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Da Delhi a Pechino: la svolta incerta del Nepal

La recente visita del Premier nepalese Oli in Cina sembra aver segnato una svolta significativa nelle relazioni tra Katmandu e Pechino, prospettando una stretta partnership politico-economica tra i due Paesi. A pagare il prezzo di tale intesa è soprattutto l’India di Narendra Modi, con cui il Nepal è in aperto conflitto da mesi per le pesanti ingerenze di New Delhi nella sua lunga e difficile crisi costituzionale. Ma la svolta filo-cinese di Katmandu resta fragile e incerta, anche a causa delle divisioni interne alla coalizione governativa di Oli.

VIAGGIO A PECHINO – Dal 20 al 27 marzo scorso il Primo ministro nepalese Khadga Prasad Sharma Oli si è recato in Cina per una lunga visita istituzionale. Accompagnato dal ministro degli Esteri Kamal Thapa, Oli ha incontrato a Pechino sia il Presidente Xi Jinping che il Premier Li Keqiang, con cui ha discusso degli interessi comuni esistenti tra i due Paesi e della necessità di rafforzare le loro relazioni economiche bilaterali. All’Università Renmin il Premier nepalese ha anche dialogato con professori e studenti sulla posizione del Nepal nelle varie iniziative di integrazione economica lanciate dalla Cina in Asia centrale, intrattenendosi successivamente sullo stesso tema con il mondo dell’imprenditoria cinese durante un evento speciale organizzato dal China Council for the Promotion of International Trade (CCPIT). Poco prima di rientrare in patria, Oli ha poi visitato la provincia del Sichuan, dove ha ispezionato la grande diga di Zinpingpu e ha deposto un omaggio al memoriale per il terremoto del maggio 2008, che devastò l’intera area e provocò la morte di quasi settantamila persone. In tale occasione il Premier nepalese ha lodato gli sforzi per la ricostruzione intrapresi dalle autorità locali, ancora in corso d’opera, e ha collegato idealmente le sofferenze degli abitanti del Sichuan con quelle del popolo nepalese, anch’esso reduce da un catastrofico sisma avvenuto nell’aprile scorso.

Fig. 1 – Il Premier nepalese Khadga Prasad Sharma Oli con il Presidente cinese Xi Jinping, marzo 2016

Tuttavia non sono stati questi eventi mondani, per quanto importanti, ad aver attirato l’attenzione di analisti e osservatori internazionali. La visita di Oli è stata infatti assai significativa soprattutto per la notevole mole di documenti ufficiali firmati con il Governo cinese: dieci accordi bilaterali, sei memorandum d’intesa e una lunga dichiarazione congiunta in quindici punti che sembra fungere da roadmap per un ulteriore, futuro rafforzamento delle relazioni diplomatiche e commerciali tra Katmandu e Pechino. Nella dichiarazione, riportata integralmente dal quotidiano Kathmandu Post, i due Governi si impegnano ad avere regolari scambi di vedute su «importanti aspetti dei [loro] comuni interessi», a sviluppare «appropriati programmi di cooperazione bilaterale» in campo economico e a potenziare le principali infrastrutture di trasporto sino-nepalesi sull’Himalaya. Quest’ultimo punto è poi legato direttamente allo storico accordo di transito siglato da Oli e Li Keqiang, che consente la libera circolazione di merci attraverso la frontiera montana tra i due Paesi. Si tratta di un accordo dalle enormi conseguenze, perché rompe di fatto il tradizionale monopolio commerciale dell’India sul Nepal e fornisce a Katmandu un accesso privilegiato al grande mercato interno cinese, emancipandolo parzialmente dai limiti politici e economici della sua posizione geografica. Allo stesso tempo le principali disposizioni dell’accordo sono estese anche a merci provenienti da Paesi terzi, inserendo a pieno titolo il Nepal all’interno dei maggiori flussi economici dell’Asia orientale. Con un semplice tratto di penna, quindi, Oli ha sostanzialmente modificato la statura geopolitica del suo Paese, rendendolo un partner chiave per la Cina e le sue iniziative di integrazione economica nel continente asiatico. E ha inflitto un pesante schiaffo diplomatico alla vicina India, finora unico referente commerciale di Katmandu e “protettore” ingombrante della piccola nazione himalayana sin dagli anni Cinquanta.

