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Oltre i risultati delle elezioni iraniane

In 3 sorsi – All’indomani delle elezioni tenutesi lo scorso venerdì in Iran per il rinnovo del Majles e della Assemblea degli Esperti, le reazioni contrastanti della stampa iraniana si sono mescolate con quelle più strillate dei media occidentali. Cerchiamo di capire, in 3 sorsi, quale sia stato l’esito delle votazioni e perché le carte siano ancora tutte da scoprire

1.I NUMERI – Uno dei primi dati ad emergere come significativo è quello relativo alla partecipazione al voto: 55 milioni di iraniani aventi diritto al voto ha partecipato a questa tornata elettorale, facendo registrare un’affluenza di circa il 60%. Con la rimozione delle sanzioni internazionali e la ventata d’ottimismo sulle aperture del Paese (in chiave economica, prima ancora che politica), il popolo ha accolto con maggiore entusiasmo il richiamo alle urne, sebbene le squalifiche operate dal Consiglio dei Guardiani alle liste dei candidati. Solo 5.500 nomi sono risultati idonei a fronteggiarsi per i 290 posti in Parlamento, a fronte dei 12.000 candidati passati al vaglio dei 12 membri del Consiglio.
Si può quindi considerare, a questo proposito, il ruolo importante giocato dalle opposizioni e, in particolar modo, dai riformisti che, benché decimati dal veto imposto da uno degli organi non elettivi con maggior peso nelle dinamiche politiche interne, hanno sollecitato il popolo a votare, mobilitando così un’importante fetta del proprio elettorato. Lo stesso ex Presidente riformista Khatami (al quale è stato negato rilasciare dichiarazioni in pubblico) ha fatto circolare tra i social un video in cui esorta i cittadini iraniani a votare. Una presa di posizione rilevante, questa, specie se valutata alla luce delle scorse elezioni parlamentari. Nel 2012, infatti, i riformisti avevano boicottato in massa le votazioni come strumento di protesta per i brogli avvenuti nel 2009 con la rielezione del Presidente ultraradicale Mahmud Ahmadinejad. Questo aveva riassegnato, senza troppe difficoltà, la maggioranza del Majles alle liste conservatrici e ultraradicali.

Fig.1 – Iraniani al voto nella capitale, Teheran

2.I NOMI, OLTRE I NUMERI – La lista presentata dai riformisti, “ List-e Omid” (lista della Speranza), ha vinto i 30 seggi disposti per la città di Tehran nel Majles. In testa è il candidato riformista, Mohammed Reza Aref, mentre primo tra gli esclusi è il conservatorie Gholam-Ali Haddad-Adel, ex Presidente del Parlamento, capogruppo di una lista entro cui sono confluiti un insieme di partiti conservatori e radicali, alcuni dichiarati oppositori dell’amministrazione Rohani. Al seguito di Aref, c’è il nome di Ali Motahari, sceso al fianco dei riformisti ma sostenitore di un approccio tradizionalista. E da qui emerge già la prima contraddizione. La lista Omid è stata la risposta necessaria e obbligata allo sbarramento di molti candidati riformisti. Moderati e conservatori all’opposizione hanno pertanto scelto di confluire nella stessa per puri motivi di contingenza. Bisogna quindi prestare attenzione alle inclinazioni dei singoli, più che lasciarsi ingannare dalle coalizioni temporaneamente create e soggette ad una sicura ridefinizione. Inoltre, il sostegno alla “Lista della Speranza” al di fuori della capitale non è stato cospicuo, attestandosi solo al 30%. Al contrario, i conservatori sono riusciti a ottenere il 55% dei voti, specie dalle aree periferiche del Paese. Un inaspettato 25% è andato, invece, alle liste indipendenti.
Anche per quanto riguarda l’Assemblea degli Esperti, istituto che verosimilmente eleggerà il successore della Guida Suprema Ali Khamenei, 15 su 16 posti desinati alla capitale sono stati assegnati ai membri della colazione dei moderati, vicini al Presidente Hasan Rohani. Ad attrarre il maggior numero di voti è stato Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, un uomo capace di riadattarsi ai cambiamenti sistemici e assolutamente influente nella politica iraniana: Presidente della Repubblica negli anni Novanta e ad oggi capo del Consiglio per il Discernimento. Esclusi, i due ultraconservatori, Mohammad Yazdi (presidente uscente dell’Assemblea) e Mohammad-Taqi Mesbah-Yazdi, definito come la guida spirituale degli ultraconservatori.

Fig.2 – Il ministro degli interni iraniano, Abdolreza Rahmani Fazli, comunica ufficialmente i risultati delle elezioni

3.GLI ASSETTI FUTURI, OLTRE I NOMI – I numeri e i nomi appena descritti non bastano a chiarire la complessità del sistema politico iraniano, né accorrono in sostegno all’ambizioso progetto di intuizione delle linee di governo che potrebbero definirsi in un breve-medio periodo. In una politica saldamente legata al fattore personale, dove i tatticismi individuali hanno effetti maggiori rispetto ai programmi delle cosiddette fazioni, bisognerà aspettare l’insediamento del nuovo Parlamento prima di poter iniziare a capire verso quale direzione andrà il legislativo (e di conseguenza quali margini di manovra avrà l’esecutivo). Trattandosi di gruppi formati unicamente in occasione delle elezioni, c’è da aspettarsi una verosimile ridefinizione degli assetti interni al sistema monocamerale del Paese.  In aggiunta, il dato emerso da Teheran non è rappresentativo di tutto il Paese. Sicuramente gli iraniani, con l’importante partecipazione al voto e l’emarginazione di figure radicali, hanno lanciato un segnale forte al regime.
In definitiva, possiamo definire i centristi moderati come i veri vincitori di queste elezioni, senza dimenticare che gran parte dei riformisti non abbia preso parte alla competizione e che, di conseguenza, sia i conservatori moderati sia i pragmatici all’opposizione abbiano potuto intercettare il desiderio di un rilancio soprattutto economico diffuso in tutta la Repubblica Islamica.

Giorgia Perletta

Un chicco in più

Per conoscere il funzionamento del Parlamento iraniano e la sua composizione si rimanda al sito dedicato Majlis Monitor 

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