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La Guinea Bissau a quattro anni dal golpe

Oggi assistiamo a un altro momento delicatissimo per la stabilità del Paese. La popolazione è stanca e non possono escludersi reazioni violente. Alla tensione politica si aggiungono traffici illeciti di droga dal Sud America e un’estrema povertà che trascinano il Paese al 178° posto (su 187) nella classifica dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite

DA DOVE COMINCIA LA CRISI – La storia della Guinea Bissau è particolarmente intricata. L’era infinita della violenza e del successo della corruzione sulla democrazia si inaugura neanche un decennio dopo l’indipendenza dal Portogallo (1973). Il primo golpe si ebbe con la deposizione di Luís Cabral nel 1980, dal quale derivò il ventennio del dominio di João Bernardo Vieira, alla guida del Paese per due volte non consecutive. Il regime di Vieira terminò nel 1999 con una guerra civile scatenata da Ansumane Mané, cui fecero seguito i Governi di Malam Bacai Sanhá, Kumba Ialá e Henrique Rosa. Nel 2005 Vieira ritornò al potere più forte di prima, finché nel 2009 fu anch’egli vittima di un omicidio. Bacai Sanhá fu rieletto Presidente ad interim fino al 2012, data della sua morte naturale. Tuttavia le successive nomine – Raimundo Pereira come Presidente e Carlos Gomes Junior come Primo ministro – furono vanificate da un ulteriore golpe da parte dell’Esercito. Diversi sono stati gli accordi per cercare di (ri)costituire un Governo, finché dal 2012 al 2014 al vertice del Paese è stato nominato ad interim Manuel Serifo Nhamadjo, con un’amministrazione di transizione sostenuta dalla missione Ecomib della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao). Nel 2014 si sono tenute le elezioni, peraltro con un riscontro positivo da parte della popolazione e un’affluenza alle urne superiore al 60%. La vittoria di José Mário Vaz e la nomina a Primo ministro di Domingos Simões Pereira donavano qualche speranza: il rinnovamento della classe politica coincideva con le aspettative ottimistiche circa lo sviluppo economico del Paese, anche grazie al tentativo di reintegro della Guinea Bissau nel circuito commerciale internazionale (Portogallo e Africa occidentale in primis). Tuttavia nel 2015 il presidente Vaz ha costretto Pereira alle dimissioni a seguito di una disputa, ripetendosi nel maggio 2016 con il suo sostituto Correia.

Fig. 1 – José Mário Vaz, presidente della Guinea Bissau

QUATTRO ANNI DAL GOLPE – Nell’estate del 2015 Vaz ha congedato Pereira, in carica dal giugno 2014. Alimentate dalla loro rivalità per prendere il controllo del partito PAIGC (Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde), le tensioni si erano aggravate al punto che il cambio di Pereira con Correia – nell’estate 2015 – divenne l’unica soluzione alla crisi. Nonostante varie organizzazioni (tra le quali Amnesty International) denuncino costanti limitazioni alla libertà di manifestazione, d’informazione e di movimento, in quell’occasione migliaia di persone protestarono per la decisione di Vaz. Comunque, nel maggio 2016 il Presidente, reclamando l’assenza di un adeguato piano di governo per il Paese, ha costretto anche Correia a dimettersi e ha scelto Baciro Dja come successore. A quanto pare la decisione di Vaz sarebbe avvenuta accogliendo la proposta del partito all’opposizione PRS (Partito di Rinnovamento Sociale), volonteroso di entrare nell’esecutivo tramite una nuova maggioranza. Allo stato attuale, numerosi deputati del PAIGC sono ancora in contestazione e chiedono che Vaz ritiri la nomina. Tale instabilità cronica – l’attuale Primo ministro sarebbe il terzo al potere in due anni – inquieta la comunità internazionale, con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che si dichiara molto preoccupato. Inoltre la situazione aggrava la tensione nella popolazione della Guinea Bissau, la cui storia è da sempre tracciata da colpi di Stato, violenze, corruzione e povertà. Da maggio la capitale Bissau è asserragliata dai militari che cercano di impedire ai cittadini – che hanno organizzato grandi proteste – di manifestare contro la fragilissima situazione politica. In una tale confusione, se il nervosismo dovesse crescere, non è da escludersi una escalation di violenze che con poco potrebbe assumerebbe i caratteri di una nuova guerra civile.

Fig. 2 – Militari all’indomani del golpe del 2012

NARCOS AL COMANDO – Secondo l’Office on Drugs and Crime delle Nazioni Unite (UNODC), quasi il 30% della cocaina consumata annualmente in Europa attraversa l’Africa occidentale. Bissau, che si trova a metà strada tra il Brasile e la Penisola iberica, rappresenta il ponte per il traffico illecito di droga che dal Sudamerica arriva in Europa via Spagna. Il difficile contesto in cui vive il Paese incoraggia questo tipo di attività, complice anche un altissimo livello di connivenza da parte della classe dirigente locale: la corruzione è ampiamente usata dai narcotrafficanti e, nonostante le indagini in vari Paesi, le pratiche d’estrazione sono complesse, quando non impossibili. Non c’è da stupirsi quindi se i traffici illeciti coinvolgano personaggi come i Capi di Stato maggiore di Marina ed Esercito, Bubo Na Tchuto (arrestato e processato negli USA) e Antonio Indjai, oppure addirittura il presidente Serifo Nhamadjo, tutti finiti nel mirino della Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense. Alcuni narcos, inoltre, sono stati accusati di aver sostenuto la rielezione di João Bernardo Vieira nel 2005.

Fig. 3 – Droga sequestrata dalla polizia della Guinea Bissau

OGGI – Nell’arco degli anni la violenza ha costituito il fil rouge di un lento imbarbarimento istituzionale e di un interventismo militare che hanno avuto impatti devastanti sulla popolazione. L’instabilità politica si è tradotta in un notevole impoverimento della Guinea Bissau, nonché in un ampliamento dei mercati illegali. Ad aggravare il quadro è il ruolo diretto di molti esponenti della classe dirigente, sia militare, sia politica. La profonda crisi del Paese è stata oggetto di una recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza, la n. 2267 del 2016, che estende fino al 2017 il mandato per l’operazione Uniogbis (UN Integrated Peacebuilding Office in Guinea-Bissau), al fine di rafforzare la sicurezza politica, garantire la democrazia e tutelare il rispetto di legalità e diritti umani. Uniogbis è anche a sostengo della già citata missione Ecomib, condotta dalla Ecowas/Cedeao.

Ornella Ordituro

Un chicco in più

La parte vulnerabile della popolazione è rappresentata soprattutto dai bambini, la cui povertà – naturalmente legata a quella delle famiglie – impedisce loro di accedere ai servizi di base, esponendoli a rischi quali violenze, abusi, matrimoni precoci, sfruttamento in lavori degradanti e illeciti. Il tasso di mortalità infantile in Guinea Bissau è il settimo più alto nel mondo, con 161 decessi ogni 1.000 nascite nel 2011. Un bambino su dieci muore prima di aver compiuto il primo anno di età, uno su sei prima di averne compiuti cinque. Le maggiori cause della mortalità infantile sono alcune malattie curabili, quali infezioni alle vie respiratorie, diarrea o malaria.

Foto: theglobalpanorama

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