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Elezioni in Perù: déjà-vu “nipponico”, Fujimori favorita

In 3 sorsi – Domenica 10 aprile prima tornata elettorale per eleggere il nuovo presidente del Perù. Un confronto che come previsto è servito ad individuare chi al ballottaggio dovrà cercare di minare le certezze di Keiko Fujimori.

1.COME ARRIVA IL PERU’ ALLE ELEZIONI – Innanzi tutto occorre dare uno sguardo al quadro istituzionale del Paese e a Ollanta Humala, presidente peruviano che durante il suo mandato (2011-2016) ha visto un vero e proprio declino in termini di popolarità. Nel 2011 il 55% di gradimento popolare segnalava una flebile speranza verso un nuovo percorso socialista, per un ricongiungimento tra crescita economica e redistribuzione della ricchezza, per un ridimensionamento del potere contrattuale del capitale straniero in favore di una maggiore sovranità nazionale, per il conseguimento di un dialogo regionale per fare del Paese andino un attore protagonista nei progetti di partenariato. Tuttavia la complessa situazione del Perù ha suggerito ad Humala un atteggiamento più cauto e pragmatico e pazienza se in campagna elettorale il suo “iter di studio per essere presidente” lo aveva impegnato in colloqui informativi con i vari Chávez, Lula e Castro. Del Perù si parla poco, ma in esso convergono interessi internazionali non indifferenti visto che si tratta di uno dei primi produttori mondiali di argento, rame, oro e piombo. Ciò nonostante l’incidenza della povertà è del 41% e la popolazione rurale è in aumento (dato in controtendenza rispetto alle consuete dinamiche migratorie verso i centri urbani). Anche la popolazione indigena ha un importante peso sociale rappresentando il 23,9% (censimento 2007) e quindi la stessa dovrebbe essere parte attiva nel processo decisionale del Paese. Inclusione sociale e redistribuzione più equilibrata delle ricchezze derivanti dalle innumerevoli concessioni allo sfruttamento minerario date a multinazionali, questo si chiedeva ad Humala nel 2011, ma proprio il non venir meno alle esigenze internazionali hanno spinto al ribasso la popolarità del presidente che oggi chiude la sua presidenza con il 14%.

Fig. 1 – Il mandato di Ollanta Humala si chiude con un crollo del consenso popolare

2.LA FIGLIA DEL DITTATORE – Keiko Fujimori dal suo diciannovesimo anno di età è una figura stabile nel panorama politico del Perù. Nel 1994 si tradusse nella figura femminile accanto all’allora presidente Alberto Fujimori. La moglie del presidente fuggì da un matrimonio che si era tradotto in una dittatura così come la presidenza del Paese e toccò a Keiko affiancare la figura del padre. Nel 2000, quando il padre rinunciò alla presidenza e fuggì in Giappone, toccò anche a Keiko la decisione di allontanarsi. Destinazione Stati Uniti dove rimase fino all’arresto del padre (2005). Ritorno in patria e subito la carica di deputata per Fuerza Popular, partito liberale fujimorista. Ma l’ascesa di Keiko prosegue fino alle elezioni 2011 quando fu lei a contendere la presidenza ad Ollanta Humala al ballottaggio. Ne uscì sconfitta, ma oggi la quarantenne nippo-peruviana torna ad ambire alla presidenza con maggiori certezze: in campagna elettorale i sondaggi la descrivevano come favorita con un 38% e le elezioni di ieri la proiettano al ballottaggio grazie all’appoggio di circa il 39% dei votanti. Stano se si considera la connessione tra figlia (Keiko) e padre (Alberto) con quest’ultimo che dopo due soli anni di presidenza trasformò il suo mandato in una dittatura. Arrivò a sospendere la costituzione e pilotò le elezioni per rimanere stabilmente alla guida del Paese attuando una repressione nei confronti dei dissidenti e degli oppositori scatenando anche una vera e propria guerra contro i gruppi guerriglieri della sierra (Sendero Luminoso). Si è parlato in questi mesi di “ineleggibilità” della stessa Fujimori, ma alla fine si è tradotto in un nulla di fatto e la stessa si è dimostrata ancor più forte dell’opposizione puntando tutto sulla necessità di sicurezza sociale nel Paese e svincolandosi da ogni rimando alla presidenza del padre.

Fig. 2 – Keiko Fujimori è la grande favorita, nonostante un padre a dir poco “ingombrante”

3.VINCITORI E SCONFITTI DEL PRIMO TURNO – Al primo appuntamento per l’elezione del nuovo presidente del Paese si sono presentati 10 candidati per lo più a rappresentanza della destra e di una frammentazione partitica sorprendente dove la sinistra ridimensiona le proprie ambizioni, immagine di un socialismo in declino in quasi tutti gli Stati latinoamericani. Prima di ieri, veri contendenti al vantaggio di Fujimori erano Alfredo Barnechea (Acción Popular), Alan García (Partido Aprista Peruano), Verónika Mendoza (Frente Amplio) e Pedro Pablo Kuczynski (Peruanos por el Kambio), ma ad aggiudicarsi il ballottaggio alla fine sono stati quest’ultimo (circa il 21%) e Verónika Mendoza (intorno al 18%) per un Paese che difficilmente riuscirà a riprendersi una piena sovranità sulle proprie risorse e che nonostante la crescita economica continuerà a celare uno squilibrio sociale importante. Il primo outsider è un tecnocrate economista che rappresenta un’ampia coalizione moderata, mentre Mendoza è l’unica figura politica sopravvissuta alla generale sfiducia nei movimenti di sinistra. A farla da padrona tuttavia resta Keiko Fujimori per la quale, dai sondaggi, il voto è giustificato dalla combinazione di più fattori. Innanzi tutto si dà peso al fatto che sia una donna ed in un certo senso fa percepire uno stacco (di genere) dal passato. In secondo luogo si il fulcro della sua campagna politica è stata la necessità di maggiore sicurezza, tema al quale la popolazione è molto sensibile. Infine, ma non meno importante, vi è in Perù un’interpretazione degli anni di di Alberto Fujimori, come sostanzialmente migliorativi in termini di sicurezza. Una visione un po’ sommaria, ma che viene proprio dagli strati più poveri dove l’autore e giornalista peruviano Pedro Salinas riscontra una scarsa conoscenza della reale storia del “governo” di Alberto Fujimori e del collegamento tra questo e la figlia Keiko. Certezza del primo turno elettorale è la conformazione del Congresso che diventa a maggioranza fujimorista con 68 seggi sui 130 disponibili: un passo concreto verso una stabile presidenza futura. Appuntamento al 5 giugno per il verdetto finale.

William Bavone

Un chicco in più

Per approfondire sul processo ad Alberto Fujimori e alla condanna da esso scaturita vi rimandiamo ad un approfondimento di Panorama.

I dati utilizzati nel testo sono estrapolati dal saggio Sulle tracce di Simón Bolívar– America Latina: l’indipendenza del XXI secolo (2014)

Foto: A.Davey

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