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La politica energetica del Bhutan

Da tempo in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, il Bhutan sta cercando di sviluppare una politica energetica diversificata ed ecosostenibile, che consenta ai suoi abitanti di condurre una vita economicamente dignitosa ma senza compromettere il delicato equilibrio ambientale del Paese. Ma l’ambizione di Thimphu di diventare un modello energetico per il subcontinente indiano si scontra con seri limiti logistico-finanziari e con la pesante pressione economica dei suoi vicini

UN REGNO AMBIENTALISTA – Stretto tra le montagne della catena himalayana, il Regno del Bhutan è famoso a livello internazionale per il suo approccio non convenzionale al tema dello sviluppo economico. Influenzato profondamente dalla tradizione religiosa buddhista, il Paese persegue infatti da diverso tempo audaci politiche ambientaliste volte a preservare la sua peculiare bellezza naturalistica, cercando di coniugare l’imperativo della crescita economica con quello della sostenibilità ambientale. La nuova Costituzione democratica del 2008, per esempio, prevede che almeno il 60% del territorio nazionale resti coperto da foreste e impone seri obblighi al Governo per la difesa della biodiversità locale, inclusa la lotta all’inquinamento atmosferico e sonoro. Inoltre il Parlamento bhutanese ha facoltà di trasformare qualsiasi territorio dello Stato in parco nazionale o riserva naturalistica, escludendolo da ogni tipo di sfruttamento economico. Queste disposizioni hanno portato negli anni scorsi alla creazione di numerose aree protette in varie parti del Paese, collegate tra loro da speciali “corridoi biologici”, e al varo di intensi programmi di protezione e ripopolamento della fauna locale. Grazie a tali misure il Bhutan è diventato rapidamente la meta di un crescente flusso di turisti e studiosi occidentali attratti dalla natura incontaminata del Paese, anche se le autorità di Thimphu stanno cercando di contenere il numero e l’impatto ecologico di tali visitatori stranieri.

Fig. 1 – Il monastero buddhista di Taktsang Palphug, una delle tante bellezze artistiche e naturalistiche del Bhutan

Oltre alle politiche di conservazione delle aree montane e forestali, il Governo buthanese ha adottato anche un originale sistema di misurazione dello sviluppo economico, ovvero l’indice della Felicità Interna Lorda (FIL), che mira a sostituire il più tradizionale PIL come metro della crescita economica nazionale. Elaborato originariamente dal re Jigme Singye Wangchuck nel 1972, il FIL guarda allo sviluppo bhutanese da un punto di vista olistico, saldamente radicato nel sincretismo buddhista-animista del Paese, e usa nove categorie di misurazione del tasso di felicità nazionale: benessere psicofisico, standard di vita, buon governo, salute, educazione, vitalità della comunità di appartenenza, diversità e resilienza culturale, uso del tempo, diversità e resilienza ecologica. Dopo un lungo periodo di studio e sperimentazione, l’indice è stato adottato ufficialmente dalle autorità bhutanesi nel 2010 e una prima indagine statistica condotta quell’anno ha riscontrato risultati soddisfacenti per tutte e nove le categorie, indirizzando il Governo a sostenere un modello di sviluppo sostenibile attento all’armonia sociale e alla conservazione ambientale. Usando i risultati dell’indagine, per esempio, l’esecutivo di Tshering Togbay ha deciso di sostituire tutti i veicoli pubblici circolanti per la capitale Thimphu con modelli elettrici, ottenuti grazie a una partnership commerciale con Nissan, e mira a rendere organica l’intera produzione agricola nazionale entro il 2020, avvalendosi della preziosa consulenza di esperti europei e americani nella coltivazione di prodotti biologici. Inoltre, i particolari criteri di misurazione del FIL sono anche alla base dell’ambiziosa politica energetica di Thimphu, che punta a rendere il Bhutan una potenza idroelettrica di primaria importanza in Asia meridionale.

HUB ENERGETICO – Il Paese è infatti attraversato da numerosi fiumi, alimentati dai grandi ghiacciai dell’Himalaya, che lo rendono naturalmente predisposto a ospitare dighe e altri impianti per la produzione di energia idroelettrica. I primi studi per lo sfruttamento di tali risorse idriche risalgono già agli anni Settanta e sono stati gradualmente implementati negli anni Novanta, grazie anche alla collaborazione di Austria e Norvegia, nazioni con una morfologia naturale assai simile a quella bhutanese. Il principale partner del settore idroelettrico locale, però, è stato sin da subito l’India, che ha finanziato massicciamente la costruzione di quasi tutti gli attuali impianti presenti in Bhutan, a cominciare da quello gigantesco di Chukha sul fiume Wangchhu nei tardi anni Ottanta. E New Delhi appare anche come la maggiore beneficiaria della continua crescita di tale settore, ricevendo circa il 75% dell’attuale produzione idroelettrica del Bhutan. Una collaborazione piuttosto “scomoda” per Thimphu, già soggetta a pesanti ingerenze indiane sia a livello economico che politico, ma che ha comunque consentito al Governo bhutanese di perseguire un ambizioso programma energetico restando fedele ai propri valori ambientalisti.

