninominale (il cosiddetto winner takes all) ma anche perché lì Ted Cruz appare particolarmente forte e in grado di mettere i bastoni tra le ruote al fulvo magnate. D’altronde, il senatore texano si è recentemente alleato con John Kasich, nella speranza di fermare l’avanzata del miliardario. Un’alleanza che Trump non ha gradito più di tanto e che infatti potrebbe essergli fatale, nel caso riuscisse a impedirgli di conquistare il fatidico quorum. Si tratta di una ipotesi sempre più probabile, che porterà prevedibilmente a una brokered convention. Una possibilità che diversi pontieri (da Newt Gingrich a Rudy Giuliani) stanno cercando di evitare, tentando di far digerire Trump alle ali più tradizionaliste del partito.
Anche per questo, lunedì, l’ex sindaco di New York ha proposto come vice del magnate o Condoleezza Rice o lo stesso John Kasich. Ipotesi francamente inverosimili allo stato attuale: Kasich, come detto, sta cercando di silurare Trump con una manovra di palazzo; Condi Rice, dal canto suo, sostiene una politica estera interventista di stampo neocon che mal si sposa con il tendenziale isolazionismo del miliardario. Non a caso, l’ex segretario di Stato di George W. Bush non ha risparmiato critiche al magnate nel corso di questi mesi. Addirittura poi a marzo era circolata l’ipotesi di una sua candidatura da indipendente proprio in funzione anti-Trump.
Il miliardario già grida alla congiura di palazzo e scalda i motori per correre da indipendente. L’establishment repubblicano, dal canto suo, sostiene che il magnate non sarebbe in grado di sconfiggere Hillary in un’eventuale corsa per la Casa Bianca. E intanto l’Indiana si avvicina. E anche qui il risultato sarà dirimente. Perché il GOP potrebbe trovarsi all’alba di una pacificazione. Oppure di una guerra civile.

Stefano Graziosi

Il prossimo 3 maggio si terranno le primarie dell’Indiana 

 

Foto: aphrodite-in-nyc

Foto: Dr. Akomodi

Foto: fmcabezadevaca

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