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Perù, un Paese alla vigilia delle elezioni presidenziali

Il Perù si prepara ad affrontare le elezioni presidenziali in un clima incerto. La situazione economica del Paese è altalenante perché, nonostante il buon trend del tasso di crescita, permane forte ineguaglianza nella redistribuzione delle ricchezze, sullo sfondo di nuove problematiche circa progetti di estrazione mineraria.

LA SITUAZIONE ECONOMICA DEL PAESE  Il settore minerario ed estrattivo rappresenta di gran lunga la principale fonte di sostentamento economico del Paese, seguito a stretto giro dal turismo. Il Perù ha conosciuto, dal 2004 al 2014, una crescita annua del 6% e tale trend ha portato a una diminuzione della povertà dal 48% al 30% (secondo i dati delle istituzioni nazionali) nelle fasce più svantaggiate della popolazione. Tuttavia le diseguaglianze sociali sono rimaste piuttosto elevate.
Nelle attuali condizioni, è evidente la forte impronta di Governo del Presidente Ollanta Humala. Eletto nel 2011 dopo aver sconfitto al ballottaggio Keiko Fujimori, figlia del dittatore famoso per le sue politiche liberiste negli anni Novanta, ha da subito abbandonato gran parte del suo idealismo di sinistra per lasciare spazio al pragmatismo.
Se, infatti, in campagna elettorale il Presidente aveva cavalcato l’onda del populismo di sinistra, o in alcuni casi del cosiddetto etno-populismo, presentandosi vicino alle idee di Morales, Correa e Lula, una volta eletto, ha dato vita a una politica economica basata su un certo liberismo riformista, ed è stato il fautore di un modello economico inclusivo, in cui trovassero spazio sia le grandi multinazionali americane sia le piccole e medie imprese locali. In altre parole, in questi quasi cinque anni, Humala ha in parte abbandonato la retorica della sovranità sulle risorse nazionali permettendo lo sfruttamento delle attività estrattive a compagnie straniere, in modo da non mettere in pericolo l’afflusso di dollari americani, indispensabili per le casse dello Stato.
Se osserviamo il quadro macroeconomico del paese possiamo dire che fino ad adesso il Presidente ha avuto ragione: i dati nazionali confermano che l’aumento del PIL è al di sopra della media regionale, l’inflazione resta bassa (intorno al 4%) e dal 2012 al 2015 il tasso di disoccupazione è sceso dal 7.7% al 5.7%.

Fig. 1 – Cerro de Pasco, città mineraria per eccellenza

IL NODO DELLA DISEGUAGLIANZA SOCIALE  Tuttavia rimangono ancora alcuni problemi molto seri che il Presidente che uscirà vincitore dalle prossime elezioni dovrà affrontare. In primis, c’è il conflitto sempre più pressante tra il Governo e una parte della società civile. Il primo, infatti, sta portando avanti nuovi progetti di estrazione mineraria in alcuni territori del sud, abitati prevalentemente da popolazioni indigene.
D’altra parte, invece, partiti ambientalisti e pezzi della società civile si oppongono fermamente a tali progetti mettendo in luce i pesanti effetti di tali attività a livello ecologico e il basso impatto che le tasse sulle imprese private hanno avuto sui servizi e sullo sviluppo del welfare delle regioni e dei comuni interessati dalle miniere.
Il progetto Tìa Marìa è un caso emblematico di questo scontro. Esso prevede lo sfruttamento a cielo aperto di alcune riserve di carbone in un territorio a sud di Lima per un periodo di tempo pari a 21 anni in favore di una compagnia messicano-statunitense. Se nel momento della sua elezione il Presidente Humala si era detto contrario a tale progetto, oggi egli ne è un fervente sostenitore.
Un altro esempio di come la politica di Humala si sia spostata da sinistra a posizioni di centro è la nuova legge sul lavoro giovanile entrata in vigore il 16 marzo 2015, e che è stata al centro di numerosi scontri. Il nuovo contratto di lavoro ha l’obiettivo di incentivare le assunzioni di lavoratori tra i 18 ed i 24 anni, ma ad un caro prezzo. La stessa legge prevede infatti che i nuovi assunti avranno ferie dimezzate, non percepiranno né tredicesima né quattordicesima e non potranno accedere ad altre garanzie previste per altri tipi di lavoratori. L’opposizione è scesa in piazza al grido di Ley labural, verguenza nacional.
Dal punto di vista della politica estera il Perù, sotto la presidenza Humala, ha partecipato alla creazione dell’Alleanza del Pacifico con Messico, Colombia e Cile. Si tratta di tre Stati che non aderiscono all’alleanza bolivariana tra Venezuela, Bolivia ed Ecuador. Con questo gesto, il Perù ha dimostrato di allontanarsi ancora di più dall’ideologia del socialismo del XXI secolo, e di avvicinarsi piuttosto agli Stati Uniti d’America, alla Cina e alle tigri asiatiche.

Fig. 2 – Scontri tra forze dell’ordine e manifestanti contro il progetto Tìa Marìa.

SI AVVICINANO LE ELEZIONI PRESIDENZIALI Il Perù, dunque, si presenta all’appuntamento del 10 aprile – le elezioni presidenziali – come un Paese in crescita economica, in cui però è ancora forte un certo malessere sociale dovuto sia all’eccessivo sfruttamento minerario, sia alle cattive condizioni di vita in cui una gran parte della popolazione, soprattutto indigena, continua a vivere. In questo contesto si contenderanno la vittoria, ancora una volta, Keiko Fujimori figlia dell’ex dittatore, che si presenta a capo di una coalizione di centro destra – e, dall’altra parte dello schieramento politico, Alan Garcìa – a capo dell’Apra, membro dell’Internazionale Socialista e già Presidente per due volte, dal 1985 al 1990 e poi dal 2006 al 2011, proprio dopo aver vinto il ballottaggio contro Ollanta Humala.
Oltre ai due candidati principali, ci sono altri due possibili outsider che possono ritagliarsi un ruolo: Alejandro Toledo – già capo di Stato dal 2001 al 2006, nonché primo indigeno ad essere stato eletto democraticamente nella storia del Perù, che si presenta a capo di Perù Posible, un partito centrista; Pedro Pablo Kuczinsky, amministratore pubblico ed economista, già Primo ministro dal Perù dal 2005 al 2006 proprio sotto la Presidenza di Alejandro Toledo, che si presenta come indipendente, ma supportato da piccoli partiti cattolici e liberalsociali.
Il Presidente in carica Humala non parteciperà alle elezioni, in quanto la Costituzione peruviana – caso unico in America Latina – impedisce al capo di Stato uscente di ricandidarsi. Questo voto ci dirà dove intende andare il Paese. Il tutto potrebbe avere importanti ripercussioni sugli Stati vicini, che stanno vivendo anch’essi profondi mutamenti sociali.

Antonio Strillacci

 Un chicco in più

Composizione del Parlamento uscito dalle elezioni del 2011:

  • Gana Perù di Ollanta Humala: 47 seggi
  • Fuerza 2011 di Kejko Fujimori: 37 seggi
  • Perù Posible di Alejandro Toledo: 21 seggi
  • Alianza por el Gran Cambio di Pedro Pablo Kuczinsky: 12 seggi
  • Alianza Solidaridad Nacional di Luis Castaneda: 9 seggi
  • Apra di Alan Garcìa: 4 seggi 
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