Fig. 2 – Una parte della grande centrale idroelettrica di Punatsangchhu, situata lungo il fiume Sankosh. Frutto di una partnership finanziaria tra India e Bhutan, il mega-impianto dovrebbe essere completato entro la fine del 2017

L’energia idroelettrica locale è infatti completamente rinnovabile e i vari impianti di produzione presenti sul territorio nazionale sono stati costruiti seguendo rigorosi criteri architettonici e ingegneristici volti a renderli compatibili con il paesaggio naturale circostante. È il caso degli impianti gemelli di Basochhu, per esempio, che vantano rispettivamente una capacità produttiva di 24 e 40 megawatt (MW): costruiti entrambi con l’assistenza tecnica dell’Austria, hanno un sistema di funzionamento interamente computerizzato e le loro turbine sono mosse esclusivamente dall’acqua di una vicina cascata, senza alcun bisogno di dispendiosi processi artificiali. Alcune strutture, come quella di Chukha, sono state poi edificate con successo vicino a riserve naturali e antichi templi buddhisti, confermando la costante attenzione data dalle Autorità bhutanesi ai criteri di sostenibilità ambientale e resilienza culturale indicati nel FIL.

Grazie al graduale sviluppo delle sue potenzialità idroelettriche, il Bhutan è diventato negli ultimi anni uno dei maggiori hub energetici del subcontinente indiano, attirando l’attenzione di nuovi potenziali clienti regionali come il Bangladesh, che ha promesso di recente un investimento da un miliardo di dollari per un’ulteriore espansione della rete idroelettrica bhutanese. Si tratta di un’iniziativa sostenuta dall’India e che dovrebbe godere anche del supporto finanziario della Banca mondiale, interessata a una maggiore integrazione commerciale tra i Paesi dell’Asia meridionale. Da parte sua, il  Governo bhutanese si è detto disponibile a un’intesa energetica con Dacca e ha inviato lo scorso ottobre il ministro dell’Economia Lyonpo Norbu Wangchuck a Bheramara per alcuni colloqui preliminari con i vertici dellla Power Grid Company of Bangladesh Ltd (PGCB), principale compagnia elettrica del Bangladesh.

Il successo bhutanese nell’area è anche favorito dalla crisi del vicino Nepal, le cui recenti turbolenze politiche e sociali– accompagnate dalle devastazioni del terremoto dello scorso aprile – hanno di fatto bloccato lo sviluppo delle sue ingenti risorse idroelettriche, mettendo temporaneamente fuori gioco un pericoloso rivale per Thimphu.

Fig. 3 – Tipico interno di una casa contadina nel villaggio di Lobsa. Molti bhutanesi non hanno accesso all’energia elettrica e usano ancora sistemi tradizionali per riscaldare le proprie case

L’IMPATTO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI – Lo sfruttamento intelligente delle proprie risorse naturali e idroelettriche ha quindi permesso al Governo bhutanese di conseguire ottimi risultati economici (crescita media del PIL annuale del 6-7%, con punte del 10-12% nel periodo 2007-2011) senza pagare l’alto prezzo sociale e ambientale dei propri vicini regionali. Il Paese ha infatti dimezzato il proprio tasso di povertà (oggi al 12%) e ha portato l’aspettativa media di vita dei suoi abitanti a 69 anni, risultato assolutamente notevole se si pensa che essa era ancora ben al di sotto dei 60 negli anni Novanta. Anche il tasso di scolarizzazione è aumentato considerevolmente, con oltre il 60% della popolazione oggi pienamente alfabetizzato, e molte abitazioni rurali cominciano a disporre di corrente elettrica e moderni sistemi di riscaldamento, con la promessa governativa di estendere la rete elettrica nazionale a tutte le famiglie bhutanesi entro il 2020. Ma questi risultati positivi sono messi sempre più in discussione dagli effetti dei cambiamenti climatici e dalla continua pressione economica di India e Cina, giganteschi e ingombranti vicini del piccolo Stato himalayano.

Fig. 4 – La delegazione bhutanese alla Conferenza internazionale sul Clima di Copenhagen del 2009. Il Bhutan è uno dei Paesi più attivi nella lotta ai cambiamenti climatici

