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La strada tortuosa verso la fuoriuscita del Regno Unito

Un’Unione europea senza il Regno Unito è una ipotesi sempre più probabile. Nonostante le clausole concordate lo scorso febbraio e la conseguente campagna di Cameron a favore della permanenza, i britannici decisi a votare per la Brexit rappresenterebbero ormai il 42% dell’elettorato

1. ACCORDO RAGGIUNTO –  Il Consiglio europeo tenutosi a febbraio si è concluso con l’accordo tra Donald Tusk e David Cameron. Londra sarà quindi esentata da una “ever closer union”, non dovrà far parte della zona euro e potrà mettere un freno ai benefici sociali destinati ai migranti europei e alle loro famiglie. Cameron ha dunque dichiarato di far campagna elettorale per scongiurare la fuoriuscita, affermando che restando a far parte dell’Unione (e grazie alle clausole concordate) si potrà ottenere il maggior numero di vantaggi, godendo di entrambi i sistemi. Il Primo ministro ha inoltre sottolineato la convenienza economica e per la sicurezza nazionale di rimanere a far parte dell’UE.

Fig. 1 – David Cameron e Boris Johnson. Il sindaco di Londra potrebbe candidarsi alle prossime elezioni britanniche

2. LE STRADE SI DIVIDONO – Bisogna però sottolineare che la presa di posizione del numero 10 di Downing Street sia strettamente personale: i membri del partito sono liberi di esprimersi riguardo il referendum. Il primo a far sentire la propria voce a riguardo è stato il sindaco di Londra Boris Johnson, il quale si fa portavoce dell’ala del partito conservatore a favore della Brexit, e più in generale contro il moderato Cameron. Johnson rivendica un maggiore potere decisionale per i cittadini britannici e un risparmio in termini di budget. Se dunque dalla parte “Bremain” le analisi economiche confermano gli svantaggi di una potenziale fuoriuscita, dall’altra i fautori della Brexit affermano che da tale indipendenza si possa ottenere una posizione più importante a livello globale, guadagnandone in democraticità. L’opportunità a quel punto sarebbe “l’opzione Norvegia”, restando a far parte dello Spazio Economico Europeo ma non avendo una voce diretta all’interno dell’Unione. Allo stesso tempo, il Regno Unito non concluderebbe più accordi commerciali tramite le negoziazioni della Commissione e rinuncerebbe ad avere una doppia presenza nei forum internazionali in cui l’Unione è rappresentata.

Fig. 2 – I Panama papers travolgono Cameron e la sua credibilità in vista del referendum

3. UNA CRESCENTE INCERTEZZA  – L’odio verso la burocrazia europea – manifestata in primis da Nigel Farage, l’altro fautore della Brexit – e una sorta di make Britain great again sarebbero i principali motivi per sostenere l’addio, dato che le valutazioni economiche non lasciano molti dubbi. Nel caso in cui Londra rinunciasse alla membership le conseguenze sarebbero nefaste: il ministro delle Finanze Osborne ha dichiarato che la perdita potrebbe essere di 36 miliardi di sterline. Inoltre, le negoziazioni con Bruxelles durerebbero almeno due anni, ma i danni economici permarrebbero fino a dieci, come è stato sottolineato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama durante la sua ultima visita ufficiale. Questo tassello fa comprendere come la Brexit significherebbe una perdita di influenza degli USA in Europa. L’ultimo elemento di incertezza è stato il ciclone generato dai Panama papers, diminuendo ulteriormente la fiducia degli elettori nei confronti di Cameron, il quale ha apertamente ammesso di non aver gestito adeguatamente lo scandalo.

Dario Trombetta

Un chicco in più

Potete seguire le previsioni elettorali tramite questo sito. La settimana scorsa è stato pubblicato un rapporto della House of Commons sull’impatto della Brexit da un punto di vista ambientale – il 90% della legislazione britannica di settore proviene dall’Unione europea. 

Foto: laveupv.com

2 comments
AntonioZucchi
AntonioZucchi

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