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Vertice di Bruxelles: l’accordo che non piace al diritto internazionale

In 3 sorsi – Il Vertice di Bruxelles ha visto come protagonista la Turchia di Erdoğan, che ha raggiunto un accordo con l’Unione Europea sulla questione migranti. Ma le perplessità sulla corrispondenza degli accordi presi nei confronti del diritto internazionale non hanno lasciato adito alle polemiche

1. L’ACCORDO COME SPIRAGLIO PER L’INGRESSO DI ANKARA NELL’UE?  – L’intesa raggiunta solo pochi giorni fa tra Ankara e Bruxelles è stata il risultato di una dichiarazione di intenti rivolta ai migranti, volta ad evitare ulteriori tragedie del mare. Ma le conseguenze e implicazioni di tale accordo non sono di poco conto. Innanzitutto, eliminando la possibilità di arrivare e rimanere in Grecia, l’unica via possibile resta quella di giungere e permanere in Turchia, dinamica quest’oggi imprescindibile in quanto i migranti, dalla mezzanotte dello scorso 20 marzo, per entrata in vigore dell’accordo turco-europeo vengono automaticamente riportati in Turchia nonostante giunti in territorio greco.
Le perplessità sollevate dalla comunità girano attorno al meccanismo che c’è dietro queste deportazioni di massa”. L’accordo prevede il ricollocamento di 72.000 siriani (in Turchia attualmente ve ne sono circa 2 milioni e 300 mila) dal territorio turco in quello europeo attraverso un meccanismo di scambio: per ogni clandestino rimpatriato in Turchia perché tentava di giungere in Grecia, uno ne viene ammesso. Inoltre, nessun ricollocamento avverrà fin tanto che non ci sarà un numero minimo di persone da rimandare indietro, ed è proprio questo uno dei principali punti di controversia. In tutto ciò, verrebbe da chiedersi, cosa guadagna la Turchia dall’Unione Europea? Una cifra pari a sei miliardi di euro e la riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione.

Fig. 1 – Erdogan “accerchiato” da Tusk e Juncker… o forse è il contrario?

2. L’ACCORDO NON È CONTRARIO AL DIRITTO INTERNAZIONALE? – Diverse associazioni in difesa dei diritti umani stanno denunciando le loro perplessità in fatto di rispetto dei dettami del diritto internazionale, nello specifico la Convenzione di Ginevra sullo status dei Rifugiati del 1951, da parte dell’accordo tra Turchia e Unione Europea.
L’accordo, essenzialmente, prevede deportazioni” (o ricollocamenti) dal suolo della Grecia (membro UE) a quello della Turchia, Paese non-UE e che, inoltre, non ha ratificato la Convenzione di Ginevra. La questione però non si ferma qui, perché se è vero che la Turchia, in sede di accordi con Bruxelles, ha confermato la sua volontà di rispettare i diritti dei rifugiati nonostante essa non sia parte della Convenzione del 1951, un’ulteriore perplessità spetta nei riguardi della Grecia che, non solo Paese UE ma anche firmatario e ratificatore della Convenzione di Ginevra, ricollocherebbe un numero imprecisato di migranti verso un Paese come la Turchia, appunto non appartenente all’Unione Europea e ratificatore della Convenzione suddetta. Tuttavia vi è una clausola dell’accordo – e che, quindi, in quanto parte di esso deve essere osservata – la quale impegna la Turchia a rispettare i diritti dei rifugiati al pari di quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra. Quello che resta da chiedersi è l’effettiva ed eventuale possibilità di inviare funzionari dell’Unione Europea in Turchia al fine di vigilare sul rispetto dell’accordo nella misura di assicurare i diritti ai migranti, ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici.

