contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - Africa - «Nessuna violenza nel nome di Dio»: il caso Centrafrica

«Nessuna violenza nel nome di Dio»: il caso Centrafrica

La guerra civile in Centrafrica appare come uno scontro interreligioso, ma non inizia così: dalle lotte tra milizie (Seleka e anti-Balaka) si è passati ai massacri tra la maggioranza cristiana e la minoranza musulmana del Paese. Oggi, nonostante la crisi stia tramontando, le tracce del conflitto sono ancora visibili

IN SINTESI – La storia del Centrafrica (RCA) è ricca di circostanze impreviste, ma tra il 2012 e il 2016 si sono verificati fatti assolutamente inediti: eventi con i contorni del genocidio, la nomina ad interim di una donna come capo di Stato e un Primo Ministro musulmano. Dal dicembre 2012 i ribelli del gruppo islamico Seleka (Alleanza nella lingua sango) minacciavano di destabilizzare il Governo dell’allora Presidente François Bozizé. Le ragioni del contrasto erano diverse: il controllo delle miniere di diamanti nel Nordest del Paese; un negoziato per avviare il processo di disarmo, smobilitazione e reintegro di altri gruppi armati; la pretesa di una maggiore considerazione da parte del Governo e la chiarezza sulla morte di Charles Massi, leader ribelle ucciso nel gennaio 2010.
Salito al potere nel 2003, poi rieletto nel 2005 e nel 2011, Bozizé è stato costretto ad abbandonare il palazzo presidenziale nel 2013 a causa di un golpe, seguito sia dalla pronta autoproclamazione a Presidente del leader di Seleka Michel Djotodi, sia dall’effettività di Governo dei ribelli sulla capitale.

Fig. 1 – L’ex Presidente centrafricano François Bozizé

IL CONFLITTO – I massacri iniziano con la rivolta e le violenze delle milizie a maggioranza musulmana Selekacomposta da vari movimenti armati provenienti in prevalenza dal Nordest della RCA, ma anche da Ciad e Sudan, – alle quali hanno fatto eco le ritorsioni del gruppo di matrice cristiana anti-Balaka (alla lettera Anti-machete). Si può dire, pertanto, che tutta la popolazione centrafricana sia stata, e lo sia ancora, coinvolta e sconvolta da tanta crudeltà. I fatti sono considerati dalle Nazioni Unite come crimini contro l’umanità: il numero dei morti negli scontri resta indefinito, ma l’atrocità del conflitto fa parlare di genocidio. Inoltre, su cinque milioni di abitanti, più della metà necessita di aiuti umanitari (dati World Food Programme) e oltre un milione – la cui maggioranza è musulmana – hanno abbandonato case, città e villaggi, in alcuni casi il Paese stesso. L’UNHCR valuta nel 2016 ben 420mila sfollati – oltre 52mila displaced persons solo a Bangui – accolti in 98 campi nella RCA, mentre 500mila sarebbero i rifugiati nei Paesi limitrofi (Camerun, Repubblica democratica del Congo, Ciad e Repubblica del Congo).

Fig. 2 – L’operazione Sangaris prende il nome dalla farfalla simbolo della Repubblica centrafricana, come mostra anche il suo logo

LE OPERAZIONI PER IL MANTENIMENTO DELLA PACE – In una tale situazione di emergenza, la comunità internazionale ha deciso di intervenire applicando i capitoli VII e VIII della Carta delle Nazioni Unite – secondo cui è possibile agire al fine di evitare l’aggravarsi di una situazione che possa generare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale.
L’incapacità delle Forze Armate centrafricane di proteggere la capitale Bangui, così come la sua provincia, ha richiesto l’intervento da parte di un contingente africano attraverso l’operazione dell’Unione africana MISCA (Mission internationale de soutien à la Centrafrique), alla quale ha fatto seguito l’operazione francese SANGARIS (Risoluzione ONU 2127/2013) al fine di proteggere la popolazione civile e appoggiare la forza africana già presente sul territorio.
Nel 2014 la missione di pace MISCA è passata a tutti gli effetti dall’autorità dell’Unione Africana a quella dell’ONU, con l’operazione di peacekeeping Minusca (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation de la République centrafricaine), avente sempre l’obiettivo di proteggere la popolazione civile, sostenere la normalizzazione della situazione politica, promuovere e tutelare i diritti umani, avviare un processo di disarmo e provvedere al rimpatrio dei profughi (Risoluzione ONU 2149/2014).
Anche l’Unione europea ha disposto il proprio intervento attraverso alcune operazioni di pace: la EUFOR-RCA, per contribuire alla stabilizzazione della capitale Bangui, e la EUMAM-RCA. Inoltre la Francia ha recentemente proposto di attuare una nuova missione europea su richiesta del Presidente centrafricano Touadéra a sostegno delle forze militari centrafricane, EUTM-RCA, in sostituzione di EUMAM-RCA, la cui azione è stata giudicata in maniera positiva sia da Bruxelles, sia da Bangui.
Le missioni testimoniano la determinazione dell’ONU, dell’UE e dell’UA di appoggiare sotto ogni forma le autorità centrafricane per riportare il Paese alla normalità. Purtroppo, però, non sono mancate alcune complicazioni. L’ONU, infatti, ha recentemente denunciato il rimpatrio di vari caschi blu accusati di abusi sessuali durante le operazioni di pace Minusca e Sangaris.

