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L’Unione Africana nella conflict resolution

La quantità, diversità e brutalità dei conflitti in terra africana è tuttora impressionante: dal terrorismo alle dispute territoriali, dalle guerriglie per il potere ai massacri su base etnica, dalle guerre civili agli strumenti di repressione dei regimi sanguinari, essi rappresentano il principale freno a una crescita economica del continente che, comunque, ancora resiste. L’Unione Africana prova a stabilizzare il quadro collaborando con altre realtà regionali e potenze straniere, ma scarsissimi a oggi i risultati concreti. A complicare tutto una divergenza di vedute e soprattutto di interessi con l’International Criminal Court.

LA MAPPA DEI CONFLITTI AFRICANI CONTEMPORANEI – «Introducendo la possibilità che organi collettivi interafricani intervengano quando l’autonomia dei singoli Governi mette a rischio gli equilibri regionali […], l’UA ha rinunciato al divieto d’interferenza per un più attuale divieto d’indifferenza»: questa significativa espressione tratta da un rapporto ISPI esprime tutto il senso di un cammino lento e a tratti incoerente quale quello dell’Unione Africana. Un consesso panafricano che però appare sempre più imprescindibile se guardiamo a come si presenta l’Africa oggi: un mosaico di scontri, più o meno gravi. Tra i tanti Paesi che versano in situazione di conflitto, doveroso citare almeno (in maniera semplificatoria): Eritrea (dittatura sanguinaria, al penultimo posto per libertà di stampa precedendo la Corea del Nord), Libia (terrorismo), Mali (ribelli indipendentisti), Marocco (questione del Sahara Occidentale), Nigeria (terrorismo), Repubblica Centrafricana (settarismo religioso), Repubblica Democratica del Congo (guerra civile), Somalia (terrorismo) Sudan (con il Sud Sudan e con la propria regione interna del Darfur), Uganda (Lord’s Resistance Army di Joseph Kony).

Fig. 1 – Un soldato ugandese in Somalia

IL RAPPORTO CON IL PEACEKEEPING DELLE NAZIONI UNITE – Benché almeno dal 2000 sia prevista un’architettura politica dedita a rispondere alle crisi continentali, sono rarissimi i casi in cui l’UA si sia incuneata quale protagonista nello scenario della fase acuta di un conflitto, soprattutto a causa di carenze militari. La prima interlocutrice è la Peace Support Operation Division, forza di terra il cui raggio d’azione viene però spesso preparato da una potenza straniera: eclatante il caso della Francia nella missione AFISMA, che ha visto le truppe di Parigi prendere posizione sul terreno molti mesi prima dell’arrivo (gennaio 2013) di soldati africani da Ciad e Nigeria, trovatisi a svolgere un mero ruolo di supporto e stabilizzazione. Altre volte, questa sorta di “esercito comune africano” viene preceduto non da un’ex potenza coloniale o dagli Stati Uniti, bensì dalle milizie di un altro Paese africano più prospero e/o stabile (come avvenuto in Burundi nel 2003 con l’invio di militari da Pretoria). Nonostante la cosiddetta rapid deployment capacity dell’African Stand-by Force stenti a decollare, il numero di realtà in cui l’apparato militare dell’UA prova a ottenere un risultato significativo è in aumento, dal Darfur alla Somalia, anche grazie al perfezionato sistema di early warning. I casi di abusi sessuali commessi da peacekeepers africani ha raggiunto un tale livello di sdegno mediatico da porre in discussione i SOFA/SOMA (Status of Forces/Missions Agreements), riconosciuti anche dall’UE, in base ai quali qualsivoglia eccesso compiuto da un peacekeeper deve essere giudicato dal Paese contributore (sending country). Talvolta l’invio infracontinentale di peacekeepers (ovvero la presenza di soldati di un Paese africano in un altro Stato del medesimo continente, in occorrenza di genocidi e altre forme di violenza settaria e diffusa) viene valutato alla stregua di una dichiarazione di inimicizia politica, andando a creare “attriti fra vicini di casa”: questo è uno (ma non il più rilevante) dei motivi per i quali spesso le missioni sono congiunte UA/ONU (in ottemperanza all’art. 52 cap. VIII della Carta di San Francisco), essendo il cappello dei Caschi blu generalmente più accettato. Circa l’80% delle decine di migliaia di peacekeepers attualmente dispiegati nel mondo è impegnato in Africa.

