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Baku e Bruxelles, luci ed ombre di un partenariato necessario

I rapporti tra Baku e Bruxelles stanno assumendo sempre più i connotati di un partenariato strategico destinato a intensificarsi negli anni a venire. La visita dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini a Baku alla fine di febbraio ha suggellato ulteriormente l’importanza di tali relazioni, rilevando la centralità della questione energetica

LA VISITA DELLE DELEGAZIONI EUROPEE – Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo Baku ha ospitato due importanti incontri tra rappresentanti del Governo azero, unitamente al Presidente Aliyev: il primo con l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE Federica Mogherini, il secondo con Herbert Salber, delegato UE per i rapporti con il Caucaso. Al centro di entrambi gli incontri l’avvio dei negoziati tra Baku e Bruxelles per la stipula di un accordo di partenariato per la modernizzazione strategica (Strategic modernization partnership). L’obiettivo dichiarato di entrambe le parti è quello di ricevere un mandato dal Consiglio europeo per poter avviare la trattativa. Già nel 2013, infatti, Azerbaijan ed UE si erano impegnati in tale direzione, e Baku ha presentato, nel maggio del 2015, una prima bozza alle istituzioni dell’Unione.

Fig. 1 – L’incontro tra Federica Mogherini ed Ilham Aliyev

I PUNTI CENTRALI DEL PARTENARIATO: DALL’ENERGIA… – Gli accadimenti avvenuti sullo scacchiere geopolitico internazionale negli ultimi anni hanno reso evidente la necessità, da parte dell’Unione, di rafforzare i propri legami con Baku. I punti di interesse sono principalmente due: da un lato garantirsi forniture alternative di idrocarburi in modo tale da ridurre la propria dipendenza da Mosca, dall’altro gettare le basi per una relazione privilegiata con uno degli attori destinati ad assumere una sempre maggiore importanza in un’area geografica considerata da Bruxelles più che strategica. Il primo punto si concretizza nello sviluppo dei due gasdotti TANAP (Trans anatolian natural gas pipeline) e TAP (Trans-adriatic pipeline), che consentirebbero ai Paesi del sud Europa di approvvigionarsi di gas attraverso un corridoio alternativo a Nord Stream, e di conseguenza alla Russia. Il Governo di Baku punta molto sulla realizzazione di entrambi i progetti al fine di garantirsi il ruolo di hub energetico nella regione. Gli idrocarburi iraniani potrebbero, infatti, essere trasportati usando i gasdotti azeri. Se questa opzione poteva sembrare fino a qualche anno fa irrealistica, a seguito degli accordi del 5+1 e della conseguente eliminazione delle sanzioni occidentali verso Teheran le possibilità che essa si realizzi sono aumentate in maniera esponenziale. Visto lo stato delle relazioni tra Mosca e Bruxelles garantirsi ulteriori fonti di approvvigionamento è diventato uno degli obiettivi principale dell’Unione.

