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Il dilemma ucraino

In 3 sorsiLa velocità con la quale si è evoluta la crisi ucraina nel primi mesi del 2014 ha lasciato stordita un’Unione Europea abituata alle più lente tempistiche dei consessi intergovernativi. A oggi è ancora difficile per la stessa strutturare una strategia coerente da perseguire: qual è la situazione della relazione tra le parti? Cosa è lecito aspettarsi dal futuro?

1. EVOLUZIONE DELLE RELAZIONI BILATERALI – Per meglio comprendere la crisi avviatasi nel novembre 2013 (e degenerata nel febbraio dell’anno seguente), i suoi esiti e i possibili sviluppi futuri è d’uopo soffermarsi brevemente sulla storia delle relazioni bilaterali tra Unione Europea (nelle prime fasi CEE/CE) e Ucraina. L’orientamento europeista emerge fin dai primi mesi di esistenza del nuovo Stato indipendente: nel luglio 1993, infatti, la Verkhovna Rada adotta un documento di importanza notevole dedicato alle direzioni fondamentali che la futura politica estera del Paese avrebbe dovuto seguire. Nello stesso si legge che «the priority of Ukrainian foreign policy is Ukrainian membership in the European Communities, as long as it does not harm its national interests. In order to maintain stable relations with the EU, Ukraine shall conclude a Partnership and Cooperation Agreement, the implementation of which shall become the first step towards its association and, later, full membership in this organization». L’avvicinamento tra le parti avviene in modo lento ma costante, e a dispetto delle problematiche legate alla transizione dell’economia e delle istituzioni ucraine dal sistema sovietico a quello liberal-democratico. Nel giugno del 1994 viene firmato il Partnership and Cooperation Agreement tra Unione Europea e Ucraina. L’accordo – entrato in vigore all’inizio del 1998 (pochi mesi dopo l’entrata in vigore di un accordo similare con la Russia) – è collocabile in una tipologia che si pone quattro obiettivi prioritari:

  1. creare un framework adatto per il dialogo politico;
  2. supportare gli sforzi dei Paesi firmatari nel miglioramento delle loro strutture politico-economiche,
  3. accompagnarli nella transizione all’economia di mercato e
  4. incoraggiare commercio e investimenti.

In seguito alla “Rivoluzione Arancione” del 2004 l’Ucraina prosegue nel suo avvicinamento all’Unione Europea e rientra innanzitutto – lo stesso anno – nella European Neighbourhood Policy –  strumento volto a sviluppare relazioni più profonde tra l’Unione e i Paesi posti ai suoi confini – e nel 2008 nello schema della Eastern Partnership (proposta da Polonia e Svezia e avviatasi l’anno seguente), iniziativa europea nata con l’obiettivo di rafforzare i legami politici ed economici con sei Stati dell’area post-sovietica (Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e, appunto, Ucraina) sulla base di valori liberal-democratici. La situazione per l’Ucraina, però, inizia a complicarsi a causa della sua immersione in un trade-off di difficile soluzione: da una parte c’è la volontà di avvicinarsi sempre più all’Unione Europea, dall’altra la Russia che, forte anche degli stretti legami economici ed energetici con Kiev, pressa affinché ciò non avvenga. Sulla base di un’agenda fissata nel 2009, poi, Unione Europea e Ucraina iniziano a lavorare alla stesura di un accordo di associazione tra le due parti, che viene siglato il 30 marzo 2012 (nonostante l’Ucraina fosse entrata, nel corso dell’anno precedente, anche all’interno dell’area di libero scambio della CSI). Dopo vari rinvii dovuti al mancato rispetto degli standard europei da parte dell’Ucraina (soprattutto in merito alla rule of law e alla detenzione di Yulia Tymoshenko) viene stabilita come data per la firma dell’accordo il 29 novembre 2013. Le pressioni della Russia, però, spingono il Governo ucraino a porre in stand-by la firma dell’accordo: la decisione scatena le proteste del movimento denominato “EuroMaidan” che culmineranno con la fuga del Presidente Janukovyč, l’ascesa di un Governo fortemente filo-europeista, l’annessione della Crimea da parte della Russia e lo scoppio della guerra civile nel Donbass.