LA MANCATA RICONCILIAZIONE CON L’INDIA – I rapporti indo-nepalesi sono infatti in crisi profonda, avvelenati dalle gravi controversie che circondano la nuova carta costituzionale recentemente approvata dal Parlamento di Katmandu. Oggetto di lunghi negoziati sin dal 2008, il documento riorganizza lo Stato nepalese su base federale, dividendone il territorio in sette grandi unità amministrative regionali dotate di ampia autonomia. Queste unità regionali sono però demarcate da confini artificiali che tagliano arbitrariamente regioni storiche del Paese e che modificano, spesso in maniera discutibile, i rapporti di forza esistenti tra i vari gruppi etnici nepalesi. Nonostante la nuova Costituzione contenga diverse norme a difesa delle varie minoranze nazionali, il radicale riordino amministrativo del Paese ha finito per provocare le vibrate proteste della comunità madhesi nel distretto di Terai, preoccupata da un possibile declassamento dei propri diritti politici nei suoi territori d’origine. Queste proteste sono rapidamente degenerate in scontri sanguinosi con la polizia, costati la vita a decine di persone, e hanno portato al blocco quasi totale del confine indo-nepalese per settimane, provocando una gravissima crisi energetica nel Paese e bloccando tutte le operazioni di ricostruzione iniziate dopo il terribile sisma dell’aprile scorso. Una crisi peggiorata dal sostegno implicito dato dal Governo indiano alle azioni dei madhesi, con la decisione di bloccare a tempo indeterminato il traffico commerciale attraverso i propri posti di frontiera e le continue pressioni su Katmandu per rivedere le norme costituzionali contestate dai rivoltosi. L’esecutivo di Narendra Modi ha persino rifiutato l’idea di un ponte aereo con la capitale nepalese per sopperire alla carenza di medicinali e generi di prima necessità, alimentando la rabbia e l’orgoglio patriottico della popolazione locale. Non a caso molti politici nepalesi si sono schierati apertamente per un avvicinamento diplomatico ed economico alla Cina, volto a rintuzzare l’inaccettabile ricatto indiano.

Fig. 2 – Un altro momento della storica visita di Oli a Pechino: l’incontro con il Premier cinese Li Keqiang, marzo 2016

Tuttavia il Governo nepalese ha comunque cercato la strada del negoziato con New Delhi, conscio della propria dipendenza quasi totale dal grande vicino meridionale. A fine febbraio Oli si è recato quindi in visita ufficiale nella capitale indiana, dove ha cercato di riaprire il dialogo con Modi sulla controversa questione dei madhesi. La mossa è stata preceduta dall’approvazione, pur tra molte proteste parlamentari, di un paio di emendamenti costituzionali volti a favorire politicamente la comunità madhesi nel distretto di Terai. Tali misure sono state ben accolte dal Governo indiano e, nel corso della visita di Oli a Delhi, Modi ha confermato un maxi-prestito di 250 milioni di dollari per la ricostruzione post-terremoto del Nepal e per il potenziamento della rete viaria nel Terai. I due leader si sono anche impegnati a lottare insieme contro il fenomeno del terrorismo nella regione himalyana, prospettando una maggiore cooperazione tra i rispettivi servizi di sicurezza. Al termine della visita, Oli ha dichiarato chiusi i “malintesi” con l’India dei mesi precedenti e ha ringraziato Modi per il “sostegno spotaneo” dato al suo Paese dopo il terremoto dell’aprile scorso.