…ALLE RELAZIONI POLITICHE – Non va inoltre sottovalutata la necessità di garantirsi, in un’area strategica come il Caucaso, l’appoggio di una possibile potenza regionale in ascesa come l’Azerbaijan. Negli ultimi anni, infatti, Baku ha migliorato le proprie relazioni con Ankara, e l’invito al G20 ha in un certo senso suggellato lo sviluppo di tali relazioni. Anche i rapporti con l’Iran si stanno evolvendo in maniera positiva, anche se in questo caso non è da escludere che si possa giungere a un rapido deterioramento. Per Teheran, Baku potrebbe, infatti, rappresentare un pericolo per il tentativo di assurgere al ruolo di potenza regionale. Le infrastrutture esistenti e in fase di sviluppo in Azerbaijan rappresentano un sostegno alla possibile ascesa quale potenza economica regionale del Paese, e dunque un potenziale rischio per i piani egemonici iraniani. Assurgendo ad hub per lo smistamento degli idrocarburi della regione verso l’Europa, Baku diventerebbe un interlocutore, le cui pretese difficilmente potrebbero essere ignorate. Controllare le infrastrutture di transito degli idrocarburi consentirebbe infatti all’economia azera di ottenere maggiori profitti a scapito degli altri Paesi produttori dell’area. A Teheran verrebbe quindi a mancare una delle colonne su cui poggiare lo sviluppo della propria leadership regionale. Lo sviluppo economico del Paese verrebbe, infatti, ad essere influenzato da decisioni prese a Baku. La stessa capacità di influenza di Teheran verso i propri vicini verrebbe, quindi, a essere sminuita. L’aspetto politico-religioso nelle relazioni fra i due Paesi non va, inoltre, sottovalutato. Azerbaijan e Iran sono infatti accomunati dalla fede sciita. Nei due Stati, però, tale aspetto è vissuto in maniera diametralmente opposta. Mentre a Teheran si è assistito al consolidamento di una teocrazia, a Baku si è registrata una progressiva laicizzazione della vita politica. Per queste ragioni l’Azerbaijan rappresenta, per l’attuale leadership iraniana, un modello potenzialmente pericoloso sotto due punti di vista: da un lato, per la politica interna, esso dimostra come, pur seguendo la stessa dottrina religiosa, sia possibile sviluppare una diversa forma di Governo; dall’altro, in politica estera, rende in un certo qual modo evidente come quanto sia accaduto in Iran rappresenti un unicum difficilmente replicabile anche in Paesi a maggioranza sciita. Non è da escludere che Teheran cerchi di utilizzare la leva religiosa per potersi garantire maggiori margini di influenza sulla vita economica di Baku. La possibilità di successo di tali tentativi resta tutta da verificare, ma molto probabilmente si assisterà a una progressiva intensificazione degli stessi. Limitarsi ad avere rapporti di buon vicinato con Baku rinunciando ad un tentativo di influenzare le direttrici economiche e politiche del Paese significherebbe per Teheran rinunciare anche alle sue mire di egemone regionale. Non va, inoltre, dimenticato, il ruolo che potrebbe essere giocato dalla importante minoranza azera in Iran, il secondo gruppo etnico nel Paese. L’Iran ha più volte accusato l’Azerbaijan di avere mire espansionistiche e di voler annettere le tre regioni a maggioranza azera del Paese giocando sulla provenienza etnica dei loro abitanti. Baku ha sempre smentito di avere simili intenzioni, e al momento non sembra interessato ad aprire ulteriori contese territoriali nell’aerea. Ma la questione potrebbe essere ripresa da Teheran nel tentativo di destabilizzare il vicino.
Turchia e Iran rappresentano due partner imprescindibili anche per l’Europa – soprattutto a fronte delle attuali crisi geopolitiche, come la questione siriana o la crisi dei rifugiati – e dei quali difficilmente sarà possibile fare a meno. Riuscire a consolidare i rapporti con Baku consentirebbe, in prospettiva, di ottenere importanti ricadute su tutta l’area, in primo luogo contribuendo alla stabilizzazione della stessa. L’Azerbaijan, allo stato attuale, è visto come un interlocutore imprescindibile per gli altri attori attivi nell’area e, in prospettiva, può “relegare” Teheran al ruolo di comprimario.

POSSIBILI FOCOLAI DI GUERRA – Altro tema di discussione negli incontri tra i delegati dell’UE ed il Governo di Baku è stato il conflitto per il Nagorno Karabah. La regione è stata occupata nel 1992 dall’Armenia e da allora non si è riusciti a raggiungere un accordo tra i due Paesi nonostante quattro risoluzioni ONU impongano ad Erevan di liberare le aree occupate. Il formale cessate il fuoco tra i due Stati è attivo dal 1994, ma negli anni si sono moltiplicati gli episodi di “guerriglia” nella regione. Agli inizi di febbraio il ministero degli Esteri azero ha inasprito i toni, dichiarando che Baku non esclude, al fine di risolvere la disputa oramai ventennale, il ricorso alle armi. Si è trattato probabilmente del tentativo di alzare l’attenzione sul tema in prospettiva della visita dell’Alto rappresentante Mogherini. Nella stessa dichiarazione si è fatto più volte riferimento alla necessità di esplicare tutti i tentativi diplomatici per risolvere la questione, ma non è da escludere che la situazione possa esacerbarsi per l’intervento di attori esterni.

