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Truppe e basi militari statunitensi in Medioriente

Miscela StrategicaIl Medioriente è da sempre una regione cruciale per gli interessi geostrategici e geopolitici statunitensi. Ma, attualmente, è un contesto rapidamente mutevole che richiede obiettivi strategici, dispiegamento di personale militare e basi operative.

UN CONTESTO OPERATIVO TURBOLENTO – Le forze militari statunitensi sono dispiegate in più di 150 Paesi. Uno dei contesti spesso più turbolenti è il Medioriente, che ha richiesto notevoli dispiegamenti di forze e un impegno in conflitti più o meno lunghi e violenti. Situato all’intersezione tra Asia, Europa e Africa, il Medioriente è il fulcro di numerosi interessi strategici. Prima fonte di produzione di petrolio e gas, importante snodo e corridoio di traffici commerciali mondiali e anche mercato statunitense per la vendita di armi ai Paesi dell’area.
Nel tempo gli Stati Uniti hanno costruito forti legami militari, diplomatici e di intelligence con alcuni Paesi, in particolare con Egitto, Israele, Giordania e membri del Consiglio di cooperazione del Golfo. Una parte di queste relazioni è stata o è dedicata al training militare delle forze dei Paesi alleati, anche ai fini creare una solida e coordinata rete di sicurezza all’interno della regione.
Attualmente, il contesto politico e sociale è alquanto instabile in molti Paesi tra cui Siria, Yemen, Libano, Iraq, solo per citarne alcuni. Tutto sembra essersi ulteriormente complicato dopo il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq, ma anche dall’Afghanistan. Gruppi estremisti come Al-Qaeda e ISIS costituiscono uno dei principali nemici attuali dell’instabilità dell’intera regione. Insieme ad altri conflitti nati o riaccesi da ragioni politiche, economiche e culturali, proprio la recente avanzata di alcuni gruppi terroristici ha spinto gli Stati Uniti a un ripensamento della propria presenza in Medioriente.

Diamo ora uno sguardo ai numeri della presenza statunitense in questa regione.

Presenza degli Stati Uniti in Medioriente – I numeri

Dopo il ritiro dall’Iraq, gli Stati Uniti hanno mantenuto un limitato numero di forze in Medioriente. Nel 2014 il personale militare ammontava a circa 35.000 unità. Il suo dislocamento non è reso pubblico principalmente per motivi di sicurezza, ma informazioni raccolte dalle fonti accessibili descrivono così il quadro generale:

  • Kuwait: approssimativamente 15.000 unità.
  • EAU: circa 5.000 unità, la maggior parte costituita da personale dell’Air Force.
  • Oman: dal 2004 il numero di forze in Oman è drasticamente diminuito fino a raggiungere circa 200 unità.
  • Bahrein: il personale militare ammonta a circa 7.000 unità. Questo Paese è la base più antica della presenza militare statunitense in Medioriente ed è il centro della Naval Support Activity Bahrain e dello U.S. Fifth Fleet. La maggior parte del personale statunitense presente appartiene alla U.S. Navy, ma una parte consistente fa parte della U.S. Air Force.
  • Arabia Saudita: la maggior parte delle forze statunitensi sono state ritirate dai suoi terrirori nel 2003. Le informazioni sul personale statunitense ancora presente sono alquanto scarse.
  • Qatar: migliaia di truppe statunitensi, provenienti principalmente dalla Air Force. La Al Udeid Air Base è una delle più importanti al mondo.
  • Giordania: gli ultimi avvenimenti in Siria hanno portato al dispiegamento di circa 1.500 soldati statunitensi in Giordania.
  • Iraq: nel dicembre 2011 le truppe statunitensi contavano 150 unità dispiegate per proteggere l’Ambasciata statunitense. Con l’ espansione dello Stato Islamico il numero di truppe è aumentato e contava circa 3.000 unità nel giugno 2015, a cui si aggiungono 450 military trainers.

