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Eritrea, la perla offesa del Corno d’Africa

Prima possedimento italiano, poi inglese e infine etiope, l’Eritrea non ha purtroppo conosciuto stagioni migliori dopo la conquistata indipendenza. Saldamente nelle mani di un feroce dittatore, vede la propria popolazione corrompere l’esercito e scappare a migliaia, ogni mese, in disperata ricerca non tanto di benessere, quanto di libertà

L’ERITREA: ESSENZIALE CONTESTUALIZZAZIONE STORICA – Un Paese giovanissimo: il più giovane del mondo, se non fosse per Palau, Timor Est, il Sud Sudan (già fallito) e la separazione del Montenegro della Serbia: nel maggio 1993, dopo l’ottenimento dell’indipendenza dall’Etiopia, ha fatto regolare ingresso nell’ONU. Dal 1890 al 1941 colonia italiana, ha con lo Stivale un rapporto privilegiato fin dalla seconda metà dell’Ottocento – basti pensare che ad Asmara negli anni Trenta si censivano più italiani che autoctoni. Per quanto dall’epoca dell’amministrazione britannica (1941-1952) in poi gli italiani siano quasi completamente emigrati, e nonostante la sensibilità di alcuni nativi sia tuttora permeata dai massacri abissini di scorse generazioni, visibili e ancor oggi essenziali sono i contributi infrastrutturali (talvolta in stile futuristico) voluti da Umberto I, Mussolini e Vittorio Emanuele III. Una testimonianza dell’inscindibile legame “pratico” tra Italia ed Eritrea che permane e non si astiene dal portare frutti: se è detto comune che l’Italia, nonostante sia una media potenza regionale, conservi un ruolo di rilievo nell’orizzonte diplomatico in quanto capace di “parlare un po’ con tutti”, ecco, l’isolata e quasi politicamente inaccessibile Eritrea è un ottimo esempio di questo concetto.

Fig. 1 – L’edificio Fiat Tagliero ad Asmara (Giuseppe Pettazzi, 1938), celebre lascito dell’epoca coloniale italiana

LA LUNGA DITTATURA DI AFEWERKI – Spesso accade che la Storia si riconsegni alla Storia, e che si agisca peggio di coloro che prima ci si prefiggeva di combattere per i medesimi motivi. Questo è anche il caso di Isaias Afewerki, osannato per il contrasto a Menghistu Hailè Mariam, padrone sanguinario dell’Etiopia, e poi divenuto simile – se non peggiore – a quest’ultimo. Saldamente al potere dal 1991, l’ex leader carismatico – era considerato dai più “il Mandela del Corno d’Africa” – ha infranto tutte le speranze del proprio popolo, dando vita a decenni di censura e terrore. Timidissime le reazioni: più di tre anni fa (21 gennaio 2013) l’ultima sollevazione militare finita nel nulla, a opera di un drappello di qualche decina di combattenti guidati dal colonnello Saleh, già eroe della guerra contro l’Etiopia alle soglie del XXI secolo. Le opposizioni al regime sono moltissime, ma quasi tutte silenti, in attesa che il grande capo muoia di cirrosi epatica (o di malaria: non è ancora chiaro di quale malattia stia soffrendo) oppure venga ucciso con un golpe di qualche fedelissimo: in effetti è questo – un avvicendamento probabilmente non senza regolamento di conti e spargimento di sangue, ma interno all’entourage governativo attuale – il lascito che si prospetta per l’Eritrea. Quasi impossibile che le varie opposizioni – pur accomunate da un programma liberale o quantomeno democratico – riescano a sottrarre lo scettro del potere all’establishment attuale, una volta deceduto Isaias. Tra i tanti movimenti che si contenderebbero la partita contro il rapace People’s Front for Democracy and Justice in un’eventuale libera elezione, doveroso citare almeno l’Eritrean People’s Democratic Party, l’Eritrean National Council for Democratic Change e l’Eritrean Democratic Alliance. Tre circostanze rilevano in proposito:

  1. si tratta più di “organizzazioni ombrello” che di “partiti” in senso occidentale, dunque gli orientamenti ideologici sotto tali “cappelli” possono essere i più disparati;
  2. molte delle correnti ricomprese nella maglia di tali “organizzazioni ombrello” hanno sede all’esterno del territorio eritreo, con singoli esponenti, diramazioni o “grandi sponsor” in massima parte etiopi, ma altresì tedeschi, australiani, sudafricani, svedesi, sudanesi, e via discorrendo;
  3. proprio in quanto organizzazioni di massima, sono tutte contraddistinte da una forte mescolanza di appartenenze etniche e fedi religiose, il che rende ancora più difficili la coesione logistico-organizzativa e soprattutto l’adozione di una linea politica precisata.

