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Dal referendum olandese uno schiaffo all’Ucraina e all’UE

In 3 sorsi – Mercoledì 6 aprile si è tenuto in Olanda un referendum (non vincolante) sulla decisione del Parlamento di Amsterdam di ratificare l’accordo di associazione tra UE e Ucraina. La consultazione popolare si è però trasformata in un referendum sull’Unione e in una dura sconfitta per la sua politica estera. Hanno infatti vinto i “no” all’accordo, per la gioia degli euroscettici di tutto il continente (e di Mosca). È l’antipasto della Brexit?

1. IL VOTO – Viviamo in un’epoca in cui i referendum sull’UE sono molto di moda. Dopo il referendum greco dello scorso 5 luglio e in attesa del cruciale voto del 23 giugno, con cui i cittadini britannici sceglieranno se rimanere o no nell’Unione, mercoledì 6 aprile è toccato all’Olanda andare a referendum. Oggetto della consultazione popolare era l’accordo di associazione tra UE e Ucraina, la cui mancata sottoscrizione da parte del Governo di Kiev fu la scintilla che tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 innescò la rivoluzione ucraina che avrebbe portato al rovesciamento dell’esecutivo filorusso di Kiev, all’annessione della Crimea alla Russia e alla guerra nel Donbas, aprendo la più grave crisi tra Occidente e Mosca dai tempi della guerra fredda. Il risultato del voto olandese ha visto l’ampia vittoria dei “no” all’accordo (circa il 61% dei voti). La ragione di questo esito deve probabilmente ricercarsi nel fatto che l’accordo è stato dipinto dai suoi oppositori come il primo passo verso l’adesione dell’Ucraina all’Unione (ipotesi assolutamente impopolare per l’opinione pubblica europea) e soprattutto nella bassa affluenza, che ha lasciato campo libero agli elettori più ostili nei confronti dell’UE, precipitatisi alle urne per provare ad assestarle una spallata. L’affluenza non è infatti stata massiccia (hanno votato soltanto il 32% degli elettori), ma in ogni caso sufficiente a superare la soglia del 30% degli aventi diritto al voto che permette al referendum di essere considerato valido e che obbliga il Governo a tenerlo in considerazione (espressione alquanto generica).

Fig.1- Il premier liberale dei Paesi Bassi Mark Rutte

2. LE CONSEGUENZE PER L’OLANDA…– Il referendum non è giuridicamente vincolante per l’esecutivo. Tuttavia il Governo, pur schierandosi cautamente a favore dell’accordo, si era impegnato, qualora fosse stata superata la soglia del 30% (come in effetti è avvenuto), a riconsiderare l’accordo di associazione che, bisogna ricordare, è già stato ratificato non solo dal Parlamento olandese, ma anche da tutti gli altri 27 Stati dell’UE e dal Parlamento europeo. L’esecutivo guidato dal premier liberale Mark Rutte si trova così in una difficile situazione. Da una parte non può ignorare del tutto la volontà popolare, dato che si regge su una maggioranza parlamentare esigua. Inoltre da alcuni sondaggi emerge che l’antieuropeo Pvv (Partito delle libertà), guidato da Geert Wilders, potrebbe battere il partito del premier alle prossime elezioni politiche, previste per il marzo 2017. Lo stesso Wilders è stato in pratica il capofila della campagna del “no”, peraltro sostenendo apertamente che questo referendum avesse come oggetto solo teoricamente l’accordo con l’Ucraina, essendo in realtà un voto pro o contro l’Europa. D’altra parte, risulta difficile pensare di ridiscutere in sede europea un accordo ormai già ratificato. Una soluzione potrebbe essere quella di una rinegoziazione puramente “cosmetica” volta a cercare di salvare la faccia del Governo olandese. Ma anche quest’ultima via d’uscita appare difficile. Probabile che un qualche tipo di scappatoia giuridica si troverà. Comunque il Governo dell’Aia è in forte imbarazzo, visto che l’Olanda detiene la Presidenza di turno dell’UE.

