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La (dis)Unione Europea e la sfida russa

In 3 sorsi – Nonostante l’Unione Europea tenti di presentarsi al mondo come un blocco unitario di interessi e intenti, la realtà tende a ridimensionare quella che resta più che altro un’aspirazione; i rapporti con la Federazione Russa, ad esempio, gettano luce sulle fratture nascoste dietro la sua figura di facciata

1. VINCOLI ECONOMICI – Nel documento concernente la nuova strategia commerciale dell’Unione Europea – pubblicato lo scorso ottobre – viene indicato come: «The EU’s strategic interest remains to achieve closer economic ties with Russia». Dal crollo dell’Unione Sovietica, infatti, per Federazione Russa e Comunità Europea (poi Unione Europea) si sono spalancate le porte per fruttuosi scambi commerciali: sfruttando una notevole complementarietà tra le due economie – basate, rispettivamente, sull’export di materie prime e di prodotti finiti – e rapporti sempre più distesi, le due entità hanno stretto solidi legami commerciali e raggiunto un elevato grado di interdipendenza in tale ambito. Alcuni Stati membri, però, in virtù della loro particolare collocazione geografica, della loro conformazione interna o delle loro necessità economiche, hanno stretto con la Russia legami più solidi rispetto ad altri. Era lecito attendersi, dunque, che le sanzioni imposte alla Federazione Russa – dovute all’annessione illegittima della Crimea e al sostegno dei separatisti ucraini – non avrebbero impattato nella medesima misura sui ventotto. Se inizialmente, infatti, la reazione è stata unanime, ben presto sono emersi dissapori che si sono acuiti al punto tale da portare l’Italia, lo scorso dicembre, a bloccare – anche se solo momentaneamente – il rinnovo automatico delle sanzioni verso Mosca. L’irritazione per l’ampliamento di North Stream (unita al boicottaggio di South Stream), l’elevata importanza degli scambi commerciali con la Russia per l’economia italiana (e il conseguente danno subito dal nostro settore agroalimentare e manifatturiero in seguito all’imposizione delle sanzioni) e la necessità di sostenere la stessa nella sua difficile ripresa stanno orientando il Governo italiano a pressare per ottenere un allentamento (o una cancellazione) delle sanzioni inflitte all’importante partner commerciale. Altri Paesi (quali Ungheria e Grecia) con motivazioni simili a quelle italiane iniziano ad allinearsi con Roma; nello scenario appena delineato si inserisce la Germania che, nonostante i forti legami economici con la Russia, sembra volere proseguire nell’anteposizione dell’implementazione degli accordi di Minsk al business.

Fig. 1 – Putin lascia il palazzo presidenziale a Minsk

2. SFIDA GEOPOLITICA – Nella vicenda qui analizzata, però, il vincolo/opportunità economico non è l’unico né – perlomeno per molti Paesi europei – il più importante. La resilienza del fattore geopolitico – soprattutto per gli Stati che hanno visto, nel corso della loro storia, la propria sovranità cancellata dallo scomodo vicino – infatti, complica notevolmente la risoluzione del già intricato problema. Tornando al documento con il quale è stata aperta l’analisi diviene evidente quanto appena esposto. La volontà di stringere legami più stretti con la Russia «however, be determined primarily by the course of Russia’s domestic and foreign policy, which so far gives no signs of the necessary changes». Un buon numero di Stati europei, in seguito alle azioni russe in Ucraina, ha visto ripresentarsi uno spettro di novecentesca memoria e, conseguentemente, ha mostrato la ferma intenzione di colpire severamente la Federazione Russa malgrado la fortissima dipendenza energetica e l’impatto negativo causato dalle vicendevoli sanzioni e limitazioni commerciali imposte. Per questi Paesi la normalizzazione dei rapporti con la Russia può avvenire solo successivamente al ripristino dello status quo ante. I timori atavici di taluni Stati (Polonia e Baltici sopra tutti) per il revanscismo russo non sono legati unicamente alle vicende storiche che li vede protagonisti – che, comunque, giocano un ruolo notevole – ma anche alla loro attuale conformazione interna. L’inquietudine proviene soprattutto dalla possibilità del riproporsi di una situazione paragonabile a quella verificatasi nell’Ucraina orientale date le ingenti minoranze russe residenti nei loro confini. Non stupisce, dunque, che la Lituania abbia reintrodotto nel 2015 la coscrizione obbligatoria, che i tre Baltici e la Polonia abbiano incrementato il budget destinato alla difesa (aumenti che hanno portato Estonia e Polonia a conformarsi al tetto minimo del 2% previsto dalla NATO) e che tali Paesi abbiano più volte richiesto un aumento delle forze NATO schierate a difesa dell’eastern flank: ultimamente, ad esempio, Edgars Rinkēvičs – ministro degli Esteri lettone – intervenendo al Council of Foreign Relations, ha rimarcato come: «The presence of [NATO] troops in the Baltic states and Poland are not enough for deterrence». Per tali Paesi, dunque, tornare a fare business as usual è, allo stato attuale delle cose, impensabile. Emerge, dunque, un’ampia frattura tra chi antepone imperativi geopolitici e geostrategici a introiti economici e chi, sottostimando i primi, auspica una ripresa completa delle relazioni bilaterali.