Fig. 2 – Isaias Afewerki e Ban Ki-Moon

UNA FAME CHE NON CERCA AIUTI D’altro canto sarebbe stato difficile attendersi qualcosa di diverso da un marxista integralista quale Afewerki: condivisibile il concetto secondo cui il sostegno internazionale alimenterebbe il circolo vizioso della dipendenza e della conseguente inefficienza e povertà dei Paesi africani, ma come sempre il problema è l’esasperazione, la teoria applicata al reale con la stessa rigidità della formula stampata. In un mercato dove il sommerso e la corruzione hanno ormai raggiunto livelli irreversibili, pare paradossale che l’aiuto economico proveniente da Stati terzi venga considerato la prima problematica da arginare. Pur stretta nella morsa della carestia condivisa con la vicina Addis Abeba, Asmara ha rifiutato un decennio fa un prestito da parte della Banca Mondiale, nonché qualsivoglia forma di contribuzione diretta da parte degli Stati Uniti. Sulla stessa linea, ha espulso la maggior parte delle ONG operanti nel Paese e ordinato il decremento della distribuzione di alimenti condotta dalle agenzie specializzate dell’ONU (specialmente da WFP e IFAD). Un’autarchia forzata che sta infliggendo alla popolazione ingenti sofferenze e isolando definitivamente il Governo di Asmara dalla comunità internazionale.

Fig. 3 – Rifugiati eritrei in Etiopia protestano contro Afewerki ad Addis Abeba

NON SOLO SIRIANI SULLE SPONDE DEL MEDITERRANEO – In un Paese poco più popolato del Lazio, ogni mese i giovani scappano a migliaia (c’è chi dice duemila, chi cinquemila, in questo caso difficile affermare qualcosa senza scadere nel terno al lotto), corrompendo l’esercito preposto alla sorveglianza dei confini e delle maggiori vie di comunicazione: cercano l’Europa, ma anche gli USA o il Canada. Non avendo passaporto (il regime infatti non li rilascia, se non in casi eccezionali e “per sopraggiunti limiti d’età” che rendono inabili alla funzione militare), ovunque vadano si presentano quali migranti irregolari, ma spesso la loro richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato viene accolta in tempi più rapidi rispetto alla media: come potrebbe essere altrimenti? Passando il confine, la prima cosa da mettere in salvo è banalmente la vita: in uno Stato in cui sparizioni e torture sono all’ordine del giorno, e dove la leva militare è obbligatoria a tempo indeterminato, è difficile intravedere un futuro, e spesso anche solo sopravvivere. Abbandonare tutto, però, ha il suo prezzo: non solo ritorsioni verso chi rimane (familiari, amici, conoscenti), ma anche la beffa di una tassa del 2% sulle rimesse che va a finanziare lo stesso regime causa dell’espatrio. In sostanza si lavora all’estero per mantenere non solo i propri cari, ma anche il regime che li opprime. La particolare posizione dell’Eritrea, premiante dal punto di vista paesaggistico (in una differente cornice istituzionale, il turismo potrebbe prosperare divenendo motore primo del Paese), è però avversa a una facile fuga: nella penisola arabica lo Yemen è al collasso, e passare a nord scavalcando il regno saudita è impensabile. Attraversare uno dei due binomi Sudan-Egitto o Sudan-Libia per raggiungere il Mediterraneo centrale non è da meno: significa affidare la propria sorte a una traversata lunghissima tra Stati sull’orlo dell’implosione, in balìa di bande di criminali comuni e terroristi d’ogni sorta.

Riccardo Vecellio Segate

Un chicco in più

Sei spunti per qualche rapido approfondimento:

  • Due mesi fa, la capitale eritrea si è candidata alla celebre World Heritage List dell’UNESCO.
  • Afewerki e altri alti funzionari potrebbero incappare presto in seri guai presso la Corte Penale Internazionale e i tribunali delle Nazioni Unite, ma a quanto pare almeno nel proprio continente hanno trovato il modo di mettersi al riparo da problemi con la giustizia…
  • Numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno posto in evidenza alcuni loschi affari tra amministrazioni regionali italiane e Governo eritreo. D’altronde, l’Italia è solo uno dei tanti Paesi che da una parte condannano il terrorismo, dall’altra vendono armi a chi lo alimenta…
  • La stretta sui media, soprattutto stranieri, in Eritrea è portata all’esasperazione: Asmara gode del triste primato di ultima in classifica per libertà di stampa (la penultima, giusto per intenderci, è la Corea del Nord di Kim Jong-un…).
  • Bisogna essere onesti, non tutto è male: su lotta all’infibulazione, diffusione dei vaccini e abbattimento del tasso di mortalità neonatale, Afewerki ha conseguito risultati straordinari.
  • L’Unione Europea, forse compiacente per la preziosa mediazione diplomatica effettuata da Asmara nei riguardi del Sudan, intrattiene con il regime di Afewerki un rapporto ambiguo e altalenante. 

Foto: D-Stanley

1 comments
Woldeab
Woldeab

Un vero peccato!

Come ex potenza (si fa per dire) coloniale

avremmo potuto mantenere un minimo di contatti con l'Eritrea sul tipo

del Commonwealth britannico o anche di meno.

Invece siamo scappati, tanto per cambiare.