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La complessa situazione haitiana

Lo scorso 13 febbraio, dopo sette ore di riunione, l’Assemblea Nazionale non è riuscita a giungere alla designazione del Presidente provvisorio per garantire la governabilità del Paese da qui ad aprile, quando si terranno nuove elezioni presidenziali. Nella tarda serata del 14 è poi giunta la nomina di Jocelerme Privert. La situazione evidenzia la fragilità sociale, politica ed economica di un’isola sfortunata

LA MALEDIZIONE DI HAITI – Sin dalla sua scoperta, l’isola di Hispaniola fu teatro dello scontro coloniale tra spagnoli e francesi che si assopì solo nel 1731 con la demarcazione di confini tra le due comunità ivi installatesi. Tuttavia sul territorio andò formandosi una comunità sempre più cospicua di schiavi liberi tra i quali emerse la figura di Jean-Jaques Dessalines, che nel 1803 eliminò il colore bianco dalla bandiera haitiana, un gesto che simboleggiava l’eliminazione dei coloni bianchi dall’isola. Proprio Dessalines nel 1804 proclamò l’indipendenza dell’isola dal dominio coloniale (secondo Paese del Nuovo Mondo a dichiarare la sua indipendenza dopo gli Stati Uniti – 1776), ma ben presto la neo repubblica si trasformò in una feroce dittatura intenta a “depurare” l’isola dalla presenza bianca. L’uccisione di Dessalines portò il Paese alla guerra civile. Seguì alla carica di Presidente Pétion, determinante nel 1816 per le sorti di tutto il continente latinoamericano. Infatti fu proprio il Presidente haitiano ad appoggiare e finanziare il ritorno di Simon Bolìvar in Venezuela per riprendere in modo deciso il percorso di liberazione dell’America Latina dal dominio coloniale. Nella fattispecie il Presidente haitiano Pétion vide nella missione del Libertador l’opportunità di enfatizzare e dare maggiore visibilità al proprio impegno contro la schiavitù e la disuguaglianza sociale. Tema nel quale Haiti era la vera innovazione politica e sociale dell’intero Nuovo Mondo, in quanto con la propria indipendenza aveva messo fine alla schiavitù (diametralmente opposto il Brasile che bandirà la schiavitù per ultimo nel 1888). Malgrado ciò, Haiti rimase terra di scontri sociali ed instabilità, tanto da giungere ad una netta divisione territoriale, con la parte orientale dell’isola che proclamò la propria indipendenza nel 1844 (Repubblica Dominicana). Nel 1915 le sorti di Haiti sembravano riacquisire un valore positivo assumendo un’importanza strategica in termini geografici con l’apertura del Canale di Panamá. Ma tale vantaggio finì con il tramutarsi in condanna dato che finì con l’essere inclusa nei piani strategici di Washington, che occupò militarmente Haiti fino al 1934.
Nel 1956 apparve sulla scena politica haitiana un personaggio controverso: “Papa Doc” Duvalier. Questi, dopo la sua elezione, istituì un Governo fondato sul nazionalismo, il razzismo e il misticismo e, coadiuvato da truppe paramilitari, sostenne una sanguinosa repressione dell’opposizione politica. La famiglia Duvalier si garantì il potere sino agli anni Ottanta con l’ausilio di un corpo militare privato: i Tonton Macoute. Tale situazione si protrasse fino a quando una serie di colpi di Stato portarono al Governo diverse figure militari fino al 1991 anno in cui venne eletto alla presidenza il giovane prete Jean-Bertrand Aristide. Il primo Governo Aristide durò solo un anno, dopodiché venne destituito con un colpo di Stato. La politica riformista di Aristide ebbe modo di riprendere nel 1995, ma con scarsi risultati, dato l’ostruzionismo in seno al suo Governo. La contrapposizione durò sino al 2001 quando lo stesso Aristide riconquistò la guida diretta del Paese, ma solo dopo tre anni venne destituito con un colpo di Stato (2004) che favorì l’elezione di René Garcia Préval nel 2006 (figura da sempre antagonista ad Aristide) ed in carica fino al 2011, anno in cui venne eletto Michel Martelly. In definitiva una storia molto sofferta quella di Haiti, che forse paga “l’arroganza” di essere la prima repubblica a proclamarsi libera a sud del Rio Grande; “maledetta” per essere prima repubblica del Nuovo Mondo a metter fine alla schiavitù; sottoposta a dure prove per aver segnato l’inizio dell’indipendenza dell’intero continente dall’impero spagnolo. Resta il fatto che, ad aggravare maggiormente la situazione haitiana, il 12 gennaio 2010 un terribile terremoto di magnitudo 7 ha devastato l’isola, portando il numero delle vittime ad oltre 220mila. A seguito di tale catastrofe l’isola è tornata ad essere occupata da forze militari ONU in un difficile progetto di ricostruzione che a tutt’oggi prosegue. All’interno della coalizione internazionale operante in Haiti, un ruolo importante è ricoperto da Brasile e Venezuela, oltre al supporto medico di Cuba.