Fig. 2 – La visita del presidente della DUMA alla base di Erebuni

L‘Azerbaijan si è assicurato l’appoggio della Turchia, che ha più volte evidenziato come una qualsiasi normalizzazione dei rapporti tra Ankara e l’Armenia possa avvenire solo a fronte della risoluzione della disputa sul Nagorno Karabah. Un altro attore che potrebbe mischiare ulteriormente le carte è Mosca. I rapporti con l’Armenia si sono intensificati negli ultimi mesi, anche perché le ostilità in Siria hanno come diretta conseguenza l’aumento della presenza militare russa nel Paese. La base militare di Erebuni, a soli 14 chilometri dal confine con la Turchia, rappresenta per Mosca un avamposto vitale nella gestione del conflitto siriano. A ulteriore conferma dell’importanza militare di Erevan, Russia ed Armenia hanno firmato un accordo per l’unificazione dei propri spazi aerei. Trovare una soluzione alla disputa armena senza il consenso di Ankara e di Mosca sembra al momento difficilmente ipotizzabile.

QUALI PROSPETTIVE? – Azerbaijan e Unione Europea hanno diversi interessi comuni, ed è molto probabile che nei prossimi mesi si assista ad un’accelerazione nelle trattative per lo sviluppo di un partenariato. Non vanno però sottovalutati gli elementi che potrebbero avere effetti destabilizzanti. Se il prezzo del petrolio continuerà a mantenersi sui livelli attuali, diventerà difficile – se non impossibile – per Aliiyev garantire la stabilità politica del Paese senza una radicalizzazione dell’attuale regime. Baku ha registrato negli scorsi anni una importante crescita economica proprio grazie alla vendita di idrocarburi. Tali risorse hanno consentito di porre in essere alcune timide politiche di diversificazione industriale, con alterni successi, ma hanno soprattutto consentito lo sviluppo di importanti politiche di welfare. Difficile che queste possano essere mantenute in vita a fronte del calo del prezzo del greggio e della conseguente forte riduzione delle entrate pubbliche. Una riduzione delle spese di welfare avrebbe come probabile effetto un aumento delle proteste contro l’attuale establishment politico. A tali fibrillazioni il Governo potrebbe rispondere, quindi, aumentando la repressione. Qualora ciò si verificasse diventerebbe difficile per Bruxelles non porre la questione del rispetto dei diritti umani nel Paese come conditio sine qua non per lo sviluppo ulteriore della cooperazione con Baku. Nella visita di Mogherini, il tema, pur a fronte delle denunce di numerose ONG attive in Azerbaijan, è stato affrontato, ma non ha avuto il ruolo di rilievo che avrebbe. La domanda da porsi è fino a quando sarà possibile non mettere al centro della discussione sul possibile partenariato questi temi.

Felice Di Leo

 Un chicco in più

Il Presidente Aliyev ha graziato lo scorso 17 marzo 148 prigionieri, tra cui 14 prigionieri politici. Il rilascio è stato salutato positivamente dall’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini. Probabilmente e dal segretario di Stato americano John Kerry. Quest’ultimo ha però evidenziato come i passi che Baku deve compiere sul piano dei diritti umani sono ancora molti, invitando a rilasciare gli altri prigionieri politici ancora detenuti nelle carceri azere. Il tema sarà molto probabilmente al centro della prossima visita di Aliyev a Washington prevista per la fine del mese di marzo.

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