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L’anti chavismo: biografia di una classe politica all’opposizione

Dietro l’aumento del prezzo della benzina in Venezuela, si rincorrono insistenti rumors di una crisi interna al Governo di Nicolàs Maduro, tanto da paventare una possibile rinuncia dello stesso Presidente alla carica ricoperta. A prescindere dalle evoluzioni dei prossimi giorni è utile avere un quadro del modello politico venezuelano e degli oppositori che orbitano intorno al declino del chavismo

QUADRO GENERALE DI UN SOCIALISMO LOGORATO – Un’analisi politica dell’ultimo corso venezuelano non può che partire dall’ascesa di Hugo Rafael Chávez Farias (1998). Figura carismatica che fece della sua resa e arresto del 1992 (tentato colpo di Stato del Movimento Bolivariano 200) il trampolino di lancio per la consacrazione a figura politica indelebile nella storia del Paese. Chávez divenne Presidente della Repubblica del Venezuela nel 1998, ereditando un Paese destabilizzato in termini economici e sociali dalle politiche liberiste dei suo predecessori. Il caudillo intese cimentarsi in una ristrutturazione socialista radicale con l’intento di appianare il divario sociale venutosi a creare tra oligarchia e classe popolare. Ma non solo. Le sue ambizioni giunsero fino ad un progetto di internazionalizzazione socialista fondato sul ripristino dell’ideologia bolivarista ossia cercare di “fare sistema” con i Paesi della regione al fine di emancipare la stessa da ogni distorsione relazionale provocata dall’influenza statunitense. In sintesi quindi Chávez fondava la propria politica sul socialismo interno e sul bolivarismo all’esterno. Due approcci per certi versi simili ma al contempo ben distinti, che portarono Caracas ben presto nella posizione di nucleo di un nuovo sistema (più del Brasile che con Lula seguiva un atteggiamento pragmatico e meno radicale). Il leader bolivarista diede al Venezuela una nuova Carta Costituzionale e soprattutto un nuovo nome, ovvero Repubblica Bolivariana del Venezuela (marcandone oltre ogni misura i connotati ideologici tra passato e aspirazioni future). Socialismo interno quindi con lo sviluppo di cooperative di lavoratori, misure assistenziali, recupero attento e oculato della sovranità su parte delle risorse energetiche strategiche per assicurare la sostenibilità stessa del progetto. Tuttavia l’erosione delle ricchezze della vecchia oligarchia liberale e il sempre più crescente pericolo percepito dai capitali di investimento straniero spinsero gli oppositori interni ed esterni a coalizzarsi contro il nuovo Governo tanto da giungere al colpo di Stato nel 2002. Un evento che molto probabilmente gli analisti di Washington valutarono con troppa superficialità nei suoi effetti. Primo fra tutti fu imprevista la reazione popolare, che con forza, in 48 ore, chiese a gran voce il ripristino democratico del Governo Chávez.