A dispetto di queste parole, però, una vera e propria riconciliazione indo-nepalese non c’è stata. I continui richiami di Modi a “consenso e dialogo” per implementare la nuova Costituzione non sono infatti andati giù a diversi segmenti del mondo politico nepalese, che li hanno considerati un’ulteriore interferenza indebita nella vita istituzionale del proprio Paese. Allo stesso tempo le autorità indiane hanno continuato nelle settimane successive a pressare il Governo di Katmandu per ulteriori revisioni costituzionali a favore dei madhesi, togliendo il blocco al confine nepalese ma solo in cambio della promessa di ridefinire i confini federali del Terai nell’arco di tre mesi. Inoltre New Delhi ha tagliato improvvisamente del 40% i propri aiuti finanziari per il Nepal, facendoli scendere a meno di 5 miliardi di rupie per l’anno fiscale 2016-17. Il Ministero delle finanze indiano si è giustificato citando difficoltà economiche e il mancato utilizzo dei precedenti fondi dati al Nepal nel 2015-16, provocato dal terremoto di aprile e dai conflitti politici dei mesi seguenti. Ma molti nepalesi non hanno creduto a tale spiegazione, giudicando il repentino taglio degli aiuti come l’ennesimo tentativo dell’India di influenzare la propria vita politica e costituzionale. Inutile dire che, sulla base di queste premesse, il viaggio di Oli a Delhi non ha portato ad alcun reale miglioramento nelle relazioni indo-nepalesi e che i vari tentativi di riconciliazione tra Governo di Katmandu e madhesi – condotti perlopiù per soddisfare le richieste dell’India – sono falliti miseramente, gettando nuovamente il Nepal nel vortice di una grave crisi interna senza vie di uscita. Da qui la decisione del Governo Oli di giocare la “carta cinese”, sia per dare una lezione diplomatica al vicino indiano che per ridare fiducia a una popolazione stremata da mesi di incessanti turbolenze politiche e economiche.

Fig. 3 – La visita di Oli in India dello scorso febbraio, che sembrava avere aperto spiragli di dialogo con New Delhi sulla controversa questione della minoranza madhesi

LA “CARTA CINESE”: ESPEDIENTE O RIVOLUZIONE? – Nonostante la sua chiara importanza, il viaggio di Oli a Pechino non risolve comunque la difficile situazione del Nepal. Se da una parte la Cina può infatti fare molto per sostenere la ricostruzione post-terremoto del Paese, aumentando i propri investimenti economici e finanziari in terra nepalese, dall’altra essa non può sostituirsi integralmente all’India come principale partner internazionale di Katmandu. Pesano numerosi ostacoli logistici, culturali e diplomatici, che non possono essere affatto rimossi in tempi brevi. I collegamenti terrestri tra Cina e Nepal, per esempio, sono pochi e hanno subito gravissimi danni a causa del terremoto della primavera scorsa. Pechino ha promesso di riaprirli e potenziarli nei prossimi mesi, prospettando anche una futura estensione della linea ferroviaria Qinghai-Tibet in direzione di Katmandu. Allo stesso tempo le autorità dei due Paesi si sono accordate per la costruzione di un nuovo aeroporto internazionale nella città di Pokhara, situata circa 200 Km a ovest di Katmandu, che dovrebbe sostenere sia il commercio aereo bilaterale che il crescente flusso di turisti cinesi in Nepal. Ma si tratta di misure che richiederanno parecchio tempo per essere realizzate, confermando nel medio periodo la sostanziale dipendenza del Nepal dal vicino indiano. Inoltre manca una reale conoscenza reciproca tra i due popoli, a dispetto della recente apertura di una sezione dell’Istituto Confucio nella capitale nepalese. E il Governo cinese non vuole spingere troppo oltre la collaborazione con Katmandu per non irritare New Delhi e mettere a rischio la sicurezza della propria frontiera himalayana, ancora oggetto di feroci controversie con l’India e aperta a possibili infiltrazioni del movimento indipendentista tibetano. Non a caso Li Keqiang e i suoi collaboratori hanno consigliato ripetutamente a Oli di cercare larghe intese per risolvere la questione dei madhesi, mantenendo cordiali relazioni con il Governo indiano.