Fig. 2 – Un Casco blu in Darfur

LA POSIZIONE NEI CONFRONTI DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE – Difficile non dare credito alle dichiarazioni dell’UA, secondo la quale la CPI soffrirebbe di “occidentalismo” per aver indagato quasi esclusivamente africani e condannato unicamente leaders del Continente nero. Il problema però non risiede in questa casistica (d’altronde, è pur vero che la quasi totalità dei conflitti odierni si registra in suolo africano), bensì nella consapevolezza che da una parte l’ONU ha ammesso di poter deferire dei casi alla Corte (in base allo Statuto di Roma), dall’altra tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (USA, Cina e Russia) non hanno ratificato la propria adesione a tale organo giurisdizionale. A Pechino poi, come risaputo, le violazioni dei diritti umani fondamentali sono all’ordine del giorno. Con quale credibilità dunque la comunità internazionale può forzare la mano, chiedendo ai leaders africani di “lasciarsi condannare” per crimini (pur realmente gravi) commessi? Ecco dunque farsi più limpide le ragioni per cui ʿOmar al-Bashīr, Uhuru Kenyatta e William Ruto (rispettivamente Presidente del Sudan, Presidente del Kenya e vicepresidente keniota), i cui processi risultano essere a uno stadio piuttosto avanzato, probabilmente non verranno mai consegnati alla Corte come sarebbe giuridicamente doveroso. Questo dopo il vertice di Addis Abeba conclusosi lo scorso gennaio, che ha confermato tensioni sempre più vicine alla frattura. Probabilmente la CPI non ha perfezionato strumenti ispettivi e probatori sufficientemente elastici da tenere in compresenza la certezza del diritto (per quanto possa essere certo il diritto internazionale pubblico) e le specificità locali della configurazione socio-politica di molti Paesi africani. Ed è un vero peccato, considerando che all’istituzione della Corte il Continente nero aveva preso parte in maniera attiva, propositiva, e “quantitativamente” rilevante. Il caso della Costa d’Avorio può insegnarci che talvolta dare spazio ai tribunali locali può essere più lungimirante di un giudizio immediato, al duplice fine di non esacerbare conflitti partitici e di scongiurare una non troppo improbabile fuoriuscita di massa dei Paesi africani dall’organo giurisdizionale sovranazionale istituito poco più di un decennio fa e già in lidi paludosi. Urge ad esempio una più stretta relazione con la Corte interna all’UA, avente ad oggetto una più dettagliata suddivisione delle giurisdizioni (per territorio e per materia) tra questa e l’ICC. A parte tutto, vi sono alcuni casi di rimarcabile incisività della CPI nel tessuto sociale, come avvenuto con la condanna di Thomas Lubanga per aver costretto centinaia di bambini poveri ad arruolarsi contro la propria volontà.