Fig. 2 – Soldati NATO si addestrano in Estonia nell’ambito dell’esercitazione “Spring Storm”

3. LA SINTESI – Il 31 luglio scadrà il termine ultimo per il rinnovo delle sanzioni e, alla luce di quanto appena esposto, risulta prevedibile un dibattito serrato anche in ragione delle notevoli difficoltà nell’implementazione del Protocollo di Minsk (l’Ucraina lamenta il mancato recupero del controllo su parte del suo confine orientale e la Russia la mancata devoluzione di poteri alle regioni russofone). Inoltre, dal primo gennaio, i legami tra Ucraina e Unione Europea sono divenuti più stretti grazie alla nascita della zona di libero scambio (DCFTA) prevista dall’Association Agreement siglato il 27 giugno 2014, e ciò non può che contribuire all’allontanamento di Kiev da Mosca. Le tensioni latenti potrebbero portare alla riaccensione del conflitto nel Donbass e, conseguentemente, al fallimento degli accordi siglati a Minsk: in tal caso i Paesi dell’Unione Europea non potrebbero che – a malincuore per alcuni – convergere su una medesima posizione a sostegno dell’Ucraina. Su questo si è espresso chiaramente il ministro degli Esteri lituano Linas Linkevičius che ha indicato la completa implementazione di Minsk come prerequisito per una parziale riapertura. Nel caso in cui, però, la situazione volgesse in senso opposto, non è comunque sicuro che gli Stati che più avvertono la minaccia russa decidano di scendere a patti in merito a un alleggerimento delle sanzioni o, perlomeno, non nei termini voluti da Stati membri quali l’Italia che, tuttavia, possono fare leva su un’ulteriore argomentazione a sostegno della loro posizione. In seguito ai tragici attentati di Bruxelles, infatti, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha chiesto di mettere da parte gli imperativi geopolitici e di sicurezza al fine di perseguire il medesimo obiettivo di combattere il terrorismo. Difficilmente, comunque, i Paesi più direttamente minacciati da una Russia che ragiona in termini di sfere di influenza si lasceranno irretire da tale proposta, non fosse altro per il fatto che Putin e il suo entourage hanno agito in Ucraina primariamente spinti proprio da timori di ordine geopolitico. Un ulteriore dilemma anima la discussione: nonostante l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione, Federica Mogherini, abbia rimarcato che l’UE non intende riconoscere l’illegittima annessione della Crimea, la fine del regime sanzionatorio significherebbe l’accettazione de facto della stessa. L’unica soluzione in tale senso sarebbe il mantenimento parziale delle sanzioni ma, in questo caso, si riproporrebbero le fratture sopra presentate. Nell’intricata questione resta cruciale la posizione che assumerà la Germania, costretta in un trade off di complessa risoluzione tra imperativi ideologici, morali e geopolitici da una parte e redditizie possibilità economiche dall’altra. Germania che, tra l’altro, vede crescere l’opposizione interna alla leadership della cancelliera Merkel. Per George Friedman, fondatore di Stratfor, è proprio la Germania a essere l’ago della bilancia per gli equilibri euroasiatici e, indubbiamente, anche in questa occasione, la sua posizione rischia di pesare enormemente in un’Unione Europea che, tra l’altro, è sempre più dilaniata da scontri endogeni: sembra essere primariamente nelle sue mani, infatti, la decisione sulla postura da tenere nei confronti della Russia e, sfortunatamente per l’Europa, il suo pendere verso l’uno o l’altro lato della frattura venutasi a creare potrebbe incidere notevolmente sul futuro dell’intera Europa.

Simone Zuccarelli

Un chicco in più

  • La complessa situazione nei Paesi Baltici può essere meglio colta approfondendo un aspetto spesso trascurato ma sempre più importante nel tecnologico XXI secolo: propaganda e contropropaganda sul web, infatti, costituiscono una dimensione importante dello scontro in atto tra questi Paesi e la Federazione Russa (The Baltic Elves Taking on Pro-Russian Trolls).
  • Da parte russa la reazione alle sanzioni è stata forte soprattutto nel campo agroalimentare: le restrizioni imposte, infatti, hanno pesato duramente proprio su alcuni Paesi chiave come Lituania, Polonia e Ungheria.
  • La dimensione etnica risulta di fondamentale importanza per comprendere le preoccupazioni dei Paesi Baltici: mentre in Lituania la minoranza russa non raggiunge il 6% della popolazione, infatti, in Lettonia ed Estonia supera il 20% (con picchi dell’80% in alcune aree estoni) ed è radicata in zone di confine similmente al caso Ucraino. Curioso notare, poi, come il partito difensore della minoranza russa in Lituania – Lithuanian Russian Union – sia in alleanza con il partito di minoranza polacco – Electoral Action of Poles in Lithuania – il cui leader, Valdemar Tomaševski, nonostante etnicamente polacco, non segue gli orientamenti di Varsavia e, anzi, ha indirizzato il suo partito verso il sostegno alla Russia. Per la Polonia, dunque, diviene importante stringere maggiori legami con il Governo lituano con cui, comunque, permane una forte diffidenza.
  • Un wargame prodotto dalla Rand Corporation ha evidenziato la possibilità di una facile invasione di terra russa ai danni dei Paesi Baltici e ha suggerito un rafforzamento dell’eastern flank dell’Alleanza Atlantica. 

Foto: Tilemahos Efthimiadis

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