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Burundi, un anno di violenze

In Burundi le violenze scoppiate a seguito della terza elezione a presidente di Nkurunziza proseguono da un anno. Le truppe filo-governative non si fanno problemi a ledere i diritti della popolazione, che cerca rifugio negli Stati vicini. La comunità internazionale, intanto, preoccupata della crescente escalation, cerca di inviare, non senza pochi problemi, i primi osservatori.

LA SITUAZIONE – La crisi in Burundi è scoppiata nell’aprile del 2015, a seguito della controversa ricandidatura a presidente di Pierre Nkurunziza, il quale è riuscito a ottenere in giugno un terzo mandato  con il 69% dei voti tramite un’ambigua interpretazione della Costituzione.
Gli oppositori avevano bollato la mossa come anticostituzionale (in effetti la Legge fondamentale burundese non prevede la rielezione a un terzo mandato) e hanno accusato Nkurunziza di aver violato lo spirito dell’accordo di pace raggiunto alla conclusione della guerra civile che ha insanguinato il Paese dal 1993 al 2005.
La sua decisione di correre nuovamente alla Presidenza aveva innescato numerose proteste pubbliche (che la polizia ha brutalmente represso) e addirittura un tentativo di golpe, guidato da Godefroid Niyombare, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito burundese, sventato nel maggio dello scorso anno. Osservatori internazionali quali Human Rights Watch, UNICEF e Amnesty International hanno dichiarato che uccisioni, rapimenti, torture e arresti arbitrari si verificano giornalmente, mentre il conto delle vittime è salito a più di 400 (gli ultimi dati ufficiali risalgono a fine febbraio). Inoltre sono cresciuti gli attacchi da parte di milizie armate contro i membri del partito di Governo: il 17 aprile sono stati freddati quattro esponenti che si erano radunati in un bar della capitale, mentre la settimana precedente era stato colpito a morte un funzionario di partito poco fuori la capitale Bujumbura. Gli attacchi non sono stati vendicati, ma fonti governative hanno dichiarato che i responsabili potrebbero essere rifugiati burundesi in Tanzania. Secondo le parole di un amministratore locale, gli stessi sarebbero stati responsabili anche di un attacco nel distretto di Ruyigi, nel quale sono morte cinque persone e sette sono rimaste ferite.

Fig. 1 – Proteste nell’aprile 2015

UN NUOVO CONFLITTO ETNICO? – L’opposizione al Presidente è formata prevalentemente da tutsi e sono proprio le aree maggiormente popolate da questa etnia a essersi sollevate (anche in modo violento) contro la rielezione, risultando le più colpite dalla repressione.
Davanti al pericolo di una rivolta armata, esponenti del Governo, formato dalla maggioranza hutu, hanno rilasciato dichiarazioni sconcertanti, che hanno riportato alla mente lo spettro del genocidio ruandese del 1994. Alain Guillaume Bunyoni, ministro della Pubblica Sicurezza, si è spinto a rammentare ai tutsi di essere l’etnia minoritaria e che se le forze governative dovessero fallire nel placare la rivolta, ci sarebbero 9 milioni di hutu che non aspettano altro che un segnale da parte dell’esecutivo.
A perpetrare le violenze è proprio un braccio armato, composto per lo più da giovani militanti, chiamato Imbonerakure (“coloro che vedono lontano”, nella locale lingua kirundi), affiliato al partito di maggioranza CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia).
I critici del Governo sostengono che questo gruppo sia formato da miliziani che non si sono mai scrollati di dosso la mentalità della guerra civile e che ora vorrebbero trasformare i disordini in un conflitto etnico.

I RIFUGIATI – Gli efferati scontri hanno spaventato gran parte della popolazione, che non vuole rivivere gli orrori degli anni passati. Per questo motivo ormai circa 250mila burundesi hanno lasciato le proprie case cercando rifugio nei Paesi vicini: Tanzania, Ruanda, Uganda e Repubblica democratica del Congo.
Un inviato delle Nazioni Unite ha reso noto che i campi di accoglienza sono affollatissimi: il principale, il Nyarugusu Camp in Tanzania, ospita 160mila persone (il terzo accampamento per rifugiati più grande al mondo), ma mancano cibo e beni primari, con donne e bambini vittime quotidiane di assalti sessuali.
La maggior parte dei rifugiati che sono riusciti ad abbandonare il Paese ha viaggiato di notte, attraverso la boscaglia, al fine di evitare le milizie leali al Presidente, le quali sono state protagoniste di numerosi assalti nei confronti dei fuggitivi.