Fig. 2 – L’UNHCR ha un ruolo importante nella gestione della crisi dei rifugiati

Ma le violazioni potrebbero non riguardare solo la Convenzione di Ginevra. Secondo le Nazioni Unite – nella figura di Filippo Grandi, Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati – l’accordo tra Ankara e Bruxelles è contrario alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La risposta del Commissario europeo sull’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, non si è fatta attendere: esso ha infatti ribadito la clausola dell’accordo secondo cui tutti gli immigrati irregolari che dalla Grecia torneranno in Turchia saranno trattati in accordo non solo con la legge internazionale, ma anche quella europea. A supporto della validità dell’accordo turco-europeo vi è anche Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, il quale ha sottolineato la possibilità di rinviare un clandestino al Paese che per primo offrì “protezione” – che, in questo caso, sarebbe la Turchia – nonostante non sia membro dell’Unione. Che la riapertura dei trattati per l’inclusione turca nell’Unione sia un palliativo a tutte queste polemiche? Altra questione spinosa è infine la valutazione delle singole richieste di asilo politico: come già detto Ankara non è parte della Convenzione di Ginevra e per questo non è tenuta a suddetta analisi minuziosa dei singoli casi. La Grecia invece, in quanto ratificatrice, riceverà l’invio di funzionari dell’Unione Europea per l’analisi delle richieste di asilo. Ma questo varrà per chi in Grecia era già arrivato.

3. COME INTERPRETARE LA POLITICA ESTERA TURCA? – La politica estera turca è attualmente scacco di una serie di necessità provenienti da risposte da fornire all’opinione pubblica interna, ma anche risultato di un isolamento che vede Ankara lontana, per ragioni diverse, sia dalla Federazione Russa che dagli Stati Uniti d’America. Le tensioni che hanno seguito l’abbattimento dell’aereo russo in territorio siriano da parte delle forze armate turche non ha fatto che inasprire i rapporti bilaterali. Dall’altro lato, la Turchia di Erdoğan ha preso le distanze dalla Casa Bianca, che si dice vicina alla minoranza curda.
È nell’intreccio della questione curda e del terrorismo che possono leggersi gli attentati di marzo ad Ankara e Istanbul. Entrambi gli attentati hanno scosso il Paese e, probabilmente, influenzeranno la prossima politica tanto interna, quanto estera, di Erdoğan. Per non commettere però l’errore che molti fanno, è bene scindere quanto accaduto in Turchia dall’accordo tra quest’ultima e l’Unione Europea, in quanto è facile scendere nel qualunquismo secondo cui la questione dei migranti è legata al terrorismo e viceversa. Ad onor di ulteriore chiarezza, infatti, gli attentati del 13 e del 19 marzo avrebbero una matrice differente. Per il primo, avvenuto ad Ankara, la rivendicazione è arrivata dal gruppo Teyrêbazên Azadiya Kurdistan (TAK) o “Falconi del Kurdistan”, il gruppo paramilitare curdo distaccatosi dal Partîya Karkerén Kurdîstan (PKK) ovvero il partito dei lavoratori del Kurdistan: ad esso infatti, è seguita una repressione da parte dell’esercito turco, che ne nega l’indipendenza da anni. Il secondo attentato terroristico invece, quello avvenuto sei giorni dopo a Istanbul, è stato ricondotto ad un miliziano dell’ISIS, secondo quanto riportato dal ministro dell’Interno turco Efkan Ala. Va da sé, che come ha recentemente spiegato il Professor Bauman, unire le dinamiche relative alle migrazioni con quelle del terrorismo non fa altro che alimentare una spirale d’odio che fa il gioco di chi intende seminare terrore e discordia e, soprattutto, allontana dalla verità: chi è oggi uno tra le migliaia di migranti che tentano di scappare dai propri Paesi, scappa da una guerra e da un terrorismo che noi stessi vogliamo scacciare dai nostri territori.

Sara Belligoni

 Un chicco in più

Ecco la pagina del Consiglio Europeo sulla questione dei rifugiati.

Foto: sethfrantzman

2 comments
Federico Donelli
Federico Donelli

Un appunto: La Turchia ha ratificato la convenzione di Ginevra.. Con applicazione limitata geograficamente..

Sara Belligoni
Sara Belligoni

Esattamente, motivo per cui affinche' i respingimenti effettuati dalla Grecia non siano considerati contrari al diritto internazionale e alla Convenzione medesima, la Turchia dovrà legiferare internamente per adattare le sue leggi ai dettami internazionali.