Fonte: Heritage Foundation 

IL MEDIORIENTE CHIEDE UN CAMBIAMENTO DI ROTTA? – Il Medioriente si presenta come un ambiente operativo carico di nuovi attori e nuove dinamiche. La necessità di affrontare forze non-convenzionali e dinamiche conflittuali nuove, e la facilità con cui tali dinamiche possono riflettersi a livello globale, sta spingendo verso un ripensamento dell’impiego del personale militare e dell’uso delle basi militari statunitensi. Una riflessione profonda e ben ponderata in questa direzione deve tener conto di vari elementi e interessi. Il Dipartimento della Difesa sembra considerare nuove opzioni e scelte strategiche. Inoltre il Pentagono ha proposto all’amministrazione Obama la costruzione di un nuovo sistema di basi militari che dovrebbe fungere da “cintura” attorno al Medioriente. Le basi dovrebbero funzionare da “hub” per reperire informazioni di intelligence e portare avanti operazioni militari specializzate contro gruppi terroristici. Gli “hub” verrebbero dislocati in Gibuti, Afghanistan, Iraq e Spagna (espandendo le basi esistenti). In Niger e Camerun potrebbero essere costruite nuove stazioni operative.

Gli Stati Uniti devono confrontarsi a anche con il progressivo crollo delle strutture di potere tradizionali in Medioriente. Proprio questo crollo ha già creato un vuoto nella governance da cui sono nati gruppi terroristici e si sono riaccesi conflitti sanguinosi. Il rischio è che questi conflitti aumentino ulteriormente. Avere a che fare con nuovi tipi di minacce alla sicurezza in un contesto sempre meno strutturato potrebbe necessitare di cambiamenti nella posizione delle basi militari statunitensi, nella loro struttura, fini e modalità operative e, forse, nel numero di basi.Un cambiamento di strategia nell’utilizzo delle basi e un aumento di personale militare in Medioriente, potrebbe non essere esente da pressioni economiche, strutturali e contestuali. A livello economico, sembra che le basi militari nel Grande Medioriente siano costate agli Stati Uniti milioni di dollari l’anno. I costi fissi di una base militare operativa si aggirano tra i 50 e i 200 milioni di dollari all’anno, a seconda del tipo di servizi e della posizione geografica. A questi si aggiungono costi variabili che dipendono anche dalla grandezza della base.
La gestione di basi militari necessita non solo del consenso e appoggio politico del Paese ospitante, ma anche di una rete di infrastrutture che – nello stesso Paese – permetta un efficace dispiegamento di forze. Si tratta di strade, mezzi, permessi di accesso e tutto ciò che facilita spostamenti, dispiegamenti di forze e materiali in modo efficace e tempestivo. Non tutti i Paesi che attualmente ospitano basi statunitensi garantiscono lo stesso tipo di infrastrutture. In ultimo, vanno anche considerati i rischi operativi del tenere aperte certe basi. La proliferazione di armi stand-off che possono oggi passare in mano ad attori non-statali mette ancora più a repentaglio le forze statunitensi e le loro strutture operative. Attacchi a basi militari con questi tipi di armi, possono infliggere danni pesanti. Questo richiede un ripensamento del tipo di operazioni e struttura delle forze impiegate in certi contesti.

