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Il Montenegro e l’Occidente: scenari futuri

Dal referendum per l’indipendenza nel 2006, il Montenegro si è avvicinato in modo rapidissimo al sistema atlantico, con negoziati avviati con UE e NATO: un orientamento strategico che sottrae ulteriore terreno d’influenza alla Russia di Putin. E come spesso accade, porre l’accento sulle dinamiche culturali ci aiuta ad approfondire la complessità delle relazioni diplomatiche condotte da questo piccolo Stato affacciato sull’Adriatico meridionale.

UN PAESE GIOVANE NEL FRAGILE CONTESTO POSTBELLICO DEI BALCANI – Vita breve, quella dello Stato di Serbia e Montenegro: sorto nel 2003 sulle ceneri del processo disgregativo dell’ex Jugoslavia, si è infranto nel 2006 contro lo scoglio di un referendum che ha statuito l’indipendenza del Montenegro. Già dal 2002, però, grazie alla mediazione di Bruxelles, le due realtà si erano andate a comporre in una confederazione de facto (disponendo ambedue di piena sovranità in molte aree di competenza). Tutto fuorché un plebiscito, quello del 2006, con una percentuale di favorevoli di poco superiore al limite del 55%: certo, Belgrado non aveva sufficiente capacità di traino economico in quanto ancora sofferente a causa delle sanzioni post conflitto bosniaco, ma la composizione etnica della popolazione era (ed è) troppo eterogenea per sviluppare un pieno sentimento identitario. Un Paese giovane, fatto di giovani (relativamente al contesto europeo): la media si attesta sui 37 anni; conseguenza immediata, la mancanza di un vero e proprio establishment politico e industriale, nonché la mancata espressione di un sentimento nazionale dalle radici consolidate.

Fig. 1 – Il 1° marzo 2012 il Consiglio europeo ha concesso lo status ufficiale di Paese candidato alla Serbia, mentre aveva già concesso il medesimo status al Montenegro il 17 dicembre 2010

LA PROIEZIONE DI PODGORICA NELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE – Benché irrilevante per estensione territoriale, e forse ancor più per entità demografica, quella montenegrina è una realtà tutt’altro che avulsa di significato per gli attuali movimenti dello scacchiere geopolitico: il suo orientamento a Occidente – ormai prossimo a siglare i passi decisivi – frena con risolutezza qualsivoglia eventuale mira russa di espandere la propria influenza nella regione, in seguito al ritrovato ruolo di peso conquistato da Putin con il braccio di ferro in Ucraina, ma più segnatamente con la presenza militare e politica nell’intricato groviglio siriano. Quello che poteva essere il principale teatro di scontro tra una rinvigorita Russia e un sempreverde cappello statunitense, insomma, ha disatteso l’invito ancor prima di riceverlo, certamente coadiuvato, in questo, dalle difficoltà economiche di un Cremlino che stenta a intravedere una luce in fondo al tunnel delle sanzioni e della svalutazione del petrolio. Addio dunque – almeno per ora – a una penetrazione russa nel Mediterraneo attraverso i Balcani occidentali. E se è vero che la relativa povertà di molti Paesi ai confini dell’Europa (soprattutto Albania, Bosnia e Macedonia) semplifica l’assoggettamento della popolazione e funge da combustibile a focolai di rivendicazione, altrettanto significativo è che proprio questo sbilanciamento nel PIL richiede di guardare con favore verso l’Unione Europea, e la sua pur fragile (proprio di questi giorni il dibattito su Schengen) stabilità. Al Presidente russo, insomma, non rimane che una Macedonia il cui attrito con Atene (ma non solo) è fatto noto: tutta la regione circostante – chi più chi meno – è ormai pienamente o parzialmente integrata al sistema euro-statunitense. Croazia, Albania, Serbia e Slovenia in primis, ma pure per l’appunto “l’ultima arrivata” Podgorica, di recentissima costituzione, ma già pronta a rendersi utile all’Europa anche grazie a uno sbocco sul mare che la pone proprio di fronte alla Puglia (accesso al mare che manca, invece, a Skopje). Da non sottovalutare la centralità del “confine caldo con il Kosovo, la cui condizione de facto di protettorato internazionale è spesso evocata da Mosca quale precedente giuridico per giustificare le proprie battaglie geostrategiche e ideologiche nei confronti di Kiev.

