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Viaggio nell’economia ai tempi di Obama

La politica economica di Barack Obama è stata in gran parte determinata dalla crisi economica del 2008. Le evidenti difficoltà dovute a queste circostanze hanno però dato all’amministrazione Obama, come si era già verificato nei casi di Roosevelt e Reagan, la possibilità di avere un’influenza sull’economia relativamente maggiore rispetto ad altri Presidenti

DUE ALTERNATIVE – Ad inizio 2009, le possibili vie di uscita dalla crisi per l’amministrazione erano sostanzialmente due. La prima consisteva in una riedizione della politica reaganiana di taglio drastico delle imposte, che tanto successo aveva ottenuto nel tentativo di uscire dalla crisi della fine degli anni Settanta. A differenza di Reagan, però, Obama entrò in carica in un momento in cui un ulteriore ricorso all’indebitamento non sembrava possibile, e il livello di tassazione era decisamente ridotto rispetto a quello del 1980. Una politica di questo tipo, quindi, non era fattibile, spingendo il neo-presidente a puntare su un programma di consistenti interventi pubblici.

Fig.1 – Obama ha avuto un’influenza sull’economia maggiore rispetto ai suoi predecessori

UNO STIMOLO ECONOMICO – Il pacchetto di incentivi economici (ufficialmente, “American Recovery and Reinvestment Act”) del 2009 è stato senza alcun dubbio il più importante documento di legislazione economica dell’amministrazione Obama (e non solo). Esso consiste in una serie di aiuti al sistema economico per un totale di 787 miliardi di dollari, la massima quantità che il Congresso sembrava disponibile a concedere. Tale cifra è stata poi rialzata a 830 miliardi, che avrebbero dovuto essere utilizzati nel corso di 10 anni. In realtà, il 92% dei fondi è stato messo a bilancio nei primi trentasei mesi. L’investimento è stato destinato principalmente al finanziamento di infrastrutture pubbliche (inclusi incentivi per energie rinnovabili ed estensione della banda larga), estensione dei sussidi di disoccupazione e prolungamento degli sgravi dell’amministrazione Bush. L’impatto di queste misure, tuttavia, rimane controverso.

VALUTAZIONI – Nonostante queste misure abbiano portato, nel giro di pochi mesi, all’uscita dalla recessione, è stato fatto notare più volte che gli incentivi si sono rilevati inadeguati. Lo stesso team di economisti organizzato da Obama ha ammesso di aver sottovalutato l’impatto della crisi. In effetti, se si confrontano i dati dell’economia reale con le aspettative, si può dire che, mentre la crescita nell’ultimo trimestre del 2008 e il primo trimestre del 2009 sono risultate rispettivamente del -8,3% e del -5,4%, i cali previsti erano del -4,1% e del -2,4%. A difesa del Governo, va detto che questo è stato sempre consapevole della necessità di maggiori investimenti. Nonostante la Casa Bianca sia riuscita ad assicurarsi ulteriori 700 miliardi tra il 2009 e il 2012, infatti, l’investimento rimane nettamente al di sotto di quanto richiesto dal Governo al Congresso, e di quanto molti economisti ritengono fosse necessario. Nel lungo termine, ad ogni modo, i giudizi sull’operato di Obama sembrano essere leggermente migliorati, dato che il Congressional Budget Office, un’organizzazione non-partitica, ha ritenuto che il provvedimento sia stato un catalizzatore efficace per la crescita economica e l’occupazione.