COSTI E BENEFICI DI EVENTUALI CAMBIAMENTI – L’idea di aprire basi più “leggere” quale “cintura” attorno al Medio Oriente potrebbe effettivamente supportare tipi di operazioni militari e di intelligence che si adattano a nuove minacce. La proposta del Pentagono prevede anche che queste basi siano durature nel tempo ed espandano la presenza statunitense nel lungo termine. L’impatto sulle aree geografiche in questione potrebbe avere i suoi vantaggi. Ma operazioni di un certo impatto, specialmente contro gruppi terroristici in continuo movimento, richiedono un sistema coordinato di “hub” o basi militari che possa garantire l’efficacia dei risultati. La sola costruzione di “hub” e l’aumento di forze in campo rischia di non ottenere l’impatto sperato se le operazioni d intelligence e militari non sono coordinate con altrettanti sforzi politici, diplomatici e umanitari. Il Medioriente è un contesto che richiede operatività su tutti questi fronti.
I costi di mantenimento delle basi attuali sono già notevoli e l’apertura di nuovi “hub”, anche se più “leggeri”, ne prevederebbe di ulteriori. L’impatto di tali spese per la difesa andrà misurato contro l’efficacia operativa degli “hub”, che sono stati presentati come strutture permanenti, a lungo termine. La presenza di basi militari può infatti fungere da deterrente contro diversi tipi di attacchi. In Medi Oriente, le basi statunitensi hanno giocato un ruolo deterrente e hanno anche sostenuto un certo tipo di cooperazione per la sicurezza tra Paesi che non sono parte di organizzazioni più ampie come, per esempio, la NATO.
L’apertura di nuove basi o il mantenimento di quelle esistenti rappresenta sempre un rischio politico. Il Paese ospitante permette la presenza di basi militari e il dispiegamento di forze, ma esiste la possibilità che questi permessi vengano revocati/modificati o che le relazioni diplomatiche cambino. Gli Stati Uniti conservano strette relazioni diplomatiche con alcuni Paesi mediorientali ma, in un contesto alquanto mutevole, non sono esclusi rivolgimenti negativi o positivi su questo piano. Se le basi attuali sono soggette a rischi operativi e ad attacchi convenzionali e non-convenzionali, l’aumento del numero di basi necessita di una considerazione di eventuali altri rischi operativi.

ULTERIORI ELEMENTI DI ANALISI – Altri elementi vanno considerati nel ripensare a livello strutturale la presenza di basi militari in Medioriente e l’apertura di nuovi “hub”:

• La presenza di basi militari ha un impatto sulla popolazione dei Paesi ospitanti, non sempre favorevole al dislocamento di forze sul proprio territorio.

• La presenza ed attacchi di gruppi estremisti: il personale militare corre il rischio di attacchi da parte di gruppi estremisti violenti. Il rischio è che tali attacchi avvengano anche quando il personale militare si sposta al di fuori delle proprie infrastrutture o che la struttura dei nuovi “hub” esponga il personale militare a maggiori rischi.

RISCHI

Rischi dell’eventuale decisione di ristrutturare o aumentare il numero di basi militari in Medioriente:

  • Opposizione da parte dei governi e delle popolazioni locali.
  • Aumento del numero ma non dell’efficacia operativa delle basi militari.
  • Costi di mantenimento di personale e infrastrutture molto elevati per gli Stati Uniti 
VARIABILI

Variabili che potrebbero influire sulla decisione di apportare cambiamenti strutturali nelle basi militari attuali e/o l’apertura di nuove military facilities:

  • Incapacità di affrontare efficacemente i rischi operativi per il personale di stanza nelle basi militari.
  • Disponibilità del contesto regionale a ospitare ulteriori basi militari.
  • Variazioni di alleanze e stabilità politica del Medioriente.
  • Corretta ponderazione di costi e benefici nell’apertura di nuove basi militari da parte del Governo statunitense.
  • Corretto cambiamento di strategia nel confrontare nuove minacce e attori internazionali e conseguente, efficace riposizionamento/ristrutturazione di forze e infrastrutture militari in territorio straniero.
  • Spinta della politica statunitense verso sostanziali cambiamenti in Medi Oriente. La campagna elettorale americana per le prossime elezioni presidenziali potrebbe essere cruciale in questo senso. Hillary Clinton ha recentemente parlato di un piano statunitense più aggressivo in Medio Oriente

Annalisa De Vitis

Foto: Stewf

1 comments
Mirco
Mirco

Non sono d'accordo.

La creazione ed il mantenimento di tutte queste minibasi o come si voglia chiamarle

comporta essenzialmente una dispendiosa dispersione delle forze.

Questi contingenti, tolti quelli di supporto all' Air Force non sono abbastanza forti per cambiare

la situazione o bloccare sviluppi sfavorevoli.

Dall'altro lato sono vulnerabili a molti tipi di offesa.

Questo comportamento denota scarsa chiarezza di idee: al contrario si dovrebbe chiarire bene quali

interessi si vogliono proteggere o promuovere davvero e concentrare le forze allo scopo.

Chi vuol essere dappertutto rischia di non contare nulla in ogni scenario.