Fig. 2 – Festeggiamenti dopo il referendum del 2006

I NEGOZIATI DI ADESIONE ALL’UE E L’INVITO DELLA NATO – L’adozione dell’euro è una delle situazioni de facto che manifestano la sostanziale spontaneità di un percorso d’avvicinamento all’Europa che appare ormai del tutto in discesa. Dopo la terza Conferenza di adesione all’UE (30 marzo 2015), il fronte più esposto del negoziato rimane quello relativo all’indipendenza della magistratura.  Nel frattempo, benché l’adesione alla NATO abbia creato qualche malumore interno (in particolare nel Socialist People’s Party), l’ingresso definitivo nell’Alleanza Atlantica si profila per il Summit di Varsavia del prossimo luglio, dopo l’invito formale ricevuto il 2 dicembre 2015 dal segretario generale Jens Stoltenberg.

Fig. 3 – La sede della NATO a Bruxelles

LA CANDIDATURA TRANSFRONTALIERA UNESCO – Sebbene chiaramente l’Unesco – come tutto il sistema UN – non sia propriamente associabile né all’Europa, né (ancor meno) agli USA, vi sono non poche ragioni per le quali l’impegno di Podgorica nella diplomazia culturale sia da ritenere votato all’occidentalismo: la Commissione montenegrina UNESCO, dislocata presso il Ministero della cultura, è infatti di nuova costituzione (1° marzo 2007) e dunque ancora strettamente dipendente da Palazzo Zorzi (sede dell’Ufficio Regionale Unesco per la Scienza e la Cultura in Europa, a Venezia: unico in suolo europeo dopo quello centrale di Parigi), con la quale ha collaborato a decine di progetti inerenti al cambiamento climatico, le tecniche DRR e la protezione delle riserve naturali. La prima futura priorità per l’Unesco verso le istituzioni montenegrine è testualmente «supportare il Montenegro nell’adesione agli standard europei in materia scientifica ed educativa». Tra i massimi eventi promossi dall’Unesco in collaborazione con il Governo di Podgorica, è essenziale citare almeno la Tavola Rotonda sulla Scienza, l’Istruzione superiore e le Politiche d’innovazione (Budva, 2008), nonché la sesta Conferenza Ministeriale sul Patrimonio culturale nel Sud-Est Europa (Cetinje, 2012). Innumerevoli le altre occasioni di collaborazione (anche interagenzia, unitamente a UNDP, UNEP, FAO, UNIDO, ecc.), tra le quali si segnala per importanza la candidatura seriale transfrontaliera de “Le opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo” alla prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, dossier per larga parte italiano – che registra quale capofila la città di Bergamo e che ha ricevuto nello scorso dicembre l’endorsement ufficiale del Presidente Mattarella – nel cui panel figura anche il montenegrino sistema difensivo delle “Bocche di Cattaro” (insieme a quattro siti italiani e tre siti croati). Ottenuto lo scorso mese il placet definitivo della Commissione Nazionale Italiana, la candidatura attende ora (entro i prossimi 18 mesi) l’ambìto riconoscimento da parte degli ispettori di Parigi. Da rilevare come la regione storico-naturale di Kotar (“Cattaro”, in italiano) sia già iscritta nella celebre Lista dal 1979, anno in cui fu sconvolta da un violento terremoto che ne mise in pericolo l’eredità artistica.

LE RELAZIONI CULTURALI – Per quanto azzardato possa sembrare il seguente squarcio cronologico, non va dimenticato che le relazioni di cultural diplomacy tra Italia e Montenegro hanno radici estremamente lontane: senza porre l’accento su epoche troppo distanti, basti pensare all’occupazione fascista del 1941 che, se militarmente fu soltanto una delle tante “commedie all’italiana” (risolta da un esteso movimento popolare di resistenza locale), dal punto di vista della penetrazione culturale in terra montenegrina poté rivelarsi un discreto successo. Il commissario Guglielmo Rulli, ben prima dell’inaugurazione di tanti “Istituti Italiani di Cultura all’Estero”, aveva concepito l’imprescindibilità di salvare il salvabile attraverso un’integrazione dell’intellighènzia comunista con la propria fede militante nella cosiddetta “erudizione latina”. Sul ruolo dei fattori e dei contesti culturali nel rafforzamento della cooperazione infra ed extracontinentale, si concentrano anche molteplici rapporti della Commissione Europea (tra cui questo).

Riccardo Vecellio Segate

il logo ufficiale dei siti "patrimonio mondiale dell'umanità" protetti dall'UNESCO
Fig. 4 – Il logo ufficiale dei siti “patrimonio mondiale dell’umanità” protetti dall’UNESCO
Un chicco in più

Per approfondire quanto trattato nell’articolo, proponiamo qui per ogni argomento alcuni documenti reperibili online:

1) Disgregazione dell’ex Jugoslavia e referendum sull’indipendenza del Montenegro

2) Il posizionamento di Podgorica nel quadro delle relazioni internazionali

3) I negoziati di adesione all’Unione Europea

4) L’invito dell’Alleanza atlantica

5) Le dinamiche di soft power: cultural diplomacy e dossier UNESCO

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