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Bruxelles, il giorno dopo

Nel giorno degli attentati abbiamo scelto di fermarci a raccogliere informazioni e idee. Il giorno dopo possiamo soffermarci sui fatti e i luoghi, fornendo anche alcune prospettive

I FATTI E LE POSSIBILI RAGIONI – «Lo temevamo, ed è arrivato», ha dichiarato il Primo ministro belga Michel qualche ora dopo le tre denotazioni che hanno colpito centri nevralgici del trasporto belga: l’aeroporto di Zaventem – sembra in prossimità dei banchi American Airlines e Brussels Airlines – e il tratto di metropolitana che collega le stazioni di Maelbeek e Arts-Loi, che passa sotto i palazzi delle istituzioni europee.
Gli attentati – rivendicati dallo Stato Islamico – parrebbero in qualche modo collegati all’arresto di Salah Abdeslam, avvenuto qualche giorno fa a Molenbeek, sobborgo di Bruxelles a maggioranza musulmana. Probabilmente l’arresto è servito ad accelerare un piano già architettato – il tempo intercorso tra gli eventi è troppo breve per la pianificare  “da zero” attacchi di simile portata. Non è attualmente chiaro se lo stesso Abdseslam sia tra le menti, o se invece gli attentati siano correlati alla volontà di collaborare con le autorità espressa dall’attentatore di Parigi.
Gli inquirenti hanno invitato i media a mantenere il riserbo sulle indagini in corso, così da poter gestire quali notizie diffondere e quali no.
Nella serata del 22 marzo si apprende che gli attentatori dell’aeroporto sarebbero stati in tre, di cui solo due morti durante l’attacco. Il terzo – di cui è stata ritrovata intatta la cintura esplosiva, fatta brillare dagli artificieri – sarebbe attualmente in fuga. Tutti identificati e già noti alle forze di sicurezza, sarebbero collegati al covo di rue Dries, a Forest, perquisito la scorsa settimana e nel quale è stato ritrovato il DNA di Salah Abdeslam. Gli esplosivi utilizzati sarebbero compatibili con quelli ritrovati a seguito degli attacchi di Parigi dello scorso novembre, anche se probabilmente arricchiti di chiodi. D’altronde il modus operandi non è cambiato di molto, ma conserva intatta la sua efficacia, migliorando sempre più nel coordinamento. Stavolta alcuni luoghi, come i banchi American Airlines o le istituzioni europee, rimanderebbero ad un significato simbolico più carico di quello di Parigi. Eppure le vittime sono sempre civili indifesi e facili da colpire.

I LUOGHI – Anche stavolta, similmente a quello che era avvenuto a Parigi, si tratta di attacchi multipli, avvenuti a circa un’ora di distanza l’uno dall’altro.
Quello che cambia è la tipologia di obiettivi, luoghi fortemente frequentati ma chiusi, di dimensioni limitate. Colpire luoghi del genere, oltre a cagionare un numero potenzialmente elevato di vittime – abitualmente tra gli scopi principali di un attentato terroristico –, richiede un piano di azione e un numero di attentatori ridotto rispetto ad attacchi su scala più vasta e in luoghi di tipo diverso. A questo bisogna aggiungere che le azioni sono state perpetrate in aree che, seppur presidiate, non sono soggette a controlli sulle persone in transito (ad esempio tramite metal detector), elemento che consente l’introduzione pressoché libera di ordigni o cinture esplosive come quelle che avrebbero causato gli attacchi odierni. Un elemento su cui ci si potrebbe interrogare in futuro è proprio la sicurezza delle cosiddette soft areas, come gli ingressi degli aeroporti internazionali, che attualmente sono “liberi” in tutti gli aeroporti europei. In alcuni scali extra-UE, come per esempio quello di Istanbul, passeggeri e bagagli passano sotto il metal detector anche al loro arrivo in aeroporto, oltre che durante i controlli di sicurezza. Ma presidiare stazioni ferroviarie e della metropolitana e aeroporti potrebbe rivelarsi un’impresa titanica, se non priva di significato, visto che anche un bar o un teatro possono essere oggetto di ostilità.