A livello politico pesano poi le tensioni interne alla coalizione di Governo nepalese, in particolare quelle tra il Premier Oli e il ministro degli Esteri Kamal Thapa. Quest’ultimo è anche leader della formazione induista Rastriya Prajatantra, ex sostenitrice della decaduta monarchia nepalese, e ha avuto diversi contrasti in passato con il Partito Comunista (Marxisti-Leninisti Unificati) di Oli sulla redazione della nuova Costituzione, chiedendo il rispetto delle radici indù della nazione nepalese e il mantenimento di buone relazioni con l’India. In particolare, il Rastriya Prajatantra si è schierato contro il carattere laico della carta costituzionale, chiedendo il ripristino dell’induismo come religione di Stato, e ha preso apertamente le parti dei madhesi nella crisi del Terai. Dal punto di vista diplomatico, Thapa è stato anche uno dei principali sponsor della deludente visita di Oli a New Delhi e ha cercato ripetutamente di rassicurare Modi dopo la successiva trasferta cinese, sminuendone l’importanza e confermando la centralità dell’India nella politica estera nepalese. È chiaro quindi che la decisione di Oli di giocare la “carta cinese” nella crisi costituzionale potrebbe destabilizzare il suo Governo, già in difficoltà per la mancata ricostruzione post-terremoto. E incoraggiare l’intransigente resistenza dei madhesi, che – sentendosi protetti dall’India – continuano a richiedere una radicale revisione dei confini federali del Terai a proprio favore.

Fig. 4 – Protesta di deputati nepalesi in Parlamento contro i recenti emendamenti di revisione della carta costituzionale, decisi per venire incontro alle rimostranze della minoranza madhesi. Nonostante tali misure, la crisi costituzionale nepalese appare ben lontana da una soluzione

A dispetto di questi limiti oggettivi, la nuova intesa tra Nepal e Cina appare comunque significativa e segnala che i tempi della tradizionale “sfera d’influenza” esclusiva dell’India sull’Asia meridionale sono finiti. La maggior parte dei Paesi dell’area appare infatti sempre più insofferente delle ingerenze indiane nella propria vita politica interna e sempre più attratta dal modello di “cooperazione senza intervento” proposto dalla Cina. E, tramite l’amicizia con il Nepal, la Cina ha anche guadagnato una posizione da osservatore all’interno della South Asian Association for Regional Cooperation (SAARC), insidiando il monopolio di New Delhi su tale importante organizzazione regionale. Se questa posizione dovesse diventare una membership piena nel prossimo futuro, come prospettato da diversi esponenti politici nepalesi, l’India potrebbe presto trovarsi in serie difficoltà diplomatiche, e proprio nel suo “cortile di casa”.

Simone Pelizza

Un chicco in più

A fine marzo la crisi costituzionale nepalese è arrivata anche sul tavolo dell’Unione Europea. Al termine della visita di Modi a Bruxelles per il tredicesimo Summit UE-India, le autorità indiane e quelle europee hanno infatti diramato un comunicato finale in cui invitavano il Governo nepalese a cercare «un accordo costituzionale definitivo e inclusivo» per rilanciare «la stabilità politica e la crescita economica» del proprio Paese. La reazione dell’esecutivo di Katmandu è stata a dir poco furiosa, con immediate richieste di spiegazioni a Rensje Teerink, rappresentante diplomatico della UE in Nepal. Vibrate anche le proteste sui principali quotidiani nepalesi, con accuse alla UE di “ingerenza” e di “insensibilità”.

Foto: theglobalpanorama

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