Fig. 2 – Guardie presidenziali in Burundi

LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE – Allarmati dalla situazione in cui versa il piccolo Stato africano, molti organismi internazionali si sono mossi per scongiurare un inasprirsi del conflitto.
Diplomatici delle Nazioni Unite hanno visitato due volte il Paese, in dicembre 2015 e gennaio 2016. Alla seconda visita ha partecipato anche il segretario generale Ban Ki-Moon, che ha descritto l’escalation di violenza come agghiacciante.
Particolarmente preoccupato della situazione era apparso l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha dichiarato che «le violenze scoppiate in Burundi contengono echi di 12 anni di guerra civile del Paese, durante la quale 300mile persone sono state uccise» e ha invitato la comunità internazionale a intervenire in modo deciso e robusto.
Già a novembre l’Alto Commissario aveva chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di considerare tutte le opzioni per placare le ferocie, tra cui il divieto di viaggio e il congelamento dei beni. Successivamente ha ribadito che tutti gli Stati, specialmente i corregionali del Burundi, devono dare una mano a disinnescare la situazione, ponendo fine all’afflusso di armi e monitorando le frontiere.
Sulla stessa lunghezza d’onda si è schierata l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Samantha Power, la quale ha dichiarato che il conflitto a cui stiamo assistendo ricorda «più un conflitto etnico che politico».
Anche l’Unione Africana (UA) ha iniziato a interessarsi della situazione e ha preso posizione rendendo chiaro che «l’Africa non consentirà un altro genocidio sul suo suolo».
Inoltre, al termine di varie discussioni con il Governo burundese, l’UA ha inviato nel Paese 100 osservatori dei diritti umani e 100 esperti militari per monitorare la situazione.

Fig. 3 – Rifugiati burundesi trasportati verso la Tanzania dall’UNHCR

LA RISOLUZIONE DELL’ONU – All’inizio di aprile anche il Palazzo di Vetro si è dichiarato pronto a dispiegare un contingente di polizia in modo tale da «aumentare la capacità delle Nazioni Unite di monitorare la situazione della sicurezza, promuovere il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto». La risoluzione, approvata dal Consiglio di Sicurezza e redatta dalla Francia, chiede a Ban Ki-Moon di elaborare, congiuntamente al Governo del Burundi e all’Unione Africana, varie alternative per il dispiegamento delle forze di polizia. Il Segretario Generale ha sviluppato tre possibili opzioni, una delle quali dovrà essere adottata dal Consiglio e resa effettiva tramite una successiva risoluzione: il dispiegamento di una forza di polizia di 3mila uomini con lo scopo di proteggere i civili e la facoltà di monitorare la situazione, l’invio di 228 agenti di polizia dell’ONU che cooperino con altre missioni sul posto, oppure l’impiego di 20-50 agenti di polizia in aiuto alle Autorità del Burundi per garantire il rispetto dei diritti umani. Esperti dell’ONU hanno suggerito che la seconda opzione potrebbe essere la preferibile, ma Nkurunziza ha fatto sapere che il Burundi è pronto ad accogliere solo 20 poliziotti disarmati. Il Presidente ha poi aggiunto che non accetterà alcune missione di pace nel Paese, poiché questa sarebbe «giustificata solo quando ci sono due forze belligeranti che concordano sulla forza di pace», mentre «la situazione riguarda un problema di sicurezza, non una questione politica già regolata dalle elezioni».

Matteo Nardacci

Un chicco in più

Pierre Nkurunziza fu eletto alla guida del Burundi nel 2005, al termine della guerra civile che ha insanguinato il Paese dal 1993 al 2005 e che ha avuto fine proprio con l’insediamento del Presidente. Venne rieletto nel 2010 – con più del 91% dei consensi, dal momento che le opposizioni boicottarono le consultazioni, – e infine nel 2015.

 

Foto: GovernmentZA