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L’emergenza siccità in Etiopia

In 3 sorsi – Il 2016 si prospetta un anno terribile per l’Etiopia, in quanto l’ennesima siccità potrebbe interessare 17 milioni di persone. Mentre gli aiuti internazionali latitano, è necessario trovare nuove e durature soluzioni affinché si riesca a debellare gli effetti della carestia.

1. UNA NUOVA ECCEZIONALE CARESTIA – Sul finire dello scorso anno, il primo ministro etiope Hailé Mariam Desalegn ha lanciato un appello disperato alla comunità internazionale: «L’Etiopia si trova ad affrontare la più grave siccità degli ultimi 30 anni». Il Paese sub-sahariano non è nuovo a questo tipo di calamità (ricordiamo, per esempio, la grande carestia del 1984-1985 e quelle più recenti del 2008 e del 2011), tuttavia l’emergenza alimentare attuale ha investito anche aree solitamente verdi, che sono state finora risparmiate da questi fenomeni.
Secondo gli ultimi dati, le persone colpite dalla siccità in Etiopia sono circa 10,2 milioni, ma Oxfam, l’organizzazione inglese specializzata in aiuto umanitario e sviluppo, ha fatto sapere che altri 7,9 milioni di etiopi potrebbero esserne vittime. Da parte sua, il Governo di Addis Abeba ha annunciato che più di 300mila bambini hanno bisogno urgente di cibo e oltre 48mila bambini sotto i 5 anni sono affetti da malnutrizione cronica.
La causa di questa eccezionale aridità è dovuta, innanzitutto, agli effetti del Niño, un fenomeno climatico che causa un innalzamento della temperatura ogni 5-7 anni, e che mette in ginocchio specialmente Paesi a trazione agricola come l’Etiopia che, nonostante il recente sviluppo economico, dipende ancora pesantemente dall’agricoltura, nella quale è impiegato l’80% della forza lavoro.
L’abbattersi del fenomeno sul Paese africano ha provocato l’assenza di precipitazioni dall’inizio del 2015 e, secondo fonti governative, nel corso del 2016 la situazione non migliorerà. Inoltre, la mancanza di acqua e cibo ha provocato anche la morte del bestiame e un aumento dei prezzi di riso e mais del 30-40%. Non aiuta neanche la situazione dei Paesi confinanti: in Etiopia, infatti, si sono rifugiati migliaia di sud-sudanesi, eritrei e somali, che fuggono dai conflitti che lacerano i propri Stati, diminuendo così la disponibilità di risorse reperibili.

Fig. 1 – Il deposito di Adama, la più ampia riserva strategica di cibo in Etiopia

2. L’INSUFFICIENTE RISPOSTA INTERNAZIONALE – Per affrontare l’emergenza, il Governo e alcune organizzazioni umanitarie hanno reso noto che sarebbero necessari 1,4 miliardi di dollari, per la distribuzione di cibo, acqua e altre risorse essenziali. All’inizio del 2016, Addis Abeba ha stanziato circa 192 milioni di dollari e ha ridistribuito risorse economiche da numerose opere infrastrutturali. Molto più timida è stata, invece, la risposta internazionale. Il rappresentante in Etiopia del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), John Aylieff, ha comunicato che solo 420 milioni sono arrivati da donatori esteri e che bisognerà certamente fare di più se si vuole aiutare la popolazione etiope.
Save the children, l’organizzazione non governativa che fornisce aiuti umanitari ai bambini nei Paesi in via di sviluppo, è già intervenuta nel 70% delle zone fornendo acqua e beni di prima necessità, e ha dichiarato, tramite il suo direttore in Etiopia, John Graham, che al momento l’emergenza etiope è la più grave crisi umanitaria mondiale, insieme a quella siriana.

3. LA SOLUZIONE DELLA FAO – Per risolvere questa carestia la FAO ha lanciato un piano di emergenza che si propone di ridurre le carenze alimentari e di ripristinare la produzione agricola e le fonti di reddito. Il progetto, diviso in tre diverse fasi, mira ad aiutare 1,8 milioni di agricoltori e allevatori di bestiame. Nel primo semestre dell’anno in corso, la FAO prevede di distribuire semi di emergenza, costruire impianti di irrigazione su piccola scala e sostenere la comunità femminile fornendo strumenti, conoscenze e accesso al micro-credito.
Il secondo punto riguarda la fornitura di mangimi animali, la vaccinazione di 3 milioni di capi, e la distribuzione ai soggetti più vulnerabili di 100mila tra pecore e capre, con l’acquisto di bestiame improduttivo in cambio di denaro.
L’ultima fase si concentra sul rafforzamento dei mezzi di sussistenza di oltre 30mila famiglie, al fine di migliorarne la resistenza a crisi future. Sono quindi previsti progetti in grado di accrescere gli introiti delle famiglie, come il miglioramento delle infrastrutture locali, l’accesso all’acqua per il bestiame e la costruzione di scuole agricole.

Matteo Nardacci

Un chicco in più

El Niño-Oscillazione Meridionale (ENSO) è un fenomeno climatico periodico che si verifica ogni 5 o 7 anni nell’Oceano Pacifico centrale, solitamente tra dicembre e gennaio. A causa della sua potenza ed estensione, è in grado di influenzare il clima in tutto il globo. El Niño fa solitamente salire la temperatura della superficie della parte centrale dell’Oceano Pacifico di 0,5°C, per circa 5 mesi. Il surriscaldamento delle acque superficiali oceaniche del Pacifico orientale fa sì che la circolazione equatoriale dei venti venga modificata e con essa si modifichi la distribuzione delle precipitazioni, regolando l’alternanza di periodi di siccità e di maggiore piovosità lungo tutto il tratto equatoriale. 

Foto: Oxfam East Africa

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