Fig. 1 – Quella di Chavez rimane una figura ingombrante in Venezuela

Altro aspetto sottovalutato fu la quantificazione reale della penetrazione del pensiero bolivarista nelle forze militari venezuelane. Proprio tra queste nasceva, negli anni Ottanta, il movimento Bolivariano 200, e proprio queste, nel 2002, furono determinati nel riportare fisicamente Chávez a Caracas come Presidente legittimo del Paese. Ma l’errore peggiore, nel ponderare gli effetti di un golpe impopolare e quindi la sua attuabilità, fu il non comprendere quelli che sarebbero potuti essere gli effetti dell’insuccesso. Il ripristino del Governo eletto non fecero che aumentare a dismisura la leadership e il carisma del leader venezuelano portandolo quasi alla divinizzazione. Il consenso popolare crebbe proprio sul fomento di una dialettica anti-statunitense legittimata dal tentato golpe. Occasione utile alla leadership bolivarista per consolidare il proprio status e rilanciare il proprio progetto “rivoluzionario”.
Eccoci quindi al momento cruciale in cui Chávez progressivamente pianifica il proprio contrattacco al sistema liberale e lo fa accelerando nel processo di nazionalizzazione economica e puntando dritto su una dialettica apertamente anti statunitense. Processo che ha ripercussioni anche sulla costituzione che subisce piccole rettifiche utili a dare continuità politica al leader bolivarista. In poche parole, il golpe ha l’effetto di trasformare il socialismo venezuelano in chavismo ovvero in un progetto politico intriso sul suo leader e pertanto imprescindibile dallo stesso. D’altro canto un tale irrigidimento non fa altro che creare nel lungo termine una doppia dipendenza per il sistema venezuelano inteso sia in termini sociali, che politici ed in fine economici. La società finisce con il dipendere cronicamente dall’assistenzialismo (le politiche di reinserimento nella vita economica del Paese non sono efficaci) e per sostenere questo lo Stato non può prescindere dalla gestione dell’industria petrolifera (ricordiamo che il Venezuela è il singolo Paese con più riserve petrolifere al mondo) finendo con l’essere deficitario nello sviluppo di una diversificazione produttiva necessaria allo sviluppo sostenibile di lungo periodo. Le risorse energetiche diventano anche lo strumento utilizzato per l’internazionalizzazione del progetto bolivarista, e quindi Caracas finisce per il palesare quanto il suo punto di forza sia anche il punto più vulnerabile per il collasso del sistema chavista, ovvero il petrolio ed il suo prezzo. Come detto quindi il socialismo finisce con il tramutarsi in chavismo ed il personalismo del progetto politico finisce con assumere tratti catastrofici a seguito della morte prematura di Chávez nel 2013. La morte del leader bolivariano crea un vuoto politico inimmaginabile in quanto era la sua figura ad avere il consenso popolare e non il progetto politico socialista del PSUV e fu evidente quando il popolo venezuelano venne chiamato ad eleggere un nuovo Presidente sulla base di un “nuovo” sistema: non più l’uomo leader bensì il ritorno a un’elezione politica tradizionale in cui occorreva dare la propria fiducia ad un progetto politico a prescindere dal leader. Il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) ebbe la meglio seppur di poco (50,66%) e riuscì a garantirsi una continuità governativa con Nicolas Maduro. Ma il risultato elettorale denota un’instabilità del progetto, destinato a soffrire oltre ogni misura il lutto per la scomparsa di Chávez. La strategia di Maduro è stata a oggi più fondata su una dialettica volta a sfruttare oltre la morte il carisma di Chávez e mantenendo pertanto una connotazione chavista della propria politica (si abbandona l’idea di percorrere un rinnovamento politico), ma fortemente cristallizzata sul settore petrolifero. Errore che finisce con il logorare le casse venezuelane e con il rendere il Paese oltre ogni modo vulnerabile alle oscillazioni al ribasso del prezzo del petrolio. Debolezze che questa volta non sono sfuggite all’opposizione ed agli investitori esteri, che puntano a spingere il sistema verso il suo punto di rottura sociale ed economica per poi raccoglierne l’eredità. Infatti il fallimento di un progetto che non trova in Maduro un leader carimatico alla pari di Chávez non fa altro che legittimare il desiderio popolare di cambio.

Fig. 2 – Nicolas Maduro ha raccolto la difficile eredità di Chavez

LEOPOLDO LOPEZ GIL – È il volto nuovo del Venezuela, colui che ha collegato la sua ascesa politica alle manifestazioni antigovernative del 2014. Si manifestava contro l’aumento della violenza e lo si faceva paradossalmente con azioni violente. Tuttavia López si fece portavoce del disagio venezuelano prima in patria e poi a livello internazionale, portando le sue vicissitudini politiche ad avere un seguito oltre i propri confini. Il 12 febbraio 2014 López venne arrestato con l’accusa di essere l’organizzazione di alcune delle manifestazioni violente dei giorni precedenti. Leader del movimento centrista Voluntad Popular, López appare un politico astuto che sulla falsa riga di Chávez punta a sviluppare il proprio carisma e la propria ascesa politica su un percorso ad alto impatto mediatico. Se da un lato negli ultimi giorni il padre di López ha dichiarato in Spagna che il proprio figlio al momento non ha intenzione di candidarsi alla presidenza del Venezuela, la realtà appare ben diversa. Si potrebbe immaginare un atteggiamento attendista per capire le reali dimensioni di un possibile movimento a sostegno della sua candidatura. Ad oggi la condanna a 13 anni e 9 mesi di carcere esclude legalmente una possibile eleggibilità dell’economista venezuelano (come Chávez nel 1992), ma il gesto di consegnarsi spontaneamente alle forze dell’ordine per l’arresto (come Chávez nel 1992) pone fortemente l’attenzione mediatica internazionale su di lui. Un possibile cambio di Governo (visti anche i risultati delle elezioni legislative dello scorso dicembre) non escluderebbe l’annullamento della pena di López (come avvenne nel 1994 per Chávez) con l’effetto di lanciare lo stesso verso le presidenziali fra due legislature. Intanto il suo caso viene continuamente proposto in ambito internazionale ed in seno all’ONU con l’auspicio di un anticipo nei tempi di maturazione politica della sua leadership. Proprio quest’internazionalizzazione della protesta rende López più che una possibilità per la governance venezuelana del futuro in quanto l’empatia verso la sua figura non si sviluppa solo internamente al Paese (come per Chávez dal 1992 al 1998), ma anche a livello internazionale (Stati Uniti ed Europa) un fattore che non può che appianare future relazioni estere del Paese sudamericano.

Fig. 3 – Leopoldo Lopez Gil sarà l’uomo nuovo della politica venezuelana?