Fig.2- Il leader antieuropeo olandese Geert Wilders

3. …E PER L’EUROPA – Il referendum è però destinato a produrre ripercussioni che vanno ben al di là dello scenario politico dei Paesi Bassi, e addirittura dello stesso oggetto della consultazione, come gli euroscettici (non solo) olandesi e gli osservatori più attenti avevano previsto. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker aveva infatti affermato, prima del voto, che una vittoria del “no” avrebbe potuto “aprire le porte ad una grande crisi continentale”. Così in effetti è, poiché oltre a complicare i rapporti con Kiev questo referendum mette in discussione il meccanismo decisionale dell’UE e la sua stessa immagine a livello internazionale, peraltro già pesantemente incrinata negli ultimi anni. In primo luogo, l’Unione non fa esattamente una gran figura agli occhi di quella parte di popolo ucraino che, non dimentichiamolo, ha in fin dei conti sacrificato l’integrità territoriale del proprio Paese e diverse migliaia di vite per inseguire il “sogno” europeo e ratificare quel Trattato. Si può solo immaginare la soddisfazione che sicuramente deve essere aleggiata nelle stanze del Cremlino e che traspare dalle dichiarazioni ufficiali del Governo di Mosca, al quale inevitabilmente giova ogni indebolimento della relazione tra Kiev e Bruxelles. In secondo luogo, il fatto che l’esito di un semplice referendum in uno solo dei 28 Paesi dell’UE possa rimettere in discussione trattati internazionali già firmati e ratificati pone un serio problema di credibilità della politica di vicinato e allargamento dell’Unione, minandone gravemente l’immagine (non solo agli occhi dell’Ucraina). Infine il voto ha contribuito a dare ancora più forza alla propaganda delle compagini antieuropee in tutto il continente, che possono continuare a dipingere l’UE come un insieme di burocrati insensibili alla volontà del popolo ed arroccati nei palazzi di Bruxelles. Il referendum ha poi anche confermato la sostanziale allergia dell’Unione europea agli istituti della democrazia diretta. Un segnale a dir poco preoccupante in vista del ben più importante referendum britannico del 23 giugno. Basti pensare che Nigel Farage, leader dell’UKIP (United Kingdom Independence Party o Partito per l’Indipendenza del Regno Unito), capofila della campagna per la Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’UE), lunedì 4 aprile era ad Amsterdam a fare campagna per il “no” olandese al Trattato. Con la speranza che tocchi a lui festeggiare come (e più di) Wilders il prossimo 23 giugno.

Fig.3- Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker

Davide Lorenzini

Un chicco in più

Per chi fosse interessato ad approfondire gli aspetti dell’accordo di associazione tra UE ed Ucraina e, più in generale, lo stato dei rapporti tra Kiev e Bruxelles, si consiglia – sulle nostre pagine – Il dilemma ucraino 

Foto: rockcohen

Foto: leonyaakov

1 comments
Paoluccio Anafesto
Paoluccio Anafesto

L'articolo mi sembra piuttosto semplicistico e piuttosto partigiano per le seguenti motivazioni: 1) in Ucraina non c'è stata una rivoluzione, ma un golpe di stampo neonazista.  2) Nell'UE, ai paesi fondatori si sono aggregati altri paesi per giungere al numero di 28; questa aggregazione caotica è stata un processo democratico?  3) Con l'Ucraina si veicolano nella UE ulteriori pulsioni naziste, quasi che quelle dei paesi baltici non fossero sufficienti.  4) Nella UE nell'ultimo decennio l'attacco alla democrazia è divenuto più che mai evidente, ora si stanno stringendo i rapporti con paesi che definirli non proprio campioni di diritti umani e solo un eufemismo (turchia ad esempio).  5) Diviene sempre più evidente che i governanti dei vari paesi della UE sono praticamente imposti da oltre oceano e chiaramente non fanno gli interessi degli europei, ma di ben altre realtà.

Non è che il voto olandese possa essere visto come un ritorno di anticorpi contro ideologie e governi autoritari che stanno pervadendo l'intera Europa e un tentativo di emancipare l'Europa da ingerenze esterne?