Fig. 1 – Manifesti elettorali per le prossime elezioni presidenziali

L’INTERNAZIONALITÀ HAITIANA – L’instabilità politica, economica ed infine sociale di Haiti ha spinto circa 2 milioni di isolani ad emigrare all’estero, trasformando di fatto il popolo haitiano in una popolazione transnazionale. Le comunità “estere” haitiane oggi sono ben consolidate (soprattutto negli Stati Uniti) e rappresentano una fondamentale fonte di rimesse estere, oltre a costituire parte attiva e determinate nella vita politica dell’isola (influenzandone le scelte, la determinazione dei leader politici, etc.). Per chi non è riuscito ad intraprendere un viaggio così lungo in cerca di fortuna è rimasta, quale unica fonte di sostentamento, l’approdo nelle piantagioni della vicina Repubblica Dominicana. Qui si assiste tutt’oggi a una sorta di revival dell’economia di piantagione in cui gli haitiani ogni giorno varcano il confine per lavorare in condizioni di semi-schiavitù nelle piantagioni dominicane, rientrando in patria nella notte con i pochi guadagni ottenuti. Ecco quindi il vero valore internazionale di Haiti: popolo emigrante ed economia fortemente dipendente dall’importazione di beni di ogni tipo. Basti pensare che le sue importazioni agroalimentari superano di oltre il 900% le esportazioni del medesimo comparto. Insufficiente anche l’autonomia energetica dell’isola, che ha bisogno di attingere da fonti esterne per soddisfare il proprio fabbisogno (proprio per sopperire a tale dipendenza, Haiti si è legata al progetto venezuelano di PETROCARIBE – 2006). Tuttavia la bilancia commerciale del Paese è fortemente compromessa in termini di efficienza ed efficacia, dallo stato qualitativo delle infrastrutture portuali e aeroportuali. Una valutazione qualitativa delle infrastrutture conclusa dal World Economic Forum (2011-12) colloca l’isola caraibica, su una scala di valori da 1 (sottosviluppato) a 7 (ottima qualità in base ai parametri internazionali), drammaticamente ad un indice del 1,8, con gravi ed ovvie conseguenze sui costi di esportazione (impattando negativamente sui prezzi dei prodotti haitiani, che aumentano, e quindi sulla competitività degli stessi sul mercato internazionale) e sui costi di importazione (impatto negativo al rialzo di tutti i prodotti in ingresso nel Paese). Proprio per far fronte ai cronici problemi di Haiti derivanti, oltre che dalla struttura economica dell’isola, dalle catastrofi naturali che hanno coinvolto il Paese negli ultimi anni, le diverse comunità internazionali hanno sviluppato numerosi piani di assistenza. Tra questi vi è il CRECS (Caribbean Renewable Energy Capacity Support), un progetto fondato dall’Unione Europea ed implementato dalla Segreteria del CARICOM per l’assistenza tecnica in politiche energetiche, nelle strategie di sviluppo e per il potenziamento delle capacità di Haiti.

Fig. 2 – Protesta di lavoratori haitiani impiegati in Repubblica dominicana 

OGGI COME IERI IN CERCA DI INDIPENDENZA – Il 25 ottobre 2015 si sono tenute le elezioni presidenziali per designare il successore di Michel Martelly alla presidenza del Paese. La prima tornata elettorale ha dato come figure politiche destinate al successivo ballottaggio Jovenel Moise dell’Haitian Tèt Kale Party (32% dei voti) e Jude Célestin per l’Alternative League for Haitian Progress and Empowerment (25% dei voti). Il primo è un imprenditore agroindustriale di spicco nel Paese; è stato segretario generale della Camera di Commercio e dell’Industria di Haiti e la sua candidatura è stata fortemente caldeggiata dal presidente uscente. Proprio tale legame ha spinto l’opinione pubblica e l’opposizione politica ad intravedere una cospirazione politica nello slittamento della data del secondo turno elettorale dal 27 dicembre al 24 gennaio. Un lasso di tempo che, secondo molti, serviva a garantire a Moise la certezza della vittoria, ma che ha fatto indignare il popolo haitiano, il quale ha iniziato a protestare contro quella che appariva come una frode elettorale. La situazione si è aggravata con la rinuncia per protesta di Célestin alla propria candidatura alla presidenza, decisione condivisa anche dal terzo eletto al primo turno elettorale e ripescato per legge dopo il forfait di Célestin. Situazione cupa per Haiti, che ancora oggi non trova una transizione ordinata verso le nuove elezioni indette per aprile. I gruppi politici sono al lavoro per trovare una soluzione provvisoria alla crisi politica del Paese. Le ripercussioni sociali sono gravi, soprattutto nel momento in cui l’ONU ha dimostrato la propria preoccupazione per la stabilità democratica dell’isola e si è resa disponibile ad un intervento di mediazione. Un intervento visto dalla popolazione haitiana come l’ennesima invasione esterna per un Paese che cerca disperatamente l’indipendenza proclamata nel 1804 e da allora mai più ritrovata. Per ora il primo tentativo di conciliazione politica è giunto a compimento con non poche difficoltà (13 e 14 febbraio 2016). Vedremo ora come il presidente provvisorio Jocelerme Privert, traghetterà il Paese verso una stabilità politica e sociale dai più desiderata, ma mai ottenuta.

William Bavone

 Un chicco in più:

Un’interessante intervista di TeleSur a Jake Johnson, studioso associato al Centro di Ricerca Economica e Politica di Washington (CEPR), fa luce sugli interessi statunitensi nelle dinamiche politiche di Haiti.

5,7 milioni di dollari, a tanto ammonta la cifra che da Haiti è stata trasferita nelle banche svizzere dal dittatore haitiano Jean Claude Duvalier nel 1986. Cifra che ancora oggi è “in ostaggio” dei banchieri svizzeri nonostante le intenzioni più volte esplicate dal governo svizzero di restituire ad Haiti l’intero patrimonio. Liquidità utili ad un progetto interno di ricostruzione economica e sociale e appartenenti di diritto al popolo haitiano.

Haiti, come se non bastasse, è tra i paesi fortemente colpiti dal virus Zika e ad oggi sono registrati oltre 500 casi di contagio. 

Foto: rawEarth

Foto: mediahacker

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