E ORA? – Le condanne formali agli attentati di Bruxelles sono arrivate da moltissime parti politiche, dai membri dell’UE ai Paesi arabi, passando per gli Stati Uniti.
Ma così com’era avvenuto dopo gli attacchi di Parigi dello scorso anno, e ancora prima a seguito di quelli di Madrid e Londra di più di dieci anni fa, ci si trova davanti alla necessità di individuare una risposta efficace che consenta di ridurre al minimo il ripetersi di simili eventi.
Tutto questo tenendo presente che nel momento in cui il nostro nemico ci ha costretto a dissipare una quantità spropositata di risorse economiche, morali e militari a fronte di una strategia del terrore poco costosa, poco sofisticata e tutto sommato con impatto reale limitato rispetto a quello emotivo, ha già conseguito una vittoria per noi molto imbarazzante.
Data la portata del fenomeno, se una risposta davvero efficace esiste, questa non può affermarsi Paese per Paese. Certo, lo svolgimento di un’attività di intelligence approfondita e puntuale a livello nazionale può essere il primo passo, ma non l’unico, né tantomeno quello definitivo. Anche se può sembrare retorico, solo l’unione all’interno dell’Unione può consentire di fronteggiare il fenomeno. A poco serve guardare agli errori commessi in passato senza farne tesoro. E il settore su cui appare necessario puntare è l’intelligence, come noi stessi avevamo sottolineato sulle nostre pagine dopo gli attacchi a Charlie Hebdo.
Un centro di intelligence europea, l’INTCEN, è già operativo, ma non gode di capacità di ricerca autonome. Per poter lavorare, quindi, deve contare sulla collaborazione volontaria delle agenzie nazionali – che peraltro continuano a mostrarsi restie nella condivisione di informazioni non solo con l’INTCEN, ma anche tra loro. Diventa inoltre sempre più evidente l’opportunità di recuperare, almeno in parte, il ruolo della HUMINT (HUMan INTelligence), la cui portata è sottovalutata – dalla fine della Guerra Fredda, ma anche dall’accrescimento delle sfide cyber – ma che potrebbe rivelarsi particolarmente utile date le circostanze (Abdeslam è rimasto nascosto per quasi quattro mesi nello stesso quartiere) e il numero di soggetti da controllare (gli attentatori di Parigi non erano nuovi ai servizi, che tuttavia non avevano modo di seguire tutti i sospettati per carenza di forze). Per ovviare a simili problemi è necessario intervenire almeno su altre due falle, ben più gravi di quelle registrate nella raccolta e condivisione di informazioni: la mancanza di metodi investigativi adeguati e il ricorso insufficiente ad analisti professionisti. Per la prima lacuna, oggi l’intelligence è fatta molto meno di raccolta informazioni riservate, le quali non sono nemmeno così segrete come un tempo, grazie a mezzi di informazione e comunicazione fino a dieci anni fa impensabili. Per contro, però, un flusso enorme di informazioni crea tanta sovrabbondanza che chi deve poi estrarre “l’informazione utile”, vera chiave dell’attività di intelligence, fatica ad individuarla. Intercettare più individui possibili, reperire più informazioni possibili è un’attività sempre più costosa, quanto una chimera: in comunità islamiste grandi come quelle francese e belga non si riuscirà mai a tracciare tutti, perlomeno non oggi, nonostante la tecnologia. Inoltre, tra tutte le persone controllate rimane il problema di puntare a quelle davvero rilevanti, il tutto nel rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali. Rinunciare a questi ultimi, d’altronde, sarebbe la principale vittoria del terrorismo internazionale. Esiste quindi un problema di metodi, che hanno idolatrato la quantità di informazione a scapito di qualità e selettività della stessa. Passando all’analisi, i servizi di intelligence francesi e belgi – ma anche tutti gli altri – hanno a libro paga sempre più ingegneri informatici e sempre meno analisti. Un errore strutturale che i servizi stanno pagando caro: tantissimi “minatori di informazioni” ma poche persone in grado di comporre i dati in informazioni utili, e da qui in piste pratiche per gli investigatori o gli agenti. Eppure gli analisti bravi ci sono, stanchi di fare le cassandre, ma sempre pronti a giocare il loro ruolo, ridimensionato da 70 anni di pace: studiare il nemico, rivelare i suoi punti di forza e di debolezza, colpirlo a morte mentre, al tempo stesso, si protegge il proprio spazio geopolitico. Siamo in guerra, che piaccia o no, ed è ora di reagire fermamente, a meno che non si preferisca soccombere. Ma che la scelta sia cosciente e deliberata, non conseguenza di incapacità.

