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Nagorno-Karabakh: rischio effetto domino nel Caucaso?

Nei primi giorni di aprile sono ripresi gli scontri armati nella regione contesa del Nagorno-Karabakh. Operazioni belliche simili non si vedevano da quando era stato firmato l’accordo di Bishkek nel 1994, che di fatto aveva sancito il “congelamento” politico-militare del conflitto. Che rischio correrebbe il Caucaso se dovesse scoppiare un conflitto che al suo interno vede coinvolti cristiani, musulmani, armeni, azeri e turcomanni ? Che partita stanno giocando Russia e Turchia?

VENTI DI GUERRA  Nei giorni compresi tra il 1° e il 5 aprile scorsi sono ripresi, più violenti che mai, gli scontri armati nel Nagorno-Karabakh tra le forze azere e quelle armene. Si stima che negli scontri abbiano perso la vita circa duecento persone e, come spesso accade in un conflitto armato, sono stati coinvolti anche parecchi civili. Inoltre, secondo fonti armene, sono stati distrutti anche una decina di blindati azeri, un elicottero e un paio di droni. Resta sempre difficile confermare i dati che si ricevono da queste zone “calde” del mondo, ma non è questo il punto. La violenza che si è vista recentemente non ha niente a che fare con le solite scaramucce che si erano verificate negli ultimi vent’anni oppure con le ormai consuete operazioni di cecchinaggio intraprese da ambo le parti sulla linea di contatto. Mai si era giunti ad uno scontro simile da quando il fragile accordo di Bishkek era stato firmato nel 1994. Un accordo che di fatto aveva solo congelato questo conflitto, senza però risolverlo. Adesso sembra che questo conflitto, tenuto in naftalina per un ventennio, stia inesorabilmente marciando verso una nuova stagione calda, e i fatti sopra descritti sono solo successivi ai prodromi che ci avevano avvisato che lo status quo imposto nel 1994 stava lentamente sfaldandosi. Era già da un po che sia l’Armenia sia, soprattutto, l’Azerbaijan si stavano riarmando, mentre il loro confine comune era ormai di nuovo teatro di grandi manovre militari come non se ne vedevano da anni. Mentre l’Azerbaijan faceva leva sui ricavi delle sue risorse energetiche per aumentare di venti volte le spese devolute alla difesa, l’Armenia cedeva le sue importanti infrastrutture alla Gazprom, quindi alla Russia, in cambio di cospicui finanziamenti da poter poi rinvestire in armamenti russi. Nelle molte differenze che dividono armeni e azeri, essi condividono lo stesso fornitore d’armi.

Fig.1 – Soldati delle Forze Armate del Nagorno-Karabakh presidiano una postazione nei pressi della cittadina di Agdam, aprile 2015