HENRIQUE CAPRILES RADONSKI – Non è altro ormai che lo storico oppositore di Chávez e del PSUV, tanto che si è sempre parlato di una sua possibile partecipazione attiva al colpo di Stato del 2002. Tuttavia il leader del partito liberale Movimiento Primero Justicia, nonostante l’opposizione al chavismo, non è mai riuscito a prevalere sullo stesso, andando a perdere prima contro Chávez nel 2012 e, subito dopo, con Maduro nel 2013. Doppio tentativo che ridimensiona fortemente il carisma dell’avvocato che dal 2008 governa lo Stato di Miranda. Per evitare ulteriori insuccessi, nelle elezioni legislative del 2015 si è unito ad un movimento ad ampio respiro per non fallire in un deciso colpo destabilizzante al PSUV. Ecco quindi come Capriles e il suo Movimiento Primero Justicia sono confluiti nella Mesa de la Unidad Democrática (MUD), ottenendo 107 seggi su 167 all’interno dell’Assemblea Nazionale. Forse questo successo rilancerà la figura di Capriles alle presidenziali del 2019 senza escludere che il Paese in forte crisi, potrebbe anticipare i tempi di un cambio governativo che sembra ormai scontato. Capriles con ogni probabilità ci riproverà per la terza volta.

Fig. 4 – Capriles è ancora la figura di spicco dell’opposizione parlamentare al chavismo

RAMOS ALLUP – Attuale presidente dell’Assemblea Nazionale e dirigente del partito socialdemocratico Acción Democrática. La sua figura spicca soprattutto sulla scena nazionale in quanto forte oppositore senza mezze misure al Governo di Maduro. Allup appartiene alla vecchia classe politica venezuelana e fa dell’irriverenza e del continuo antagonismo al PSUV la sua costante politica. Allup, molto apertamente, ha affermato he l’obbiettivo dell’Assemblea Nazionale sarà quello di portare ad un cambio di Governo nel più breve tempo possibile (in meno di sei mesi, testualmente) accusandolo di incapacità gestionale dell’attuale crisi. Allup, in definitiva, rappresenta un’opposizione ruvida che con la sua dialettica irruenta e senza mezze misure finisce con il creare non pochi fastidi al Governo di Maduro. Vi è in Assemblea una forte opposizione a tutti i provvedimenti di stampo socialista con l’intento di portare Maduro nell’immobilismo politico nel bel mezzo di una grave crisi economica che interessa il Paese. Chiave di volta capace di spingere in teoria a nuove elezioni presidenziali molto prima del 2019, soluzione utile forse a tutti: per il Venezuela ci potrebbe essere finalmente una situazione di sblocco economico e politico vitale in questo momento storico, per Capriles potrebbe essere la volta buona per ambire alla presidenza, López riuscirebbe ad anticipare i tempi della sua ascesa politica, il connubio assistenzialismo-petrolio ridurrebbe il proprio peso sulle finanze nazionali ed anche il PSUV avrebbe la possibilità di rinnovarsi, staccando la propria dipendenza dal chavismo e riabbracciando un progetto socialista capace di rispondere alle reali necessità nazionali senza dover cedere il passo a dannose politiche difensiviste contro opposizioni interne ed esterne al Paese. Qualsiasi cosa accada da qui ai prossimi mesi o anni, ciò che appare imprescindibile è la formazione di politiche economiche atte a diversificare il sistema produttivo venezuelano. Un tale approccio ridurrebbe la dipendenza venezuelana dal mercato energetico e permetterebbe al Paese di non risentire del prezzo di un unico prodotto esportato. Inoltre la diversificazione e l’implemento di nuovi settori produttivi permetterebbero il reintegro di gran parte della popolazione nella vita economica del Paese con effetto diretto nella riduzione del peso economico che oggi hanno le misure assistenziali sulle finanze dello Stato. Un aggiustamento naturale dei flussi economico-finanziari che eviterebbe l’attuazione di politiche drastiche di soppressione dei vari progetti assistenziali per il ridimensionamento del divario sociale presente in Venezuela (un’eredità pesante avuta dai governi liberali precedenti a Chávez).

William Bavone

Un chicco in più

Il 20 febbraio il deputato del PSUV Elias Juan ha risposto prontamente alle ambizioni di Allup di vedere destituito il Governo di Maduro. Approfondimento su El Universal.

In meno di sei mesi” la realizzazione  del progetto di destituzione del Governo di Maduro ad opera dell’Assemblea Nazionale a maggioranza MUD. Approfondimenti su TeleSur

Maduro per controbilanciare l’aumento del prezzo del carburante ha firmato un decreto presidenziale per l’aumento del salario minimo del 52%.

Su Leopoldo López si evidenzia negli ultimi giorni una forte pressione per la scarcerazione. La strategia si basa su una sensibilizzazione nazionale ed internazionale sul tema mediante i canali mediatici e social. Che non si voglia cercare di anticipare i tempi per rendere López subito eleggibile? 

Foto: chavezcandanga

1 comments
Nicola
Nicola

Chavez non era altro che l'ennesimo dittatore stile "generalissimo delle banane" del sudamerica.

Solo aveva avuto la furbizia di dipingersi come di sinistra e di appoggiarsi a cuba.

A parte le atrocità del resto comuni a tutte le dittature si sa per certo che si finanziasse anche

con i sequestri di persona.