Fig.3 – La sede della Corte penale internazionale

L’UA E LE ALTRE ORGANIZZAZIONI REGIONALI – Probabilmente, come tutte le organizzazioni che tentano di fare da ombrello a realtà troppo estese e/o troppo eterogenee, anche l’Unione Africana non conseguirebbe efficacia alcuna se non fosse strettamente supportata da un ventaglio di altre Organizzazioni, alcune più ristrette per estensione territoriale, altre più specializzate per materia. La prima menzione va riservata all’ECOWAS-CEDEAO, Comunità sorta intorno alla necessità di una più stretta cooperazione economica nella zona occidentale subito a sud del Sahara, ben presto tramutatasi in una sinergia più articolata anche sotto il profilo della sicurezza: l’ECOMOG, corpo di “peacekeeping” dell’ECOWAS, ha supervisionato sul mutuo protocollo di non aggressione in numerose missioni (tra cui quelle in Liberia e Sierra Leone). Superfluo ricordare quanto vincolata sia la cooperazione con il Consiglio di Sicurezza ONU (anche se latitano ancora delle linee guida in ordine alla priorità: possibile un intervento UA senza precedente mandato ONU?), mentre invece vale la pena spendere qualche parola per i rapporti con NATO, Lega Araba e Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI). Per quanto riguarda l’Alleanza Atlantica, il sostegno che questa ha sempre più garantito all’UA si è declinato nell’aviazione e nella marina. Con Lega Araba e OCI accade sovente che la visione strategica (nonché la membership policy) sia conflittuale: si pensi al caso di Rabat, membro di entrambe, ma fuori dall’Assemblea panafricana. Talvolta capita che anche tra alcuni membri dell’UA e il “blocco occidentale” si crei una profonda frattura ideologica, con reciproche accuse di mistificazione dei fatti: questo il caso, ad esempio, dei recenti accadimenti in Burundi, per i quali Nazioni Unite, USA e UE chiedevano a gran voce l’invio immediato di peacekeepers africani, mentre sia il Governo di Bujumbura che i diplomatici di altre nazioni affermavano che sarebbe stata un’inopportuna violazione della sovranità, tenuto conto del fatto che non si stavano palesando (a detta loro) i tipici sintomi di un imminente genocidio. Non tanto per la sicurezza in senso stretto, quanto per la realizzazione di infrastrutture e investimenti nell’educazione e nello sviluppo (pur coi controsensi che ben conosciamo…), anche la Cina è interlocutrice privilegiata dell’African Union, grazie al FOCAC ospitato per la prima volta – lo scorso dicembre – nel Continente nero. Proficuo infine il dialogo con Bruxelles: tra i bilaterali decisivi, quello svoltosi a Tripoli nel novembre 2010.

Riccardo Vecellio Segate

Un chicco in più

La vicenda del giovane ricercatore Giulio Regeni ha sconvolto la pubblica opinione di tutto il mondo, alimentando un vivace dibattito non solo in ordine alla supposta brutalità dell’attuale regime egiziano, ma soprattutto in seno a università e think tanks, intorno ai limiti della ricerca accademica: quali diritti, quali doveri per un ricercatore in zone di guerra, dittatura o transizione? Ecco perché ci sembra rilevante proporre alcune considerazioni sulle relazioni tra questi tragici fatti e l’azione (o inazione) dell’Unione Africana. Giulio rappresentava l’eccellenza dell’italianità all’estero, non tanto per la “gloriosa fuga” dal nostro Paese, quanto per la serietà e vivacità della sua volontà di contribuire al miglioramento del mondo. La tortura e uccisione di Giulio hanno riempito (e continuano a riempire) le pagine di cronaca delle principali testate italiane e inglesi, ma non solo: in più o meno tutto il mondo se ne sta parlando, Paesi arabi compresi. Stupisce dunque (ma non troppo) che l’UA non si sia ufficialmente pronunciata in merito. Altri spunti di riflessione possono essere i seguenti:

  • l’Unione Africana, a livello economico, è fortemente dipendente dalle potenze straniere, il che mina alla base parte della sua credibilità; ciò significa anche che nella sostanza è guidata da quei pochi Paesi africani che poi possono contribuire al parziale finanziamento delle missioni continentali. Tra questi Paesi figura l’Egitto, sul cui trattamento disumano di alcuni oppositori politici vige la più stretta “omertà diplomatica”; la stessa censura di comodo che vigeva sulle repressioni libiche ai tempi in cui il Colonnello Gheddafi presiedeva l’UA.
  • In Egitto il ruolo dei militari è sempre stato piuttosto accentuato, come ben descritto in questo articolo.
  • L’Egitto era stato sospeso dall’UA dopo la deposizione di Morsi avvenuta per mezzo di un colpo di Stato militare che ha consegnato Il Cairo nelle mani di al-Sisi; la stessa decisione non era invece stata presa per la deposizione di Mubarak. Al momento le relazioni egiziane con l’UA sono quanto mai floride. 

Foto: Embassy of Equatorial Guinea

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