Fig. 1 -Rivolta per le strade di Kiev, febbraio 2014

2. L’ACCORDO DI ASSOCIAZIONE – Il nuovo esecutivo in carica riprende immediatamente a dialogare con l’Unione Europea al fine di siglare l’accordo di associazione con la stessa e promuove, a tale merito, una risoluzione intitolata «On confirmation of Ukraine’s course towards integration into the European Union and priority measures in this direction» inserendosi, sostanzialmente, nel solco tracciato fin dai primi mesi di indipendenza: il 21 marzo 2014, infatti, viene firmata la prima parte dell’accordo – contenente i “capitoli politici” –, mentre il 27 giugno dello stesso anno la  restante parte. Il documento – lungo più di 1.200 pagine e articolato in un preambolo, sette “titoli”, quarantatré annessi e tre protocolli aggiuntivi – sostituisce il Partnership and Cooperation Agreement ed è inscrivibile nella medesima tipologia di accordo siglato anche con Georgia e Moldavia. Scendendo più nel dettaglio, il preambolo si sofferma su tre aspetti essenziali: innanzitutto viene fatto riferimento ai valori che animano ambedue le parti (quali la democrazia, il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali); si rimarca, poi, la convinzione condivisa dell’essenza europea dell’Ucraina; si conclude, però, ricordando che il processo di integrazione tra Bruxelles e Kiev può procedere unicamente con l’ottemperanza, da parte della seconda, degli impegni relativi proprio ai valori comuni sopra evidenziati. Spostando l’attenzione al corpo del documento è evidente l’enfasi data dall’Unione Europea all’aspetto legato ai principi che la animano: il titolo uno, infatti, è dedicato ai “General Principles” e rimarca, sostanzialmente, quanto già esposto in merito al rispetto dei valori fondativi di uno Stato liberal-democratico. Seguono poi: il titolo secondo, dedicato all’integrazione politica (dialogo politico, dialogo e cooperazione sulle riforme domestiche e sulla politica estera e di sicurezza); il terzo, dedicato a giustizia, libertà e sicurezza; il quarto su mercato e materie correlate; il quinto su economia e cooperazione settoriale; il sesto, dedicato alla cooperazione finanziaria e alla trasparenza; il settimo concernente aspetti istituzionali e disposizioni generali e finali. Non tutto l’accordo, però, è diventato operativo alla medesima data: mentre la larga parte dello stesso è in vigore dal novembre del 2014, infatti, l’implementazione del capitolo quarto (relativo all’istituzione della Deep and Comprehensive Free Trade Area), è stata rinviata a causa della forte opposizione della Russia. Fallite le negoziazioni trilaterali volte a trovare un accordo tra le parti, però, anche il suddetto capitolo è in vigore a partire dal primo gennaio di quest’anno. In risposta al fallimento delle trattative la Russia ha sospeso l’area di libero scambio prevista dalla CSI della quale l’Ucraina era parte.

Fig. 2 – Una mamma ucraina veste la figlia con la bandiera dell’Unione Europea per festeggiare la firma dell’accordo di associazione, 27 giugno 2014

3. UN FUTURO INCERTO – L’allora presidente della Commissione europea José Barroso inviò, nel febbraio 2013, un chiaro messaggio all’élite ucraina: «One country cannot at the same time be a member of a customs union and be in a deep common free-trade area with the European Union […] This is not possible». Nel novembre del medesimo anno, dunque, la maggioranza degli ucraini, trovatasi innanzi al trade-off sopra presentato, ha sostenuto la direzione intrapresa dal proprio Paese in politica estera a partire dalla sua indipendenza. In risposta, l’Unione Europea sembra intenzionata a proseguire nella sua azione da “potenza civile”, come suole definirsi, stringendo legami sempre più profondi – nonostante le sfide di fronte alle quali è posta – anche con l’Ucraina. La volontà della maggioranza del popolo ucraino di essere considerato, a tutti gli effetti, europeo, però, non è stata indolore; al contrario, ha generato una colossale frattura interna all’Ucraina, all’Unione Europea e all’Europa stessa: se nel primo caso, infatti, si è svegliata una faglia etno-linguistica capace di lacerare il Paese portandolo alla guerra civile, negli altri due tale frattura si sta mostrando estremamente complessa da gestire sia per l’Unione Europea – lo scontro interno sulla postura da tenere nei confronti della Russia unito al recente referendum olandese lo dimostrano – sia per l’Europa nel suo complesso – che ha visto sorgere una nuova “cortina di ferro” (pur con tutti i distinguo del caso) che, correndo lungo il confine del russofilo Bacino del Donec, sembra aver posto un nuovo limite ove due visioni del mondo altere ma, allo stesso tempo, interconnesse, si confrontano nel tentativo di trovare quel modus vivendi che, nonostante i venticinque anni passati dal crollo dell’URSS, ancora non si è palesato.