Al momento sono soprattutto i cambiamenti climatici a preoccupare le autorità di Thimphu. Negli ultimi anni il tradizionale ciclo delle stagioni monsoniche in Asia meridionale ha infatti registrato significative alterazioni, con minori livelli di precipitazioni e lunghi periodi di siccità. Questo drastico calo della piovosità regionale ha colpito duramente anche il Bhutan, che ha visto una drammatica diminuzione del livello dei propri fiumi con pesanti ripercussioni sia per l’agricoltura che per il vitale settore idroelettrico. Solo nel 2011, per esempio, tale settore ha registrato perdite per due miliardi di dollari, contribuendo a una brusca frenata del PIL nel biennio successivo (+3.6% nel 2012 e +3.9% nel 2013). Allo stesso tempo, il graduale scioglimento dei ghiacciai himalayani – provocato dal riscaldamento globale – sta creando una serie di laghi supramontani che minacciano periodicamente di straripare con gravissime conseguenze per la popolazione locale. A fronte di questi pericolosi sviluppi, il Governo bhutanese si è lanciato apertamente nella battaglia globale contro i cambiamenti climatici, adottando varie misure per il contenimento della propria impronta di carbonio (carbon footprint) e partecipando alle recenti Conferenze internazionali sul Clima di Copenhagen e Parigi. Nel 2013 Togbay e i suoi ministri hanno anche varato un ambizioso piano a sostegno delle energie rinnovabili volto a diminuire l’eccessiva dipendenza del Paese dal settore idroelettrico, che ormai conta quasi per il 20% del PIL nazionale. L’obiettivo è quello di sviluppare la maggior parte dell’elettricità nazionale da fonti miste (pale eoliche, pannelli solari, centrali a biomasse) e tramite partnership finanziarie tra settore pubblico e privato. Finora i risultati ottenuti sono abbastanza incoraggianti, con l’avvio di numerosi progetti eolici e solari di piccola scala nel nord del Paese, ma l’obiettivo finale di produrre almeno 20 MW di elettricità da fonti miste resta ancora lontano. E il piano energetico del Governo è ostacolato sia dalla persistente assenza di capitali privati che dalla diffidenza della popolazione locale, preoccupata per la possibile perdita di terreni agricoli a favore degli impianti per le energie rinnovabili.

LA PRESSIONE DEI PAESI VICINI – Ma è soprattutto l’insaziabile fame di energia di India e Cina che potrebbe mandare all’aria la politica energetica ambientalista del Bhutan. Con l’obiettivo dichiarato di mantenere un tasso di crescita annua del 7%, l’India di Narendra Modi sta infatti spingendo per un ulteriore sfruttamento delle riserve idriche bhutanesi, finanziando la costruzione di nuovi mega-impianti idroelettrici come quello di Punatsangchhu, sul fiume Sankosh, che dovrebbe essere completato entro la fine del 2017. Inoltre il Governo indiano punta anche a incrementare lo sfruttamento delle risorse minerarie del suo piccolo vicino settentrionale, specialmente quelle carbonifere, con inevitabili conseguenze per l’ambiente locale.

Fig. 5 – Visita del Premier indiano Narendra Modi in Bhutan del giugno 2014. L’India è meta di oltre il 93% dell’export commerciale bhutanese

Completamente dipendente dall’India a livello di export commerciale, il Governo bhutanese non può fare molto per opporsi ai desiderata di New Delhi, a cui è legato anche politicamente da un vecchio trattato bilaterale del 1949. Tale trattato impone infatti pesanti limiti alla libertà di Thimphu in politica estera, sottoponendola continuamente alle pesanti ingerenze diplomatiche dell’India, viste ad esempio all’opera durante le contestate elezioni del 2013.

E il Bhutan deve anche guardarsi dall’altro suo grande vicino, la Cina, che sta progettando la costruzione di una serie di grandi dighe in Tibet destinate ad alterare completamente i flussi di tutti i fiumi himalayani, inclusi quelli bhutanesi. Ciò potrebbe avere effetti devastanti sull’industria idroelettrica locale e aggravare i fenomeni siccitosi provocati dai cambiamenti climatici. Inoltre le iniziative di Pechino stanno provocando una vera e propria “guerra dell’acqua” con l’India, che vede il proliferare di colossali e dispendiosi impianti idroelettrici rivali sull’Himalaya costruiti senza alcun riguardo per le caratteristiche naturali del territorio. O per le necessità delle popolazioni locali, vittime innocenti delle logiche di potenza dei due giganti asiatici.

Classico vaso di coccio tra due vasi di ferro, il Bhutan rischia quindi di essere schiacciato dagli interessi contrastanti dei suoi vicini, con conseguenze gravissime e irreparabili per il suo ecosistema. Alle prese anche con gli effetti perniciosi dei cambiamenti climatici, il Governo di Thimphu dovrà imparare a navigare acque particolarmente agitate nei prossimi anni, portando avanti il più possibile le sue audaci e coraggiose politiche ambientaliste.

Simone Pelizza

Un chicco in più

L’idea dell’indice FIL è stata spesso riportata in modo distorto dai media italiani, dando vita a entusiasmi o critiche abbastanza superficiali. Per farsi un’idea corretta di tale indice e delle sue applicazioni si consiglia di visitare il sito ufficiale Gross National Happiness, curato dal Governo bhutanese, che spiega in dettaglio i principi filosofici alla base dell’iniziativa e i criteri di misurazione impiegati. Dal sito è anche possibile scaricare in formato PDF i risultati delle prime due rilevazioni statistiche tenutesi in Bhutan nel 2010 e nel 2015.

Foto: Baron Reznik

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