Fig. 3 – Caschi blu del Ruanda in pattugliamento a Bangui

SITUAZIONE POLITICA – Il processo di negoziazione politica era iniziato nel gennaio 2013 con l’Accordo di Libreville: l’ex Presidente Bozizé aveva firmato con i ribelli la nomina di una coalizione di transizione nazionale e l’organizzazione di elezioni anticipate. Tuttavia, non solo i leader politici non hanno messo in opera quanto deciso ma, addirittura, l’ascesa al potere del capo di Seleka Djotoda ha trascinato il Paese nel terrore. Solo un anno dopo, con il passaggio del testimone a Catherine Samba-Panza come capo di Stato ad interim per un altro tentativo di transizione, si è cominciato il lavoro per riportare stabilità, democrazia e sviluppo nel Paese. Samba-Panza, già sindaco di Bangui, è la prima donna Presidente nella storia della RCA, nonché la terza al vertice di un Paese africano dopo Joyce Banda in Malawi ed Ellen Johnson Sirleaf in Liberia – l’Africa cammina sui piedi delle donne. Samba-Panza ha nominato come nuovo premier Mahamat Kamoun, il primo musulmano a svolgere questo incarico, quindi ha provato a riavvicinare le anime dissidenti e a riavviare le normali attività politico-amministrative del Paese. Nel dicembre 2015 è stata adottata con referendum una nuova Costituzione e, parallelamente, si sono tenute le elezioni presidenziali.
Dal febbraio 2016 il Presidente della RCAscelto con il 62,7 % dei voti contro il 37,2% dello sfidante Anicet-Georges Dologuélé – è Faustin Archange Touadéra, politico già noto alla popolazione poiché Primo ministro ai tempi di Bozizé.

Fig. 4 – Papa Francesco visita Bangui nel novembre 2015 a fianco della presidente Catherine Samba-Panza

ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI – La guerra civile non ha fatto altro che amplificare le difficoltà economiche della RCA. Chiusa tra Repubblica del Congo, Repubblica democratica del Congo, Ciad, Sudan, Sud Sudan e Camerun, il Centrafrica risulta essere al penultimo posto della lista dei Paesi più poveri e meno sviluppati al mondo (dati UNPD 2015). Oggi la RCA sta cercando di recuperare i suoi partner commerciali, a partire da quelli dell’Unione africana (da cui era stata sospesa a seguito dell’ascesa del Governo insurrezionale), ma è ormai un Paese dilaniato dalla violenza, dal terrore e dalla povertà. Anche la popolazione è stremata da un conflitto che ha visto morire e fuggire milioni di persone.
A Bangui, ad esempio, i musulmani sono stati dimezzati e i sopravvissuti sono ghettizzati nel quartiere PK5, proprio dove in segno di pace e riconciliazione lo scorso novembre ha fatto visita papa Francesco.
Riguardo alla guerra civile, le Nazioni Unite hanno affermato che ci sono tutti gli elementi per parlare di genocidio, come avvenuto in Ruanda e in Bosnia tra il 1994 e il 1995. L’unica speranza per il Paese resta nella conciliazione tra le forze politiche e nella collaborazione della comunità internazionale. L’esperto indipendente ONU sulla situazione dei diritti umani nella RCA, Marie-Thérèse Keita Bocoum, ha richiamato la necessità di garantire sicurezza alla popolazione, ottenere il disarmo dei gruppi armati, rinforzare il ruolo della legge, affermare la certezza della pena per i principali criminali, ottenere la pace nazionale e fornire con urgente bisogno l’accesso ai servizi sociali di base, come sanità ed educazione. Ciò è necessario non solo per i centrafricani residenti nella RCA, ma, soprattutto, per le migliaia di rifugiati che stanno lentamente rientrando a casa.

Ornella Ordituro

Un chicco in più

Il 12 maggio è la giornata nazionale della memoria, in ricordo delle vittime dell’ultima guerra civile centrafricana. Qui, qui e qui alcuni report e grafici dell’UNHCR sulla situazione in Centrafrica.

Foto: United Nations Photo

0 comments