Fig. 2 – Obama sembra assumersi i meriti della ripresa economica degli USA negli ultimi anni

REGOLAMENTAZIONE DELLE BANCHE – L’amministrazione Obama ha adottato svariati provvedimenti per regolamentare gli istituti di credito, in modo da evitare il ripetersi di una situazione simile a quella verificatasi nel 2008. Il più importante di questi è stato il Dodd-Frank Act, entrato in vigore nel luglio 2010. Il provvedimento rappresenta il più grande cambiamento nella regolamentazione finanziaria dai tempi della Grande Depressione, intervenendo su otto aree che avevano condotto alla crisi. Parte del Dodd-Frank Act ha portato alla formazione dell’Agenzia per la Protezione Finanziaria dei Consumatori, che ha migliorato la regolamentazione delle carte di credito e dei mutui. La nuova legge ha inoltre chiarito quali agenzie sono responsabili per il controllo di specifiche banche, evitando quindi che queste possano determinare a piacimento i propri regolatori. Ulteriori miglioramenti sono stati ottenuti grazie all’azione del Comitato per il Controllo della Stabilità Finanziaria, che ha regolamentato i fondi speculativi e le banche che erano diventate “too big to fail” (troppo grandi per fallire), e alla regolamentazione dei più rischiosi titoli derivati.

CRISI AUTOMOBILISTICA – Sul fronte dell’industria automobilistica, la politica adottata è stata sostanzialmente diversa. Da un lato, l’amministrazione non aveva intenzione di approvare un piano di salvataggio ritenuto eccessivamente costoso. Dall’altro, una situazione di bancarotta e, di conseguenza, di liquidazione, sarebbe stata estremamente controproducente per le economie locali e per le banche ancora in via di recupero. Obama decise dunque di obbligare le compagnie automobilistiche ad entrare in protezione dalla bancarotta, provvedendo al finanziamento necessario per il recupero a patto che queste avessero adottato le misure necessarie per tornare ad essere competitive sul mercato. Sia Chrysler che General Motors emersero dalla bancarotta in tempi relativamente brevi. Chrysler, ora parte di Fiat, tornò al profitto nel giro di pochi mesi, così come la General Motors. Entrambe riottennero una quotazione in borsa nel 2010. Ciononostante, nell’operazione il governo ha contratto un debito sostanziale.

Fig. 2 – Obama e Marchionne annunciano il miglioramento dell’efficienza dei carburanti 

TAGLI ALLE TASSE – Le più importanti misure fiscali adottate dall’amministrazione Obama sono state approvate nel 2010 e nel 2012. Nel dicembre 2010 furono approvati sgravi fiscali per un totale di 858 miliardi, suddivisi in un ulteriore prolungamento dei provvedimenti di Bush (per altri due anni), estensione dei sussidi di disoccupazione, riduzione dell’imposta sui salari, credito d’imposta per ricerca e sviluppo e tagli alle tasse alle aziende per incremento di capitale. Nel 2012, in seguito alla sua rielezione, il Presidente si trovò a disporre di una certo vantaggio sui suoi oppositori politici, che gli permise di imporre degli aumenti delle imposte per gli individui con reddito superiore a 400 mila dollari all’anno e per le famiglie con un reddito totale superiore a 450 mila dollari all’anno. Per questi gruppi, l’aliquota fu alzata dal 35% al 39,6%. D’altra parte, per tutti i redditi inferiori a quelli appena citati, gli sgravi adottati da Bush furono resi permanenti. L’imposta sulle plusvalenze, invece, passò dal 15% al 20%. Ad oggi, il bilancio sulle politiche fiscali approvate alla fine del 2012 è tuttora ritenuto neutro. Ad ogni modo, queste hanno per lo meno contribuito a ridurre il deficit federale del 2,4%.
Nel corso degli ultimi sette anni, quindi, Obama ha avuto una grande influenza nella gestione dell’economia: se da una parte è riuscito abilmente a portare gli Stati Uniti fuori dalla recessione, dall’altra il deficit federale è cresciuto notevolmente. Gli effetti sull’economia a più lungo termine determineranno in via definitiva il giudizio storico sull’operato del Presidente.

Michele Boaretto

Un chicco in più

  • Il secondo mandato di Obama terminerà nel gennaio 2017. Le primarie in corso nei due partiti potrebbero portare ad una separazione irreparabile nella politica americana, con i democratici tentati da uno spostamento a sinistra con Sanders e i repubblicani verso destra con Trump e Cruz. In effetti, l’unica vera “erede di Obama” sembra essere Hillary Clinton.  
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