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Egitto, libertà di stampa e potere della parola

Mai come oggi la questione della libertà di stampa in Egitto è divenuta un argomento delicato e a tratti doloroso. Il divario tra aspettative rivoluzionarie del 2011 e realtà dei fatti è particolarmente evidente proprio in questo ambito, dove il regime e i suoi oppositori hanno ingaggiato un’aspra battaglia fondata sul potere dirompente della parola.

I DATI – Secondo il report Freedom on the Net 2015 di Freedom House l’Egitto è ufficialmente un Paese «non libero», in particolar modo per quanto riguarda le libertà di stampa e di parola. Nell’indice relativo alla libertà di stampa di Reporters without borders, invece, il Cairo risulta al 158° posto su 180 Paesi esaminati, la più bassa posizione tra gli Stati nordafricani e una delle più basse considerando il Medio Oriente tutto.
Il Committee to Protect Journalists, infine, ha evidenziato che nel 2015 l’Egitto è stato il Paese con il maggior numero di incarcerazioni di giornalisti al mondo dopo la Cina, ma in realtà si situava tra i primi dieci anche l’anno precedente.
Solo per gli avvenimenti di piazza Rab’a al-Adawiya e En-Nahda dell’agosto 2013 inoltre – piazze nelle quali si verificarono alcuni degli scontri più sanguinosi tra esercito e manifestanti pro-Morsi contrari alla presa di potere da parte del Supreme Council of Armed Forces (SCAF), – sono in prigione circa 15 giornalisti, tutti condannati all’ergastolo al primo grado di giudizio.

Fig. 1 – Una manifestazione per la liberazione dei giornalisti incarcerati in Egitto

I GIORNALISTI EGIZIANI TRA CENSURA E PAROLA – La limitazione della libertà di parola e del dibattito pubblico oggi innegabile in Egitto avviene principalmente attraverso due meccanismi. Il primo è quello della vera e propria censura, caratterizzata ad esempio da controlli propedeutici sui contenuti mediatici di vario tipo, sospensione dell’incarico per giornalisti o presentatori la cui fedeltà al Governo non è certa e multe di entità variabile.
Il secondo meccanismo limitativo consiste in un procedimento più sottile, ovvero lo spingere all’autocensura e alla cautela spontanea i giornalisti stessi.
A tal proposito lo strumento più efficace per il raggiungimento di questo obiettivo è la legge antiterrorismo firmata l’estate scorsa. Tra gli altri provvedimenti il documento prevede, per chi diffonda notizie difformi da quelle rilasciate dai ministeri di Interni e Difesa riguardo ad attacchi jihadisti e operazioni di sicurezza, un’ammenda tra duecento e cinquecentomila lire egiziane, ossia tra i 23 e i 57mila euro.
Risulta evidente dunque come le testate indipendenti più piccole, i giornali online e ancor più i blog nati dal 2011 a oggi debbano necessariamente scegliere tra l’autocensura – smorzando i toni e più spesso evitando del tutto alcuni argomenti – e la chiusura, anche solo per ragioni economiche, non essendo in grado di pagare simili sanzioni
Le testate più solide e filo-governative, dal canto loro, hanno accentuato la propria attitudine celebrativa verso i militari e l’ostilità a tutto ciò che ha sentore di Fratellanza. I seppur minimi spazi di libertà rimanenti sono fruibili più facilmente attraverso Internet che non sui media tradizionali, ma proprio per contrastare questi ultimi l’Amministrazione el-Sīsī lo scorso anno ha creato un Consiglio per la sicurezza informatica.
Inoltre molti contenuti in rete sono in inglese, dunque accessibili sono a una fascia ancora troppo ristretta di egiziani.

BASSEM YUSSEF − Celebre all’estero è il caso di Bassem Yussef e della sua trasmissione satirica El-Barnameg, “Il Programma”. Odiato dal potere già prima dell’ascesa di el-Sīsī, il medico-conduttore egiziano era stato inquisito nel 2013 per diffamazione nei confronti del Presidente Mohamed Morsi, con l’accusa di aver messo in circolazione notizie false e di avere così disturbato la quiete e la sicurezza pubbliche. A molti lettori occidentali questa notizia potrà sembrare un secondario caso di costume egiziano: in Egitto le cose non stanno così, tantomeno dopo il 2011. Il potere della parola ha invaso tanto le strade quanto gli schermi, i palazzi governativi come gli internet cafè, e il fatto che nel 2013 il Time abbia inserito Bassem Yussef tra le cento persone più influenti del pianeta non è che una conferma di questa evoluzione non certo indolore.
La situazione dei meno noti, però, è molto più nera. Soltanto nei giorni precedenti al quinto anniversario della Rivoluzione, il 25 gennaio, circa 40 blogger oppositori del regime sono stati arrestati e sono a tutt’oggi in carcere.

