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Il rimpatrio volontario dei rifugiati: il caso della Somalia

Numerosi ricercatori hanno documentato che il fenomeno della migrazione non è un fatto nuovo per i somali. Essendo da sempre un popolo pastorale migratorio, lo spostamento ha sempre costituito per loro una strategia storica per massimizzare le risorse. L’emigrazione in Europa è avvenuta ai primi del Novecento quando i marinai somali iniziarono a lavorare all’interno di navi coloniali. Il fenomeno è vertiginosamente aumentato negli anni Novanta fino a diventare un vero e proprio spostamento globale di massa. Martoriata da vent’anni di guerra, la Somalia è oggi uno dei Paesi più pericolosi e poveri del mondo. Per non rischiare di essere uccisi o costretti a combattere a fianco di una delle fazioni in una guerra civile infinita, molti somali scelgono la via dell’ espatrio in un Paese straniero. Tuttavia, molti rifugiati somali stanno facendo attualmente ritorno nella loro terra d’origine. Vediamo le cause e le conseguenze di questo importante avvenimento

IL RITORNO VOLONTARIO DEI RIFUGIATI IN SOMALIA – Nell’ottobre 2013 è iniziato il programma di rimpatrio volontario dei rifugiati dello Stato della Somalia, preceduto dalla firma dell’accordo tripartito tra il Governo del Kenya, il Governo della Somalia e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), e che ha lo scopo di coordinare il dialogo e il rimpatrio volontario entro tre anni di tutti i rifugiati attualmente accolti in territorio keniano, soprattutto nel campo profughi di Dadaab. Secondo Joseph Ole Nkaissery, Segretario per la Sicurezza interna del Governo del Kenya, molte regioni della Somalia sono state liberate, rese sicure e stabili, e ciò ha reso la nazione più adatta che mai per facilitare il ritorno dei suoi cittadini. Il Presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, ha da tempo provato a migliorare l’immagine della nazione in campo internazionale soprattutto a livello economico, politico e di sicurezza, ma nonostante gli sforzi vi è ancora molta strada da fare. Come se non bastasse, il gruppo militante Al-Shabab continua a portare avanti attacchi violenti, uccidendo vari membri del Parlamento, lanciando attacchi al Palazzo presidenziale e facendo recentemente esplodere un’autobomba a Mogadiscio, che ha ucciso 18 persone. Mohamud ha anche affermato a The Voice of America (VOA) che per l’anno prossimo non sono previste  nuove elezioni, proprio a causa della continua insicurezza presente sul territorio somalo

Fig. 1 – Una ritrovata normalità: una donna cammina per un mercato popolare di Mogadiscio, marzo 2015

«Stiamo cercando di pianificare un possibile ritorno di più di 50.000 persone»: queste sono le parole che Raouf Mazou, il rappresentante dell’UNHCR in Kenya, ha detto ai giornalisti nel campo di Dadaab, in cui più di 350 mila persone vivono, e che per questo viene considerato il più grande campo rifugiati del mondo. L’obiettivo ultimo che si spera di poter raggiungere non solo in Somalia, ma anche in altri Stati che vogliono riavere i propri rifugiati indietro, è quello di garantire un ritorno sostenibile e mitigare il rischio di spostamento secondario. Secondo Jama Musse Jama, fondatore dell’Hargeysa International Book Fair nel Somaliland, i somali emigrati in Italia sono nella maggior parte giovani consapevoli dei pericoli che il viaggio verso l’Europa comporta, ma nonostante tutto, partono lo stesso per raggiungere migliori condizioni di vita di quelle avute in patria. L’incapacità del Governo di aiutare i giovani somali a trovare un posto all’interno di un mondo completamente globalizzato incentiva l’emigrazione, anche se l’esperienza vissuta all’estero potrebbe incentivare il ritorno in patria grazie alle competenze linguistiche e al passaporto straniero acquisiti, che rendono i rifugiati dei candidati affidabili per lavorare nel Governo o per conto di ONG.