Simone Zuccarelli

Un chicco in più

  • Nel comunicato stampa congiunto seguito al secondo Consiglio di associazione tra UE e Ucraina (7 dicembre 2015), l’Unione ha voluto rimarcare il suo fermo sostegno all’implementazione completa degli accordi di Minsk quale presupposto per il ritorno al dialogo con la Russia. Il focus, inoltre, è stato posto anche sul caso del pilota ucraino Nadiya Savchenko, condannata da un tribunale russo a ventidue anni di carcere per la presunta uccisione di due giornalisti russi nel Donbass e 30.000 rubli di multa per aver attraversato il confine russo-ucraino. L’Unione Europea, dunque «ha inoltre espresso preoccupazione per il recente aumento del numero e della gravità delle violazioni del cessate il fuoco e ha sottolineato che tutti gli ostaggi e le persone detenute illegalmente collegati al conflitto nell’Ucraina orientale, inclusa Nadiya Savchenko, dovrebbero essere rilasciati, in conformità degli accordi di Minsk». Anche Federica Mogherini si è espressa sulla vicenda chiedendo alle autorità russe «to immediately and unconditionally release Ms Savchenko on humanitarian grounds».
  • Prima dell’entrata in vigore a tutti gli effetti l’accordo deve essere ratificato da tutte le parti coinvolte nello stesso: dei ventotto Paesi membri UE solo l’Olanda non l’ha ratificato e la bocciatura dell’accordo nel recente referendum olandese rischia di rallentarne o addirittura comprometterne l’iter. 

Foto: marina.shakleina

1 comments
Paoluccio Anafesto
Paoluccio Anafesto

Si continua a ragionare sulla falsariga della stampa occidentale ligia al pensiero unico, ossia si pone attenzione solo ai fatti che sembrano dar ragione alla nostra parziale visione.

In Ucraina vi è stato un golpe foraggiato sostanzialmente dalla NATO (ovvero dalle nazioni aderenti a questa organizzazione in modalità più o meno attiva).

Una parte della nazione non si è piegata ai golpisti e nella fascia che va da Karkov a Odessa probabilmente i golpisti non sono visti così di buon occhio come la stampa allineata desidera farci credere.

Occorre anche tener presente che la Russia non è una nazione europea alla quale si può intimare il rilascio di un qualsiasi criminale che si è macchiato dell'omicidio di cittadini russi, quindi l'unconditional surrender della Mogherini fa solo sorridere.

Le pressioni della Russia verso un governo palesemente avverso sono rimaste piuttosto contenute e nel limite della logica di non ifierire troppo: il gas viene venduto a prezzo di mercato, la rilocazione della produzione delle aziende russe rientra nei confini nazionali e una ovvia contrazione del commercio tra i due paesi era pure da prevedere; si da il caso che l'economia ucraina è assai poco integrata con l'economia europea quindi la sostanziale perdita del mercato russo oltre alla cessazione delle condizioni di favore a un paese "fratello" ha aggravato la già non rosea economia di quel paese.  

Poi le vicende della Crimea ritornata con plebiscito in seno alla Federazione Russa (l'occidente era stato avvertito che col Kosovo si dava la stura al vaso di Pandora) e la guerra civile nel Donbass derivata dalla psicotica reazione della Junta, non si può dire fossero così inattese.  In pratica l'Ucraina da sola è già uno stato fallito, il tentativo di liaison con l'Europa, piuttosto malandata pure lei, non sembra sia stata questa gran furbata, anche se gli USA incitano l'Europa a gettar danaro nel buco nero ucraino, ma loro non lo fanno ... hanno già sperperato 5 miliardi di dollari per una ciambella che poi non è riuscita col buco che loro volevano ...

L'Ucraina continuerà a pressare (anche militarmente il Donbass) col rischio che le regioni "ribelli" si estendano alle regioni della fascia Karkov - Odessa, si continuarà a gridare alla Russia brutta e cattiva che sicuramente non negherà il supporto al  Donbass sotto attacco e l'Europa alla fine si stuferà di sborsar denaro per compiacere i desiderata di Washington e l'Ucraina diventerà una nazione fallita più o meno nelle condizioni della Siria di oggi, ma senza la forte motivazione che aggrega il popolo siriano.   Domanda: valeva la pena per l'Ucraina di ascoltare e fidarsi delle sirene occidentali?