Fig. 2 – La recente uccisione di un tassista da parte di un poliziotto ha scosso parti dell’opinione pubblica

GLI ARGOMENTI TABÙ – Come già accennato, le notizie su attacchi terroristici e operazioni anti-terrorismo devono essere riportate esclusivamente sulla base delle dichiarazioni ufficiali del potere.
Tutto il materiale che potrebbe rappresentare un sostegno alla Fratellanza Musulmana è ovviamente vietato e perseguibile, e quasi tutti i mass media di simpatie islamiste, inclusi i canali satellitari, sono stati chiusi nel 2013. Estremamente rischioso è poi addentrarsi nella trattazione della situazione delle carceri, del presunto ricorso alla tortura o delle tensioni interconfessionali tra musulmani e cristiani copti.
Per controbilanciare l’assenza dai mass media di argomenti così importanti, fin dalla destituzione di Morsi e con particolare intensità dall’inizio della campagna elettorale per le presidenziali, El-Sīsī ha saputo sfruttare i motivi e i topoi della cultura popolare per glorificare la propria immagine, attraverso manifesti, gadget, canzoni e video filo-militari.

Fig. 3 – Testimonianze di cordoglio al Cairo per la morte di Giulio Regeni

LA PAROLA AGLI STRANIERI – In linea teorica, chi scrive in inglese o all’estero appare più tutelato, pur non essendolo completamente.
A questo proposito il pensiero corre a Giulio Regeni, il ricercatore italiano ventottenne di Cambridge che si occupava di movimenti operai e sindacali nell’Egitto contemporaneo. Sulla sua morte, l’ultima, prevedibile versione che inizia a farsi strada dalla procura del Cairo è che sia stato ucciso da uomini della Fratellanza. Alcuni si sono poi affrettati a sussurrare che facesse parte dei servizi segreti, mentre altri ancora hanno dato la colpa alle docenti di riferimento di Giulio a Cambridge e all’American University of Cairo, che con il loro “cinismo” avrebbero spinto Giulio incontro al pericolo. Ma, inutile negarlo, l’ipotesi che ha immediatamente preso maggior piede tanto in Italia quanto tra gli attivisti egiziani è che Giulio sia rimasto stritolato tra le maglie del mukhbarat e delle forze di sicurezza del Paese. Da circa due settimane un pool investigativo italiano si trova al Cairo per indagare insieme agli inquirenti egiziani, anche se le indiscrezioni lasciano trapelare notizie di un persistente riserbo locale. Indubbiamente ci sono fondati motivi per essere pessimisti sull’emersione della verità e sulla reale volontà delle parti di conoscerla.
Il potere egiziano potrà continuare così, per sperare che il Paese torni fedele all’hizb al-canaba, il “partito del divano”, espressione usata in Egitto per indicare i milioni di persone che si fanno una propria idea del mondo basata solo su ciò che tv non libere raccontano, mentre loro restano passivamente seduti sui propri divani. Senza dubbio, però, dopo il 2011 una simile scelta si dimostrerebbe l’ennesima mossa scarsamente lungimirante attuata da un governante arabo.

 Sara Brzuszkiewicz

 Un chicco in più

Alcuni rari prodotti mediatici hanno avuto la forza necessaria e la diffusione per superare la censura, ed anzi spingere il Governo ad aprire una indagine ufficiale. Ne sono un esempio i video distribuiti attraverso la campagna Askar Kazeboon, “I militari sono bugiardi”, che hanno fatto sì che venisse aperta un’inchiesta sull’uccisione di Shaimaa al-Sabbagh – l’attivista morta tra le braccia del marito – e che hanno portato all’arresto di un poliziotto.
Questo il video utilizzato da Human Rights Watch.
Qui invece il video principale di Askar Kazeboon

Foto: alisdare1

2 comments
Fernando
Fernando

Hei, ho sentito bene? Dovremmo mandare 5.000 uomini in Libia per compiacere

gli americani? Mi auguro non sia vero o saremmo diventati una succursale della

Blackwater.