QUESTIONI DI INTELLIGENCE, MA NON SOLO – Il miglioramento delle capacità di intelligence collettiva non rappresenta la soluzione al problema della radicalizzazione e dei foreign fighters, ma potrebbe contribuire a bloccare azioni come quelle del 22 marzo. A tal proposito, invece, è chiaro che se in una città già blindata come Bruxelles il nemico può colpire duramente è perché questo è capace di insinuarsi nel sistema-Paese, muoversi tra le sue pieghe, sfruttare appieno le sue paure (che quindi conosce) e le sue deformazioni mediatiche. Il nemico in casa si combatte con programmi di resilienza civile, la costruzione di contro-narrative e contro-ideologie a livello locale, nazionale ed europeo. Questi programmi sono da sempre sottosviluppati e lasciati sul piano teorico, considerati affascinanti ma mai oggetto di vere politiche dedicate in Europa. Gli spin-doctor non ci mancano, ma fino ad oggi sono stati utilizzati per non scandalizzare le opinioni pubbliche sul fatto che la guerra e il conflitto fanno ancora parte del nostro mondo, salvo poi svegliarsi bruscamente ma senza più avere idea di cosa stia accadendo. Andrebbero invece utilizzati per scolarizzare cittadini, istituzioni, esperti e studiosi sulla cultura del conflitto a tutti i livelli, interni, esterni, convenzionali, asimmetrici. Che tutti noi abbiamo un’idea chiara di chi siamo, cosa vogliamo, chi approva questo nostro mondo e chi invece lo odia. Che ciascuno possa scegliere con più coscienza da che parte stare, quando usare metodi di conciliazione pacifica e quando ricorrere all’uso della forza.
Infine, capitolo a parte meriterebbe la politica estera, cenerentola dell’Unione europea, un organismo dal peso economico enorme e un nano politico e militare. Un mastodonte di questo genere non è in grado di agire come forza politica principale nell’attuale ordine globale. Di conseguenza, l’Unione è oggi incapace di stabilizzare e mettere ordine in quei contesti geopolitici che minacciano la sua stessa esistenza, perché forieri di vuoti di potere in cui attori ostili di ogni sorta si annidano e proliferano, alimentati – tra le altre cose – dalle contraddizioni della stessa società dell’Unione, debole e malata di “quietoviverismo”. Per contro, gli Stati nazionali – e i loro politici più populisti e opportunisti – si trincerano dietro i loro interessi particolari etichettandoli come “interessi nazionali”. Gli stessi interessi che poi il singolo Stato non sa difendere nemmeno nelle proprie capitali – Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles. Una politica estera e di difesa coerente, coesa e seria è il primo antidoto contro la perdita di credibilità che rende un attacco alla città di SHAPE e delle istituzioni UE non solo pensabile, ma anche attuabile con successo.

Giulia Tilenni
Marco Giulio Barone

 

 

 

Foto: miguel_discart_photos

Foto: miguel_discart_photos

2 comments
Il monocolo
Il monocolo

Ancora una volta l'Europa è scossa da una serie di sanguinosi attentati. Ancora una volta si udirà il rumor di sciabole e non mancheranno le chiamate alle armi. Il realtà, molto più pragmaticamente, servirebbero soldi e pazienza. Per riparare ai danni fatti nel recente passato. Condividi e inizia a seguire il monocolo http://monocolo.altervista.org/la-nuova-strategia-del-terrore/

emielettric
emielettric

@CafeGeopolitico un'analisi piu' che condivisibile. L"emotivita' ancora presente, peraltro, rende ancora piu' difficile una visione nitida.