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La crisi costituzionale in Polonia e le sue ripercussioni

In 3 sorsi – Il Governo polacco, nazionalista ed euroscettico, ha intrapreso un durissimo braccio di ferro con la Corte costituzionale del Paese. UE e USA sono sempre più preoccupati per la salute della democrazia e dello stato di diritto nel Paese e per una sua possibile “orbanizzazione”. Ma l’esecutivo di Varsavia va avanti, concentrato sul suo progetto di creare un blocco orientale antieuropeo (leggi antitedesco) e antirusso

1. LO SCONTRO INTERNO – Il risultato elettorale di ottobre ha consegnato al PiS (Diritto e giustizia), formazione politica della destra nazionalista, antirussa ed euroscettica polacca guidata da Jaroslaw Kaczynski, una maggioranza parlamentare sufficiente a formare il Governo. L’esecutivo del neopremier Beata Szydlo (sul quale però Kaczynski esercita una determinante influenza, essendone di fatto il dominus occulto) si è subito scontrato con la Corte costituzionale polacca. Il precedente Governo centrista aveva infatti nominato cinque giudici della Corte, ma il PiS, ritenendo le nomine illegittime, ha provato in ogni modo a farli decadere dalla carica. L’esecutivo ha infatti varato una riforma che impedisce alla Consulta di emettere sentenza se non sono presenti almeno 13 giudici su 15 e che cancella le precedenti nomine del Governo moderato. Queste norme hanno sostanzialmente paralizzato la Consulta, dato che il braccio di ferro tra Governo e Corte ha fatto sì che quest’ultima sia adesso composta da soli 12 giudici effettivamente riconosciuti dall’esecutivo. La Corte ha dichiarato la legge incostituzionale, sulla base del fatto che le impedisce di svolgere le proprie funzioni. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa (vedi Chicco in più) si è schierata con la Corte, definendo la legge un vulnus per la democrazia e per lo stato di diritto, ma il Governo si è rifiutato di pubblicare la sentenza della Consulta in Gazzetta Ufficiale, passaggio ineludibile per rendere il verdetto giuridicamente vincolante.

Fig.1- Il leader del PiS Jaroslaw Kaczynski e il premier Beata Szydlo

2. LE REAZIONI INTERNAZIONALI – Oltre a scatenare le critiche dell’opposizione domestica, la crisi costituzionale a Varsavia ha ulteriormente preoccupato l’UE, che vede nelle mosse dell’esecutivo polacco un tentativo di minare lo stato di diritto e alterare la separazione dei poteri. Si sono quindi moltiplicati gli inviti al Governo a rispettare le decisioni della Corte da parte di esponenti delle istituzioni europee, a cominciare dal polacco Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo ed ex premier del Paese. Bruxelles teme infatti il verificarsi di un nuovo “caso Ungheria”, nella quale il Primo ministro conservatore Viktor Orban, a partire dal 2010, ha impresso una forte svolta autoritaria. D’altronde, uno degli slogan del PiS nella recente campagna elettorale è stato un molto significativo: «Portiamo Budapest a Varsavia». Iniziano poi ad innervosirsi anche gli Stati Uniti, storici alleati della Polonia, Paese che del legame con Washington ha fatto il pilastro della propria politica estera fin dalla fine della guerra fredda. L’Amministrazione Obama sarebbe infatti preoccupata dal fatto che una svolta autoritaria a Varsavia potrebbe complicare non poco i piani statunitensi. Washington vorrebbe infatti convincere anche gli alleati europei più riluttanti (Germania, Francia e Italia in testa) della necessità di schierare truppe NATO permanenti anche in territorio polacco (Varsavia è membro dell’Alleanza dal 1999), per controbilanciare l’assertività di Mosca in Europa orientale, vista come una minaccia dalla Polonia e dagli altri Paesi della regione. Questa decisione dovrebbe essere presa nel vertice dell’Alleanza atlantica di luglio, che si terrà proprio nella capitale polacca. Le pressioni internazionali hanno però provocato una dura risposta dell’esecutivo polacco, che le ha viste come un’indebita ingerenza negli affari interni della Paese. Pesanti (perché inusuali) sono state soprattutto le critiche del Governo polacco all’atteggiamento di Washington.

Fig. 2- Il presidente del Consiglio europeo (ed ex premier polacco) Donald Tusk

3. IL NUOVO RUOLO DELLA POLONIA – Questo braccio di ferro con la Corte costituzionale è solo una parte della strategia del Governo nazionalista, che mira a impadronirsi dei gangli vitali dello Stato e a imporre la Polonia come potenza egemone dell’Europa orientale. Una strategia che ha come conseguenze un’aperta ostilità con la Russia e un rapporto sempre più difficile con la Germania di Angela Merkel, della quale l’esecutivo polacco precedente era invece uno strettissimo alleato. L’aspirazione (praticamente realizzata) di Varsavia è di assumere la guida del gruppo di Visegrad, del quale fanno parte, oltre alla Polonia, anche Repubblica ceca, Ungheria e Slovacchia. Per fare ciò, non esita a sfidare la cancelliera tedesca Merkel sul dossier dei rifugiati, opponendosi nei fatti a una soluzione europea sul fronte dell’immigrazione. Il rischio è che l’atteggiamento autoritario di cui Orban è stato precursore a Budapest diventi la cifra politica dei Paesi dell’Europa dell’Est. Ciò comporterebbe un ulteriore freno al processo d’integrazione europea. L’UE, infatti, già alle prese con una lunga serie di problemi interni ed esterni, potrebbe non avere la forza per opporsi efficacemente a una deriva autoritaria del Paese. D’altronde non è stata capace di farlo nemmeno nei confronti della piccola Ungheria, per giunta in un momento relativamente più tranquillo. Fattori decisivi in questo senso sarebbero una forte presa di posizione USA – che rimangono al momento riluttanti a inimicarsi apertamente un alleato così prezioso in uno scacchiere strategico per il confronto con la Russia – e un’eventuale erosione del consenso politico interno nei confronti dell’esecutivo. In mancanza di questi elementi, sarà a dir poco difficile convincere il Governo di Varsavia a cambiare rotta.

Fig.3 – Una recente riunione dei capi di Governo dei Paesi del gruppo di Visegrad 

Davide Lorenzini

Un chicco in più

La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto o Commissione di Venezia è un organo consultivo del Consiglio d’Europa (organizzazione che non deve essere confusa con la più ristretta ma ben più incisiva UE). Alla Commissione, istituita nel 1990, aderiscono 60 Stati. Composta da esperti di diritto costituzionale, si riunisce nel Palazzo dei Dogi di Venezia (da qui il nome). L’obiettivo dell’organo è fornire, ai Paesi membri, consulenza giuridica per consentire armonizzazioni dell’ordinamento giuridico nella comune adesione ad entità esterne, coerentemente con la difesa della democrazia e dei diritti umani. La Commissione opera in quattro aree: assistenza costituzionale, elezioni e referendum, cooperazione con le giurisdizioni internazionali, studio in materia costituzionale. Nel campo dell’assistenza costituzionale, la Commissione può fornire pareri sui progetti di Costituzione o su leggi che modificano la Costituzione

 

Foto: openDemocracy

Foto: Defence Images

1 comments
Maria
Maria

Meno male che i Polacchi non si fanno schiavizzare, gli sono bastati i nazisti e i comunisti.