Fig. 2 – Il campo profughi di Dadaab in Kenya, dove risiedono da anni decine di migliaia di somali fuggiti dalla feroce guerra civile nel loro Paese

L’OPERATO DELL’UNHCR – A partire dalla metà del 2014, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Somalia ha supportato il Ministero dell’interno e del federalismo per creare una legge che stabilisca la cittadinanza ai rifugiati. Inoltre, l’UNHCR ha svolto un importante ruolo di mediatore tra le varie parti firmatarie dei recenti accordi di pace, e ha facilitato il dialogo politico ancora in corso nel Paese. Inoltre, esso ha anche sviluppato degli accordi con le varie amministrazioni locali per la protezione e l’assistenza delle persone sfollate. Spesso ha dato il via a dei sondaggi destinati ai rifugiati del campo di Dadaab, nell’ambito dei quali veniva rilevata la conoscenza dell’attuale situazione di sicurezza e delle condizioni di vita in Somalia. Questo tipo di domande hanno avuto lo scopo di capire se i rifugiati che hanno lasciato il Paese vent’anni fa sono consapevoli della situazione politica del loro Paese, ma si è riscontrato che i rifugiati spesso non hanno avuto più notizie di prima mano sui miglioramenti avvenuti negli ultimi tempi. Nel corso del 2015 l’UNHCR si è focalizzato verso una ricerca più attiva nel trovare soluzioni durevoli e portare avanti il suo mandato per implementare la strategia del ritorno, con la cooperazione da parte del Governo somalo e dei membri del Return Consortium.

Fig. 3 – Una famiglia di rifugiati somali residente in Germania, ottobre 2015

Questo obiettivo, però, potrà essere raggiunto solo dopo qualche tempo, in quanto la situazione somala in sé è ancora altalenante, e nel frattempo l’UNHCR dovrà verificare quali siano tutte le possibili opportunità emergenti  o esistenti per migliorare la situazione. Contemporaneamente le attività portate avanti si sono concentrate prevalentemente sul sostegno al ritorno degli sfollati e dei rifugiati nella loro terra d’origine, perseguendo l’integrazione locale ove possibile. Si cerca di mettere in pratica ciò attraverso l’implementazione di progetti comunitari di cui sia i rimpatriati che le comunità ospitanti possano beneficiare, in coordinamento con gli attori dello sviluppo e con la responsabilità del coordinamento generale dei gruppi di protezione e di riparo.

IL FATICOSO VIAGGIO PER ARRIVARE IN EUROPA E IL RUOLO DELL’ITALIA – Considerando la sua posizione nel Mar Mediterraneo e il passato coloniale che la lega alla Somalia, l’Italia rimane una delle mete favorite per coloro che fuggono dal Paese del Corno d’Africa. Il viaggio che il cittadino somalo deve intraprendere per raggiungere l’Italia implica un lungo tragitto lungo il deserto, tramite camion e autobus, fino a giungere alle zone d’imbarco, distribuite prevalentemente nella città di Tripoli, in Libia. Coloro i quali riescono ad attraversare il canale di Sicilia (nella maggior parte anche somali ed eritrei provenienti dalla Libia verso l’Italia), in quanto provenienti da un Paese in guerra vengono posti sotto protezione internazionale, secondo la Convenzione sui rifugiati stipulata nel 1951 a Ginevra. L’assistenza da parte italiana si limita però solo a questo riconoscimento, perché non esiste nessun programma centralizzato ed efficace per fornire ai rifugiati qualsiasi tipo di supporto e assistenza nella ricerca di un impiego. Trovandosi in questa situazione, i rifugiati lottano tutti i giorni per condurre una vita normale, obbligati a rimanere in Italia secondo l’articolo 53 degli Accordi di Dublino, che impedisce a chi viene riconosciuto lo status di rifugiato in un Paese straniero di stabilirsi in uno diverso da esso.

Fig. 3 – Il Presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, che si sta adoperando per favorire il rimpatrio dei suoi connazionali fuggiti all’estero nei decenni scorsi

Nel settembre 2015 è stato firmato a Nairobi un accordo finanziario per stanziare un altro milione di euro per attività di sostegno ai rifugiati in Somalia. Il finanziamento, avvenuto attraverso la Cooperazione Italiana, ha lo scopo principale di fornire assistenza ai rifugiati somali in fuga dallo Yemen e presenti in Somalia. Ciò dimostra che il Governo italiano da tempo si occupa della questione migratoria somala, e il suo contributo a volte è stato determinante nel migliorare le condizioni di vita degli sfollati, soprattutto tramite una serie di attività finanziate e realizzate dall’UNHCR, per un totale di 4,7 milioni di euro nel 2010-2015. L’iniziativa di Nairobi intende integrare l’assistenza immediata ai somali che, una volta sbarcati sulle coste settentrionali del proprio Paese, ricevono un aiuto immediato per facilitare il loro reinserimento socio-economico nelle loro aree di origine, prevalentemente nelle regioni centro-meridionali.

Claudia D’Aprile

Un chicco in più

Per una breve analisi dell’operato del Presidente Mohamud si veda la sua interessante intervista con il blog Primavera Africana del quotidiano La Repubblica, pubblicata nel settembre del 2015.

Foto: UNICEF Ethiopia

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