CUI PRODEST? Come siamo giunti all’ultima escalation nel Nagorno-Karabakh ? Perché mettere a repentaglio, o almeno provarci, uno status quo che, nonostante tutto, reggeva ormai da diversi anni? Tra le varie cause che vanno menzionate un posto di riguardo merita certamente l’immobilismo che ha contraddistinto i lavori del gruppo di Minsk, che si era fatto carico dell’onere di ricercare una soluzione a questo conflitto. Armenia e Azerbaijan, nonostante gli sforzi dei Paesi che sedevano al tavolo delle trattative, non hanno fatto neanche il minimo passo l’una verso l’altra, rimanendo trincerate sulle loro posizioni. Così, mentre l’Azerbaijan lamentava un orientamento troppo filo-armeno della commissione, l’Armenia si indignava per la mancanza nel gruppo di un membro del Nagorno-Karabakh, rendendo di fatto il lavoro dei diplomatici quasi impossibile. Ma nei rapporti tra i due Paesi, seppure assai difficili, per passare da una fase critica delle relazioni ad una belligerante ce ne vuole. Tra le due parti Yerevan è quella che sicuramente vuole la guerra meno di tutti e, nonostante tutto, accetta suo malgrado lo status quo imposto dal 1994 che –  de facto – riconosce l’entità statale del Nagorno-Karabakh. Baku invece, desiderosa di rifarsi della vasta amputazione territoriale inflittagli circa venti anni fa, spinge verso la guerra, forte anche dell’appoggio quasi incondizionato da parte di Ankara, che ha più volte dichiarato che avrebbe fatto il possibile affinché l’integrità territoriale dell’Azerbaijan fosse stata tutelata. Affinità che oltre a essere strategica è di natura linguistica, culturale e religiosa. Un popolo, due Stati. Alleanza che fa da contraltare a quella tra Armenia e Russia. Mosca controlla infatti circa il 90% delle infrastrutture energetiche armene tramite la Armrosgazprom, società satellite del colosso Gazprom, e di recente ha anche varato un ambizioso piano per la sicurezza regionale aerea insieme a Yerevan, forte del controllo della base aerea di Erebuni. Inoltre l’Armenia è da poco entrata nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) per cementare sempre di più, anche economicamente, la sua alleanza con la Russia. Se invece si va a dare un rapido sguardo alla politica interna dei due Paesi si può notare che, a causa della crisi economica dovuta al ribasso dei prezzi del petrolio e del gas, sia il Governo dell’Azerbaijan che quello dell’Armenia sono alle prese con un consenso interno calante. Un nuovo conflitto nel Nagorno-Karabakh riaccenderebbe quindi le passioni nazionaliste tanto a Yerevan quanto a Baku, dando modo così alle rispettive leadership di rinsaldare il consenso dell’opinione pubblica interna.

Fig.2 – Artiglieria armena fa fuoco su una postazione azera nella regione di Martarkert, aprile 2016

DALLA SIRIA AL CAUCASO: MOSCA CONTRO ANKARA  Partendo dall’assunto che Azerbaijan e Armenia al momento non hanno eserciti tali da poter imbastire una guerra come quella avvenuta vent’anni fa, è ovvio che dietro il riaccendersi delle ostilità ci siano nazioni ben più attrezzate e dominanti, che in questa regione hanno sempre fatto la voce grossa. Il comportamento di Armenia e Azerbaijan nel Nagorno-Karabakh rispecchia chiaramente come i loro principali sponsor – rispettivamente Russia e Turchia – percepiscono l’idea che hanno di se, del loro estero vicino e di come relazionarsi ad esso. Mosca preme per il mantenimento dell’equilibrio e per il consolidamento dei rapporti dei suoi partner strategici. Venendo meno il suo controllo in Ucraina – a causa del successo della rivolta di Maidan –  è dovuta ricorrere al “ratto” della Crimea e alla neutralizzazione del Donbass mirando a conservare il proprio ponte personale sul Mar Nero nella base di Sebastopoli. Intervenendo in Siria a difesa dell’alleato Assad ed evitando il regime-change sponsorizzato da Turchia e soci, ha anche tenuto al riparo la sua base navale di Tartus che le offre uno sbocco sul Mediterraneo. Ankara invece, nello strenuo tentativo di ripresentarsi al mondo come la grande Turchia ottomana, dopo aver fallito nel tentativo di espandere la sua influenza in Siria, ora rivolge le sue attenzioni con più energia verso il Caucaso, entrando di nuovo in collisione con gli interessi russi in una zona che per Mosca è di fondamentale importanza. Sembrerebbe quasi voler “rendere il favore” che i russi le hanno riservato in Siria. Le gravi incomprensioni che attanagliano Russia e Turchia nascono proprio dal non aver compreso reciprocamente le loro nuove nature imperiali, o quanto meno, dal non aver saputo distinguere le loro rispettive zone di influenza, infrangendole. Il Governo turco non ha perdonato l’intrusione russa nel suo estero vicino, e sembra che ora, cercando di ampliare la sua influenza nel Caucaso, stia commettendo lo stesso errore. L’importante volume di scambi che negli anni scorsi le economie dei due Paesi avevano intrapreso non ha impedito loro di allontanarsi a causa delle loro divergenze. Gli scambi commerciali tra Russia e Turchia nel 2014 avevano infatti sfiorato i 32 miliardi di dollari e per Mosca il mercato energetico turco, con le sue massicce importazioni di gas russo, è secondo solo a quello tedesco. Ma gli accordi commerciali non hanno tenuto testa alla divergenze strategiche.

