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Tunisia: chi lascia appassire i fiori di una rivoluzione?

Cinque anni sono passati dalla “Rivoluzione dei Gelsomini”, apripista degli eventi noti come Primavera Araba. A gennaio 2016 i giovani tunisini tornano in piazza per protestare. Tra ingiustizia sociale, disoccupazione e una guerra alle porte, qual è il futuro della Tunisia? Chi cerca di calpestare i germogli di questi anni?  

IN PRINCIPIO FU BOUAZIZI –  Nel gennaio 2011 Mohamed Bouazizi, giovane fruttivendolo ambulante, si dava fuoco per le strade di Sidi Bou Zid, borgo rurale nel centro della Tunisia, per protestare contro la povertà e la disoccupazione crescente. Un gesto estremo, divenuto simbolo di una protesta spontanea che si è allargata all’intero Paese ed è sfuggita al controllo dei suoi stessi artefici. Un sacrificio disperato, ricordato ancora oggi come la miccia che ha innescato quel movimento di sollevazione popolare noto come Primavera Araba. A cinque anni di distanza, i giovani tunisini sono tornati in piazza nuovamente: stavolta il movimento di protesta è partito da Kasserine per poi dilagare nei principali centri a nord e sud del Paese. Le motivazioni sono le stesse che avevano spinto molti in piazza nel 2011: disoccupazione dilagante, povertà, diseguaglianze incolmabili e una generale sfiducia nelle istituzioni. Poco o nulla sembra essere cambiato dopo la caduta di Ben Ali: eppure la Primavera della Tunisia sembrava l’unica destinata a fiorire, riuscendo effettivamente ad avviare un processo di transizione democratica.

Fig. 1 – Manifestazione di protesta a Tunisi

A PICCOLI PASSI VERSO LA DEMOCRAZIA –  Nell’ottobre 2011 è stata eletta un’Assemblea Costituente che, oltre a redigere la nuova carta costituzionale, ha svolto funzioni legislative in attesa delle elezioni. Nel gennaio 2014, dopo più di due anni di discussione, l’Assemblea ha approvato all’unanimità il nuovo testo costituzionale. Nonostante alcune incompatibilità tra le diverse fazioni politiche, si è giunti all’istituzione di un Governo tecnico provvisorio. Nell’ottobre 2014, le prime elezioni parlamentari democratiche nella storia del Paese hanno visto affermarsi il partito laico Nidaa Tounes, fondato da Béji Caïd Essebsi, eletto nel dicembre 2014 Presidente della Repubblica.

Fig. 2 – Il Presidente tunisino Essebsi

RITORNO AL FUTURO –  Sin dalla sua creazione, Nidaa Tounes si è proposto come il cambiamento che la società civile desiderava da tempo. Facendo della difesa dei diritti civili, della parità di genere e dell’istruzione laica i suoi cavalli di battaglia, il partito è riuscito a conquistare la fiducia del popolo tunisino che, sebbene attratto dalla promessa di un futuro diverso, guarda ancora con nostalgia al passato – il ricordo della Tunisia secolare di Bourghiba è difficile da scardinare – più di quanto voglia ammettere a se stesso. Votando Nidaa Tounes, molti elettori hanno scommesso su un immaginario passato, supportando un élite politica che il regime di Ben Ali aveva represso per decenni. Tuttavia, oggi molti hanno realizzato che non c’è alcun passato glorioso da riesumare e che nessuna speranza per il futuro può essere costruita guardando al passato. Nepotismo, corruzione, conservatorismo sembrano appartenere alla classe politica attuale quanto a quella precedente. La Rivoluzione dei Gelsomini è riuscita ad abbattere un dittatore, non certo il sistema dittatoriale.

Fig. 3 – I giovani rappresentano un’importante fonte di cambiamento in Tunisia

LA MINACCIA TERRORISTICA –  A una situazione politica interna non semplice, si aggiunge la strategia del terrore perpetrata dall’ISIS nell’ultimo anno. Dopo l’attentato al Museo del Bardo, nel marzo 2015, i jihadisti di al-Baghdadi hanno rivendicato anche l’attacco ai danni di un resort turistico di Sousse, a giugno. L’obiettivo dell’IS è piegare il settore turistico – che rappresenta circa il 7% del PIL nazionale – per scuotere la stabilità economica del Paese e, di conseguenza, minarne la stabilità politica raggiunta a fatica negli ultimi anni di cammino. L’assegnazione del premio Nobel al Quartetto del Dialogo nazionale tunisino nel 2015 aveva lasciato ben sperare nella tenacia della Tunisia nel perseguire il cammino verso la transizione democratica. Tuttavia, sin dal primo attacco, Essebsi ha introdotto misure di sicurezza più ferree per far fronte alla minaccia impellente; una deriva securitaria che ha fortemente limitato la libertà di espressione e dissenso, reintroducendo, addirittura, la pena di morte.

UNA NUOVA GUERRA ALL’ORIZZONTE –  La prospettiva di un intervento delle forze NATO in Libia, palesatasi nelle ultime settimane, porta a interrogarsi ulteriormente sul destino politico della neonata democrazia tunisina. Sebbene, infatti, sia il ministro della Difesa Horchani che il Presidente Essebsi si siano dichiarati ripetutamente contrari a un possibile coinvolgimento della Tunisia nel conflitto, gli eventi delle ultime settimane potrebbero portare a un loro repentino ripensamento. A Ben Guardane, al confine con la Libia, nelle ultime settimane gli scontri tra le milizie dell’ISIS e l’esercito tunisino hanno provocato numerosi morti, convincendo le autorità a introdurre il coprifuoco e altre misure di sicurezza straordinarie. Di fronte al caos che regna sovrano, l’Unione Europea tenta di sostenere la democrazia tunisina con azioni mirate ad alleggerire la pressione economica e placare le tensioni sociali. Il 25 febbraio scorso il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per l’aumento delle quote di esportazione di olio d’oliva tunisino verso il mercato europeo. Una manovra che tenta di risanare l’economia tunisina, pesantemente colpita dagli attentati terroristici dell’ultimo anno e dai recenti sviluppi della crisi libica, ma che preoccupa gli agricoltori italiani, che temono di vedere danneggiata la produzione nazionale.

Caterina Pucci

Un chicco in più

Nelle ultime settimane la Tunisia ha provveduto intanto a costruire un “muro” di separazione al confine con la Libia. Si tratta di 197 km di fossati, barriere di sabbia e filo spinato il cui scopo principale è tenere a debita distanza le milizie dello Stato Islamico. L’efficacia strategica del “muro” sarà completata da un sistema di sorveglianza – telecamere e radar – per l’installazione del quale il ministro della Difesa Horchani si è rivolto a Stati Uniti ed Unione Europea. Se a parole, dunque, la Tunisia sembra non voler prendere una posizione precisa sulla possibilità di una guerra in Libia, dall’altra ha nella pratica già scelto da che parte schierarsi. 

 

Foto: Gwenaël Piaser,

 

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