Fig.3 –  Blindati azeri sfilano a Baku durante la Festa delle Forze Armate del 2008. Era dal 1992 che non si vedeva una simile parata militare in Azerbaijan

SCENARI POSSIBILI DI UN FUTURO INCERTO  Nel contesto che vede ormai ai ferri corti le relazioni tra Turchia e Russia, il conflitto nel Nagorno-Karabakh potrebbe essere soltanto il primo di una lunga serie di guerre per procura che potrebbero coinvolgere indirettamente Mosca e Ankara. Dopo le prove generali in Siria, dove a fronteggiarsi sono il regime alawita di Assad e le forze ribelli – moderate o meno che siano – e una probabile riproposizione dello stesso schema – ripreso da Armenia e Azerbaijan – nel “Paese delle montagne”, le schermaglie tra i due contendenti potrebbero attuarsi di nuovo in altre zone che condividono circostanze simili al Nagorno. Si pensi alla Georgia. Tbilisi da tempo mira ad entrare nella NATO e nell’UE – tentativi finora frustrati per paura di un’eccessiva reazione russa – e ha a che fare con i problemi dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Paesi non riconosciuti dalla comunità internazionale, ma che hanno il chiaro appoggio del Cremlino. E la Turchia in questa zona è la longa manus della NATO. Se dovessero scoppiare delle tensioni in questa regione, Ankara saprebbe resistere alla tentazione di ergersi in difesa della comunità georgiana ?
In Crimea, dove vive una popolosa comunità tatara, la Turchia, se e quando ne avrà l’occasione, si esimerà dall’autoproclamarsi paladina dei tatari ? O sono fondate le voci che individuano vicino Kherson un centro di reclutamento gestito da comandanti turchi che addestrano guerriglieri pronti da mandare verso Sebastopoli ?

Non ci resta che aspettare per vedere se sarà il buon senso a prevalere sulle mire imperialistiche fomentate dalle ormai note posture neo-imperiali dei due Paesi, o viceversa. Russia e Turchia si osservano, mostrano i muscoli, si colpiscono verbalmente e cercano di carpire le debolezze reciproche. Se il buon senso dovesse prevalere o meno lo vedremo anche dall’evoluzione degli eventi che avverranno nei prossimi mesi nei dintorni di Step’anakert.

Valerio Mazzoni

Un chicco in più

Come prova dello sganciamento dell’Azerbaijan dall’influenza russa basta vedere il tentativo di diversificazione che le autorità azere stanno cercando di attuare nell’acquisto di materiali bellici. Negli ultimi anni, in questo senso, si sono sviluppate ampie relazioni tra Azerbaijan e Israele, che si scambiano armi e droni in cambio di energia. Altro motivo che ha portato Baku ad allontanarsi da Mosca è stato il diventare competitor nel mercato energetico. Negli ultimi anni Baku ha risposto positivamente a UE e Turchia nel loro tentativo di rendersi energicamente più svincolate dalla Russia.

Foto: Adam Jones, Ph.D. – Global Photo Archive

3 comments
AntonioZucchi
AntonioZucchi

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Vanka
Vanka

La Turchia non ha alcuna influenza in Georgia, non si tratta infatti di un Paese a maggioranza musulmano-sunnita e quindi non può aizzare Tbilisi contro Mosca. Gli americani inoltre, che hanno una base permanente in quel Paese, non permetterebbero il divampare di una nuova guerra in Georgia. 

Allo stesso modo non vedo come possa scoppiare un conflitto nella sempre più blindata Crimea: i terroristi addestrati dai turchi non avranno alcuna possibilità di accesso.

Taleh
Taleh

International community should pressure on Armenia to make the latter withdraw its military troops from occupied territories and fulfill UN Security Council's decisions. Stop occupation!